Premessa numero uno: l’argomento è delicato, molto delicato. Premessa numero due, altrettanto necessaria: chi scrive non ha nessuna competenza medica o scientifica. Di conseguenza chiunque è libero di fare le proprie considerazioni.

Nello sport, così come nella vita, nessuno è un supereroe. Una frase fatta ma mai come in questi giorni vera, reale, cruda. La storia di Josip Ilicic ha colpito tutti. Vuoi perché si tratta di un giocatore fantastico che non vedere sul campo è una disgrazia, per noi e per il campionato italiano; vuoi perché la sua battaglia, la sua partita, lo ha reso più umano, lo ha avvicinato a noi, che fin qui ci eravamo unicamente limitati ad ammirare in religioso silenzio le sue giocate, i suoi dribbling a rientrare, le sterzate e le contro-sterzate tutte di sinistro. E i gol, quelli che, sempre in silenzio, facciamo ancora oggi fatica a credere di avere visto. Un esempio: la parabola di sessanta metri contro il Torino.

(Fonte: cronachedispogliatoio.it)

Josip Ilicic sta vivendo un incubo. Dopo la fine del lockdown il fenomeno sloveno ha visto il campo in cinque occasioni: scampoli di partita, oppure sostituzioni all’ora di gioco. Risultato? Nessun gol, nessun assist. Josip Ilicic, semplicemente, non è più lo stesso. Solo dopo si scopre che il 32 enne atalantino soffre di depressione. Un incubo, come detto, nel quale è piombato in piena pandemia da coronavirus. Bergamo e le sirene del pronto soccorso, i camion dei soldati che portano via le bare dei defunti, il conteggio dei morti in tv. Tutto questo ha trasportato Ilicic in un’altra dimensione. È come se all’improvviso Ilicic fosse tornato ragazzino, quando fu costretto a quattro anni a scappare dalla Bosnia per via della guerra e a rifugiarsi, insieme alla madre, nello stadio dell’Interblock, letteralmente diventata la sua nuova casa. La sensibilità mostrata dal giocatore nerazzurro è disarmante. L’orrore della guerra, dell’eccidio di Prijedor, luogo di nascita, ha complicato le cose. E ci ha, speriamo momentaneamente, privato del giocatore più ammaliante e al tempo stesso decisivo dell’ultimo campionato di Serie A.

“Ogni tanto lo chiamo per sapere come sta, ama desso non mi ha risposto. Cosa succede? Per me si è spaventato con la pandemia. Ma non per sé, per le sue bambine. Lui con loro vuole essere il padre che non ha mai avuto. Tutti quei morti gli avranno ricordato il dramma della guerra. Sarà sconvolto: questa è paura, una paura che ti blocca le gambe”

Antonio Sivec, interprete di Ilicic ai tempi del Palermo

LA MORTE DI ASTORI

Attorno ai suoi problemi si è alzato un velo di silenzio che sa di rispetto, di vicinanza nei suoi confronti. Anche perché il male della depressione, degli attacchi di panico, dell’ansia, è un male che conoscono tutti, anche gli sportivi. Lo stesso Ilicic, ad esempio, era rimasto sconvolto dalla scomparsa di Astori, suo compagno ai tempi della Fiorentina. Quando nell’agosto del 2018 ebbe un infezione alla mandibola, temé il peggio. Tant’è che qualche mese più tardi al portale croato 24sata rivelò:

“Quello che è successo a Davide Astori è stato nella mia testa per giorni. Non riuscivo a dormire, ho pensato: “E se non mi svegliassi la mattina, e se non vedessi più la mia famiglia?” “

 

 

 

Josip Ilicic ai tempi della Fiorentina, quando era compagno di Davide Astori. (Fonte: violanews.it)

Insomma, la fragilità emotiva di Ilicic non la si scopre certo oggi. Fa effetto, però, che finalmente qualcuno inizi a parlarne per davvero. Secondo un sondaggio svolto dal sindacato mondiale dei giocatori professionisti Fifpro in collaborazione con l’Ospedale universitario di Amsterdam, su un campione di 1600 atleti, il 13% dei calciatori e il 22% della calciatrici hanno manifestato, nel periodo di lockdown, sintomi compatibili con la diagnosi di una depressione.

