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Alla Ricerca del Diez

Sir Gianfranco, Diez umile dalla classe innata

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Si sa, la maglia Numero Dieci è associata al talento, alla capacità tecnica, alla classe di chi la veste. Spesso però a queste qualità si accompagna un certo tipo di atteggiamento snobistico, una difficoltà intrinseca nel correre senza palla: al diez la palla arriva, non deve andare a prendersela. Come se le eccelse doti tecniche in qualche modo possano legittimare un’attitudine distaccata nei confronti dei contrasti e della battaglia.

Il diez è spesso un Lord che non si sporca le mani, il lavoro duro lo lascia fare agli altri e noi, tifosi innamorati della bellezza di questo sport, quasi sempre glielo perdoniamo. Ecco, il diez di cui parleremo oggi non ha bisogno del nostro perdono, Gianfranco Zola è un lord (Sir, per la precisione), ha esaltato la bellezza calcistica in tutte le sue forme, ma non è mai stato alieno al fango, alla corsa e ai contrasti.

Zola, il fango, è andato proprio a cercarselo: ha scelto il campionato più duro e intenso d’Europa, la Premier League, dove la bellezza delle sue doti calcistiche ha trionfato in mezzo alle battaglie e alla fisicità del calcio inglese. Lui, alto nemmeno un metro e settanta, nato in un comune di 7 mila abitanti dell’entroterra sardo (Oliena), è diventato un’icona in una città che di abitanti ne fa 8 milioni, in un calcio dominato dai giganti.

Al Chelsea ha scelto la maglia numero 25, anche se Zola è un diez in tutto e per tutto: Gianfranco è stato una delle massime espressioni della Dieci che il nostro calcio ha prodotto negli ultimi trent’anni.

UN SARDO A LONDRA

Lo sguardo schivo, di chi rifugge le lodi e i riconoscimenti alle sue qualità. Una timidezza intrinseca, un’umiltà straordinaria se paragonata alla sua classe innata. Gli occhi scuri, scavati e profondi, tipici della sua terra. Metaforicamente Gianfranco Zola per il calcio ha rappresentato la Sardegna incontaminata, quella parte di isola genuina, umile e ancora intatta, che non ha niente da spartire con le serate milionarie alla bella vita della costa. Una terra bellissima e allo stesso tempo aspra, rude, all’apparenza chiusa in sé stessa, ma in realtà alle prese con una continua riflessione con le proprie radici. Un giocatore talentuoso, geniale e bello da vedere, ma allo stesso tempo umile e fedele alle proprie origini.

Capace, nonostante il suo metro e sessantotto di altezza, di saltare in cielo e superare un colosso come Zebina, per regalare alla sua squadra il pareggio in extremis contro la Juventus. Tutto questo, è bene ricordarlo, a quasi 40 anni.

Gianfranco Zola lascia la sua terra a 23 anni, quando viene notato in C1 da Luciano Moggi, che lo acquista dalla Torres e lo porta a Napoli per fare la riserva di Maradona. Al primo anno vince subito lo scudetto, ma ovviamente rimane all’ombra di Diego che però, quando abbandona il Napoli, gli lascia in eredità la sua maglia Numero 10, consigliando alla dirigenza partenopea di puntare su di lui.

Dopo quattro anni, 105 partite e 32 gol, il Parma lo acquista per 12 miliardi di lire, e in Emilia il trequartista sardo trova la sua consacrazione vincendo Coppa UEFA e Supercoppa UEFA. Come si diceva prima però, la carriera di Gianfranco Zola è stata segnata dai sette anni al Chelsea, durante i quali The Magic Box è riuscito a conquistare il rispetto e l’affetto di una nazione intera. La Regina Elisabetta lo ha anche insignito del titolo di baronetto, facendolo diventare nel 2004 Member of The British Empire.

Perché Gianfranco Zola oltre che talentuoso era anche estremamente corretto, un Sir appunto. Lo dimostra l’immensa tristezza provata al Mondiale americano quando si vide sventolare in faccia il cartellino rosso, per un fallo neppure commesso. La tristezza di chi subisce un’ingiustizia, ma non è abituato a far polemica, e decide di soffrire per conto suo.

Con la rabbia nel cuore, si piega sulle ginocchia e scoppia in lacrime. Saranno gli unici dodici minuti giocati da Zola in un Mondiale.