BUFFON, ROSE E GLI ALTRI

Quello di Ilicic non è il primo, e non sarà l’ultimo, caso di uomo-calciatore costretto a convivere con dei mostri. Gigi Buffon è stato uno dei primi a parlare di depressione e degli attacchi di panico che lo hanno colpito in passato. Nel suo libro “Demoni“, infatti, racconta:

“Nel 2004 non potrò mai scordare quello che accadde prima di una sfida contro la Reggina. Durante la fase di riscaldamento mi è venuto un fortissimo attacco di panico. Nessuno si accorgeva di niente e questo mi faceva sentire ancora più solo. Il cuore batteva a mille, il respiro diventava pesante, pensavo di morire.”

Buffon racconta di aver superato quel momento anche grazie alle sue prestazioni in campo. Sullo 0-0 è protagonista di un intervento miracoloso su Cozza, che lo stesso portiere della Juventus definisce “un elettroshock“.

(Fonte: sportal.it)

In Inghilterra, nel maggio dello scorso anno, è andata in onda una lunga intervista a Danny Rose, Peter Crouch, Thierry Henry. Tra di loro c’erano Gareth Southgate, attuale c.t. della Nazionale inglese, e anche il Principe William. Persone dalle quali non ti aspetteresti racconti e confessioni così intime e nascoste. E invece la BBC, che ha curato il programma in occasione della Settimana delle consapevolezza della salute mentale, ha avuto il coraggio e la determinazione di affrontare l’argomento. Danny Rose ha confessato di aver sofferto di depressione prima del Campionato del Mondo in Russia. Le cause, secondo il terzino inglese, erano da ricercare negli infortuni e nei lutti familiari che lo avevano scosso. La cosa più incredibile è un’altra:

“Stavo parlando con un altro club in estate e mi hanno chiesto di incontrarmi solo per verificare non fossi pazzo. Mi sono sentito arrabbiato e imbarazzato. Il mondo del calcio ha ancora molta strada da fare su come trattare la salute mentale”

Gli hanno fatto eco Peter Crouch e Thierry Henry, due giocatori che hanno segnato caterve di gol in Premier League. Il primo ha rivelato di aver avuto parecchie difficoltà con il proprio aspetto estetico, con il proprio corpo. Il campione francese, invece, ha dichiarato che lutti familiari e sconfitte sul campo – come nel Mondiale 2006 – hanno negativamente influito sulla propria salute mentale. Fino a perdere la gioia di giocare a calcio, a perdere il sorriso dopo ogni gol.

(Fonte: bbc.co.uk)

Navigando sul web si scoprono storie che non sembrano appartenere al mondo di un calciatore. Troppo spesso, infatti, dimentichiamo che anche loro sono esseri umani. E che il denaro non compra la felicità. Tra le tante realtà cui, forse,  non siete a conoscenza, le più note riguardano Bojan, il “nuovo Messi” finito nel baratro dell’oblio perché cresciuto, o fatto crescere, troppo in fretta; Andrés Iniesta, che all’età di 30 anni non aspettava altro che prendere una pasticca la sera e andare a dormire; Per Mertesacker, che per anni ha combattuto contro conati di vomito prima delle partite. E poi ancora, Pessotto, Di Bartolomei, Gascoigne, Carrick, Griffiths. Tutti uomini, prima che calciatori, che hanno fatto i conti con sé stessi e con i propri incubi.