Ci penserà poi Roberto Baggio a rimettere in piedi quella partita. In nazionale Zola non ha lasciato un ricordo indelebile, per lui appena 35 presenze e 10 gol. Chiuso nel suo ruolo proprio da Baggio e da Del Piero, nelle sue poche apparizioni è riuscito comunque ad esaltare la bellezza del calcio anche con la maglia azzurra.

Indovinate dove? Sì, proprio a Wembley, nel tempio del calcio inglese.

Perché nonostante i primi ottimi anni tra Napoli e Parma, si può dire che calcisticamente Zola sia più legato all’Inghilterra che all’Italia, in un continuo confronto tra le sue umili e solide radici e l’approdo in una città cosmopolita e aperta sul mondo, tra una dote innata nel trattare il pallone e la volontà di non eccedere, mai.

LA BELLEZZA DEL DIEZ IN OGNI SUA FORMA

Come si diceva prima, Zola la maglia Numero 10 l’ha indossata al Napoli, al Parma e al Cagliari, ma non al Chelsea, dove aveva la Numero 25, maglia mai più richiesta da nessun giocatore dei Blues. In realtà però il folletto sardo era un diez puro, uno dei migliori della sua generazione, capace di esaltare la bellezza del calcio come pochi hanno saputo fare.

Gianfranco Zola, con la maglia numero 25, è stato un diez imprendibile nello stretto ed estremamente abile nel dribbling. Quando umiliava gli avversari, non lo faceva per strafottenza, ma solo per utilità. In questa giocata contro il Liverpool si vede tutta la bellezza di Gianfranco Zola: un tocco della palla elegante unito alla fisicità tipica di chi ha il baricentro basso, un colpo di genio eccezionale unito alla testardaggine nel voler mantenere il contatto con la palla:

È stato però anche un diez geniale nella capacità di mandare i compagni nello spazio, nell’abilità di trovare spiragli dove gli altri, generalmente, vedono muri. In questa occasione come una scheggia impazzita si avventa sulla palla e la recupera (altro che snob), resiste alla carica del difensore, e manda in porta il suo compagno di squadra:

Se non bastasse, è bene ricordare che Zola sapeva anche calciare le punizioni, come ogni diez che si rispetti. Forse non tutti lo sanno, ma con 20 realizzazioni è quinto nella classifica di sempre della Serie A in quanto a punizioni segnate. Considerando che gli anni migliori della sua carriera li ha passati in Premier, non è una brutta posizione:

Nel 2011, a 45 anni, insegnava ai ragazzi del Chelsea come si fa a metterla all’incrocio. La loro reazione dopo averlo visto all’opera è impagabile:

 

Gianfranco Zola è stato quindi un diez totale, pur avendo indossato la maglia Numero 25 nei suoi anni a Londra. Abilità tecnica, controllo del pallone sopraffino, velocità nel dribbling e piede fatato; il tutto accompagnato da una corsa costante, da un’ottima capacità nel difendere la palla e da un’aggressività feroce nel volerla recuperare.

BACK HOME

Se tutto questo non è bastato, è bene aggiungere un ultimo tassello a questo ritratto, affinché la completezza di questo diez risulti limpida ed evidente.

La sua carriera infatti, come accade ai grandi campioni, è continuata fino all’ultimo momento possibile. E così, dopo esser diventato una bandiera del Chelsea ed aver ricevuto in tutta Inghilterra le lodi che forse non gli sono state tributate in Italia, ha deciso di tornare nella sua terra. Nel 2003 va a giocare in Serie B con il Cagliari, e lo trascina immediatamente alla promozione nel massimo campionato. Durante la stagione successiva, che sarà anche l’ultima, all’età di 39 anni totalizza 37 presenze e 13 gol tra Serie A e Coppa Italia.

Già troppe parole sono state spese per descrivere Gianfranco Zola, e nessuna di queste è riuscita a rendere a pieno la completezza di questo diez, talentuoso e feroce, elegante e battagliero, illuminante ed umile.

Meglio dunque lasciar parlare lui con questa giocata realizzata durante la partita con la Juventus, probabilmente la migliore della sua ultima annata in Serie A:

 

Un ringraziamento speciale agli amici di “Riserva di lusso” per la grafica del protagonista di oggi.

 

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Alla Ricerca del Diez

Mario Kempes, l’eroico Diez di Argentina ’78

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Il Numero Diez è il simbolo di tutti quei giocatori che, grazie alle loro magie e ai loro numeri irripetibili, hanno fatto innamorare milioni e milioni di tifosi sparsi per tutto il mondo. Non è da tutti scegliere questo numero, la pressione e il peso che porta è notevole, in quanto chi lo indossa decide di prendersi la responsabilità di guidare il proprio reparto offensivo. Il Sud America, in particolare Argentina e Brasile, è fertile terra per la nascita di questi talenti unici. Per la Seleção sovvengono i vari Pelè, Rivellino, Zico, Rivaldo, Ronaldinho, Neymar e molti altri; invece l’Albiceleste vanta, su tutti, Maradona e Messi. Questi due giganti inarrivabili, però, mettono spesso in ombra altri Diez argentini, come Mario Alberto Kempes, l’uomo della prima storica vittoria argentina di un Mondiale.

LA GIOVENTÙ

Kempes nasce il 15 luglio 1954 da una famiglia di umili origini a Bell Ville, città a 500 km da Buenos Aires, situata nella provincia di Cordoba. Il padre oltre che a svolgere il mestiere del carpentiere, fu anche un calciatore dilettantistico e, affascinato e colpito da ciò, il giovane Mario, all’età di 9 anni, iniziò a muovere i primi passi nel mondo del pallone. Il suo talento, nettamente superiore a quello degli altri ragazzini, è presto notato e, già a 13 anni, veste il rossoblù della più prestigiosa squadra locale, il Talleres de Bell Ville. Nel 1972 cambia casacca e si trasferisce all’Instituto di Cordoba. La cessione avvenne con un curioso retroscena, ovvero una scommessa tra i presidenti delle due squadre coinvolte, Tossolini del Talleres e il biancorosso Petraglia. Il primo, sicuro delle abilità del suo giovane talento, affermò: “Se alla prima amichevole non segna entro 15 minuti te lo cedo gratis, se invece segna entro i 15 minuti fissiamo un prezzo per il ragazzo”. Finale della storia? Kempes segnerà il primo dei suoi quattro gol in quella partita al 14’ e sarà ceduto per 3 milioni di pesos.

IN RAMPA DI LANCIO

Il palco offerto dall’Instituto, ormai, era troppo piccolo per Kempes, che stava diventando un importante attore della scena sudamericana e che, ben presto, avrebbe varcato le più importanti scene mondiali. Infatti, il soggiorno a Cordoba durò solo un anno e, finita la stagione 1972-1973, si trasferì al Rosario Central. Cambia la maglia, ma non cambia la sostanza. L’esordio arriva il 22 febbraio 1974 contro il Gimnasia la Plata e, in quella stagione, segna 25 volte nel Campionato Nacional, laureandosi capocannoniere della competizione. Kempes, con la sua velocità prorompente e il tiro devastante, incanta tutta l’Argentina, tanto da guadagnarsi il soprannome di El Matador. Nessuno non può non notare e restare indifferente di fronte alle sue prodezze, ha convinto tutti anche il CT Vladislao Cap, che decide di convocarlo per il Mondiale di quell’anno tenutosi in Germania Ovest. Il popolo argentino nutriva le migliori aspettative ed più che mai era colto da un gioioso fremito, dato che la propria nazionale non si qualificò all’edizione di Messico ‘70, non essendo andata oltre il pareggio contro il Perù di Cubillas.

Il girone 4 era formato da Argentina, Polonia, Italia e Haiti. L’inizio non è assolutamente dei migliori, infatti dopo appena 9 minuti gli europei conducono per 2 a 0. Invano l’Argentina tenterà di riaprire il match per 2 volte, di cui una grazie a un assist di Kempes in favore di Heredia. Il cammino dell’Albiceleste prosegue con un pareggio contro l’Italia per 1 a 1 e una schiacciante vittoria per 4 a 1 ai danni di Haiti, che consentono ai sudamericani di passare il girone come seconda. I pessimi presagi iniziali furono confermati dalla fase successiva, nella quale la squadra di Cap venne surclassata dalle rivali, ovvero Paesi Bassi, Brasile e Germania Ovest. Johan Cruijff e compagni impartirono una lezione di calcio; infatti, la partita terminò con un sonoro 4 a 0, dove i sudamericani, a stento, tirarono una sola volta verso la porta avversaria.