LA BOLLA DI ORLANDO

La depressione è una sfumatura dell’essere umano, che in silenzio, senza che ce ne si renda conto, finisce per rapire il cervello, le emozioni, il cuore. È una patologia e come tale deve essere trattata e curata, a prescindere da chi ne soffra. E come abbiamo visto “siamo tutti esseri umani, non esistono supereroi, e ognuno combatte in silenzio la propria battaglia“. È un estratto di un bellissimo articolo scritto da Andrea Cassini nel 2018 per La Giornata Tipo, sito di riferimento per gli appassionati del basket e per i cultori della NBA.

Il titolo di suddetto pezzo è “I’m no superman“: un titolo emblematico. Viene raccontato ciò che è accaduto a Kevin Love nel 2017, quando nel bel mezzo di una gara contro Atlanta è vittima di un attacco di panico che lo obbliga a fuggire, a scappare dal parquet e a rifugiarsi in sé stesso. L’unica e più efficace soluzione è aprirsi, accettare i propri demoni. Ed è così che Kevin Love, campione NBA nel 2016 con i Cavs di LeBron James, è riuscito a superare i suoi tormenti.

Con molta più franchezza ha confessato i suoi problemi Demar DeRozan, oggi ala dei San Antonio Spurs, che ha affermato di conoscere bene la depressione e di aver maturato la consapevolezza di conviverci, perché è anche così che si cresce.

Nella “bolla di Orlando“, dove si concluderà la disgraziata stagione NBA 2019/20, hanno fatto riemergere il problema le parole di Paul George, giocatore dei Clippers.

“Qualunque cosa fosse, la bolla ha avuto la meglio su di me. Ultimamente mi sono sentito in un posto oscuro. Non ero davvero qui, ora me ne sono reso conto. Nelle ultime due partite ho vissuto momenti difficili. Poi son tornato ad ascoltare le persone attorno a me, un semplice saluto dai miei compagni e le cose sono migliorate. Ho sottovalutato la salute mentale. Avevo ansia, mi sentivo depresso. Gara 2, 3, 4: non mi sentivo lì”

(Fonte: sportfair.com)

Un aspetto sul quale l’NBA sta cercando di porre l’accento ogni giorno che passa. Doc Rivers, coach dei Clippers e di Paul George, ha insistito affinché ogni team abbia un consulente psicologico all’interno della bolla. Almeno fino alla fine dei Playoffs. La salute mentale è, per certi versi, ancora più importante di quella fisica. Va allenata e se non lo fai, o lo fai male, il rischio di perdersi nelle tenebre del proprio io diventa realtà. Tra i più visionari allenatori NBA troviamo Brad Stevens, 44 anni, guida tecnica dei Boston Celtics ormai da sette stagioni. Nel 2018 è stato il primo ad inaugurare uno spazio dedicato al benessere mentale del proprio team. Un paio di volte al mese un esperto fa visita alla squadra ed è anche in questo modo che Stevens è riuscito a gestire i Celtics, rendendo anno dopo anno la squadra sempre più competitiva, legata. Un collettivo che ha alzato l’asticella passo dopo passo. Se si allena la mente, il fisico risponde meglio. E se il fisico sta bene, anche i risultati finiscono per essere positivi.

“Sono stato fortunato a iniziare la mia carriera per Ely Lilly – azienda farmaceutica -. Quando lavori in un’azienda del genere ti rendi conto di quante persone ci sono “fuori controllo”. E queste persone vanno aiutate e dobbiamo incoraggiare le stesse persone che prendono antidepressivi e droghe a chiedere aiuto. La salute mentale è davvero importante per me”

Ci sono cose che sono molto più importanti di una vittoria, di un trofeo, di un titolo personale. Stare bene con sé stessi, ad esempio. Trovare il proprio equilibrio. Il mondo dello sport deve essere un punto di riferimento anche in questo ambito, nell’augurio che le storie di Ilicic, Buffon, Danny Rose, Kevin Love, Paul George e tutti gli altri possano essere d’aiuto, possano aiutare a sdoganare un’idea sbagliata insita nella nostra società. Siamo tutti essere umani. Siamo tutti Josip Ilicic, alla fine.

(Fonte immagine in evidenza: goal.com)