Le due partite seguenti mostrarono nuovamente l’assenza di gioco da parte dell’Argentina, che, però, riuscì almeno a totalizzare un risultato utile, ovvero il pareggio contro i tedeschi grazie alla magistrale prestazione del portiere Fillol e al gol di Houseman, nato da uno spunto di Kempes. Terminata l’infelice spedizione, furono apportati dei cambi, su tutti l’esonero del CT, ritenuto come il maggior colpevole della disfatta in Germania. Una volta tornato in patria, però, nella mente del Matador non balenava minimamente l’idea di abbattersi e continuò a trascinare il Rosario Central a suon di gol.

VALENCIA

Le prestazioni, i gol e il titolo di capocannoniere del Campionato Metropolitano del 1976 sono davanti agli occhi e sulla bocca di tutti. Chiunque veda giocare Kempes si innamora delle sue qualità e ne rimane stupito, in particolare a provare ciò è la leggenda Alfredo Di Stéfano, all’epoca allenatore del Valencia. Così, dopo 100 partite e 89 reti messe a segno per le Canallas (“canaglie”), vola in Europa, alla corte della storica leggenda del Real Madrid. Se il primo anno è più di ambientamento al calcio spagnolo, i seguenti sono il simbolo della definitiva consacrazione, Kempes, infatti, è il Pichichi (capocannoniere della Liga) del ‘77 e del ‘78. Nel 1979 trionfa in Coppa di Spagna e nel 1980 può finalmente vincere qualcosa a livello europeo con i Murcielagos (pipistrelli), ovvero la Coppa delle Coppe. La finale contro l’Arsenal si disputò a Bruxelles e terminò solo ai calci di rigore, scaturito da un punteggio rimasto fisso sullo 0 a 0 fino al 120’. Ad aprire la serie fu proprio Kempes, che, presa la solita rincorsa fino fuori dall’area, calciò con forza il pallone. Questa volta, però, il mancino non fu letale, infatti la traiettoria fu pressoché centrale e venne intercettata dal portiere dei Gunners, Patrick Jennings. Il Valencia, nonostante ciò, vinse l’incontro, grazie alle parate di Carlos Santiago Pereira su Brady e Rix. Questa vittoria comportò anche la possibilità di giocarsi un altro trofeo intercontinentale, ovvero la Supercoppa Europea. Gli spagnoli affrontarono nuovamente una squadra inglese, il Nottingham Forrest di Clough, e, come accaduto qualche mese prima, alzarono la coppa al cielo.

SULLA VETTA DEL MONDO

Le prime due stagioni in Spagna diedero occasione a Kempes di apprendere nuove tecniche e schemi, che gli servirono per migliorare fino a diventare un vero e proprio cecchino letale, come oggi è noto a noi tutti. Nonostante ciò, il palmarès era piuttosto scarno, in quanto aveva vinto diversi riconoscimenti individuali, ma neanche un trofeo. Nel 1978, però, l’occasione si presentò alla porta ed era troppo ghiotta per non essere sfruttata. In quell’anno, infatti, i Mondiali si sarebbero tenuti in Argentina. Con l’esonero di Cap nel ‘74, il ruolo di commissario tecnico fu affidato a César Luis Menotti, che rivoluzionò lo stile di gioco e spinse Kempes ad accettare il peso che tutti i bambini sognano: la maglia numero 10. Era iniziata una nuova era. I presupposti per fare bene e per arrivare in fondo alla competizione c’erano e, inoltre, l’Albiceleste non poteva permettersi di deludere nuovamente i tifosi, era in debito dopo l’esclusione di 8 anni prima e la pessima figura fatta in Germania. La strada non era in discesa, tutt’altro, infatti i padroni di casa furono sorteggiati nel girone con Ungheria, Francia e Italia.

In queste prime tre partite Kempes non lascia il segno come previsto, le discrete prestazioni, complici anche le avversarie, non gli permettono di esprimere quanto gli era nelle corde. Dopo le prime due vittorie, entrambe per 2 a 1, contro Ungheria e Francia, a far vacillare le sicurezze degli argentini furono gli Azzurri, che trionfarono grazie alla rete di Bettega. Con 4 punti totalizzati, l’Argentina passò come seconda e fu sorteggiata nel secondo girone con Polonia, Brasile e Perù. Ora le cose erano serie, era giunta la fase finale, le ultime tre partite che avrebbero deciso chi si sarebbe giocato la partita valida per l’assegnazione del trofeo tanto bramato. La prima partita era contro l’unica nazionale europea, la Polonia di Boniek e Lato. In questa partita Kempes confermò il motivo del suo soprannome, 2 reti segnate, la prima al 16’ e la seconda al 72’; decisivo anche il rigore parato a Denya da parte di Fillol. I fantasmi del passato, della sconfitta per 3 a 2 della passata edizione erano scacciati e ora l’Albiceleste era pronta ad affrontare i rivali di sempre i Verdeoro, che avevano già vinto la competizione per 3 volte. La partita terminò a reti bianche, il passaggio del turno era ancora conteso tra tre nazioni, Argentina, Brasile e Polonia, ma solo una avrebbe potuto avanzare fino alla finale. Le due sudamericane erano entrambe a quota 3 e, nel caso avessero vinto entrambe, il passaggio del turno sarebbe dipeso dagli scontri diretti, invece le Aquile bianche dovevano battere la Seleção e sperare in un miracolo da parte del Perù. La nazionale di Menotti, però, non avvertì alcun tipo di pressione in quella partita, e uscì vittoriosa dal campo con il risultato di 6 a 0, grazie alle doppiette di Kempes e Luque e ai gol di Tarantini e Houseman.

L’ultima squadra da battere per aggiudicarsi il titolo erano i Paesi Bassi. Gli Oranje che nell’ultima edizione avevano annichilito la nazionale argentina, rifilandole un sonoro 4 a 0. Il Monumental, con spalti gremiti di tifosi muniti di striscioni, bandiere e coriandoli, è la cornice designata a offrire un match che farà la storia del calcio. Verso la fine del primo tempo, Kempes mette a segno la sua quinta rete nel torneo, in seguito a una veloce incursione nell’area di rigore avversaria. Nel secondo tempo la partita va verso un’unica direzione, l’Olanda domina in lungo e in largo, tantoché trova la via del gol grazie al colpo di testa del subentrato Dick Nanninga all’81’ e, 9 minuti più tardi, colpisce il palo, sfiorando una  clamorosa vittoria in extremis. I supplementari decideranno chi, per la prima volta nella sua storia, sarà campione del mondo. Nei supplementari non succede nulla di eclatante, fino al 105’, quando una mischia favorisce Kempes che scaraventa il pallone in fondo alla rete. Gli argentini archiviano definitivamente la pratica al 115’, grazie alla rete di Bertoni, servito dal Diez. Il capitano Daniel Passarella può alzare la coppa al cielo davanti ai suoi connazionali, che non possono più contenere la gioia e, in un clima patriottico, abbandonano i pensieri legati alle sofferenze patite per festeggiare.

GLI ULTIMI ANNI

Nel 1981, lascia la Spagna e torna in Argentina, al River Plate, dove giocherà nello stadio che 3 anni prima gli ha regalato il trofeo più importante. Coi Millonarios vince il Campionato Nacional, interrompendo l’egemonia del Boca Juniors di Maradona. Terminata la stagione in Argentina, gli infortuni iniziano a colpire ripetutamente Kempes, che, di conseguenza, non riesce a essere incisivo come un tempo. A causa dei problemi finanziari del club argentino, torna in Spagna per 4 anni, 2 anni al Valencia, diventata squadra da metà classifica, e gli altri 2 all’Hércules, neopromossa in Liga. Partecipa, senza particolari alti, anche a Spagna ‘82, con la maglia numero 11, in quanto, di sua volontà, aveva consegnato la Diez a Diego Armando Maradona. In seguito alla retrocessione dell’Hércules, milita in diversi club austriaci: il First Vienna, il St. Pölten e, infine, il Kremser. Dice addio al calcio 3 volte. La prima nel 1993 con un’amichevole tra Valencia e PSV e nel ‘95 gioca, sempre un’amichevole, tra Rosario Central e Newell’s Old Boys. Il ritiro definitivo avviene l’anno seguente, nel 1996, a 42 anni, quando ricopriva il ruolo di allenatore-giocatore per il Pelita Jaya, in Indonesia. Appesi gli scarpini al chiodo, intraprende in un primo momento la via dell’allenatore e, in seguito, quella del commentatore sportivo.

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Chi è Zeno Debast, il nuovo talento belga scuola Anderlecht

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CHI È ZENO DEBAST, IL NUOVO TALENTO BELGA SCUOLA ANDERLECHT, con già 21 partite con la prima squadra dei biancomalva. Zeno Debast, classe 2003, è nato e cresciuto tra le fila del club dell’omonima città e si è conquistato col tempo il suo spazio. La nazionale del Belgio ha messo nel mirino la manifestazione mondiale in Qatar nel 2022, consapevole che potrebbe essere “l’ultimo ballo” di una generazione di calciatori. Da Lukaku ad Hazard, da De Bruyne a Mertens. Tra queste colonne portanti, sbucano anche alcune nuove leve, che si propongono di ricevere l’eredità di questi campioni.

Zeno Debast potrebbe essere una di queste nuove leve. A soli 18 anni è passato dall’essere una brillante promessa ad una solida certezza del suo club. Sotto la guida di Felice Mazzù, un tecnico che ha dimostrato di saper valorizzare i giovani, può continuare a crescere e migliorare.

Roger Martinez, c.t. dei Diavoli Rossi, ha deciso di dargli fiducia, dopo l’ottimo inizio di stagione. E ieri, nella sfida di Nations League contro il Galles, Debast è sceso in campo dal 1′ nella linea a tre di difesa, completando il terzetto con Alderweireld e Vertonghen. Per lui si è trattato dell’esordio assoluto con la nazionale maggiore.

CONOSCIAMOLO MEGLIO

Zeno Debast è un solido difensore, dal fisico slanciato, rapido e agile, seppur con una muscolarità ancora da sviluppare. Con l’Anderlecht gioca nel ruolo di difensore centrale: più frequentemente braccetto di destra nella linea a tre; anche se a volte come centro-destra in una difesa a quattro. In fase difensiva garantisce buona copertura, ottime abilità in marcatura sull’uomo, garanzie sul gioco aereo ed una presenza fisica importante. Si destreggia anche in fase offensiva, dove sfrutta le sue grandi abilità per via aere, fungendo da minaccia per i portieri avversari.

Tuttavia il suo punto di forza rimane indubbiamente la sua abilità palla al piede. Difensore centrale con indole da regista e tocco educato, è un ottimo fulcro sul quale poggiarsi per imbastire la manovra e possiede grandi abilità di passaggio, sia nel lungo che nel corto. Ambidestro naturale, spesso è lui l’uomo designato ai calci piazzati, quando gioca nell’Anderlecht. Una scelta saggia, se si pensa che sui corner il club rinuncia ad un ottimo colpitore come lui. Talvolta, è stato anche utilizzato come centrocampista difensivo davanti alla difesa, con ruolo di regia.

Deve sicuramente migliorare dal punto di vista delle letture preventive e nella prestanza fisica, che non gli garantisce ancora sicurezze nei duelli spalla contro spalla o nei contrasti fisici. Ma a 18 anni, l’impressione è che sia sulla strada giusta per fare bene.

PROSPETTIVE FUTURE

L’Anderlecht, ma in generale l’intera Jupiler Pro League, è una vera e propria fucina di talenti per i maggiori campionati europei. Tra le fila dei biancomalva sono cresciuti alcuni dei più grandi calciatori belga della storia. E, negli ultimi anni, il club non disdegna neanche le giovani promesse estere, da coccolare e far crescere, arricchendosi. Basti vedere che la squadra di Mazzù in attacco ha due delle maggiori promesse classe 2002: l’italiano Sebastiano Esposito ed il portoghese Fabio Silva.

Zeno Debast potrebbe essere l’ultimo nome sulla lista dei talenti costruiti dall’accademia della squadra belga. Le prospettive, almeno in queste prime uscite in stagione da protagonista, conducono verso quella strada. L’Anderlecht vorrà, comprensibilmente, tenerlo per sè ancora per un po’. Anche perchè finora, Debast ha fatto vedere ottime prospettive e larghi margini di miglioramento, ma niente di concreto. Sembra, dunque, difficile che a fine anno possa arrivare già una sostanziosa offerta da parte di una squadra più quotata.

Tuttavia, se da qui a 18 o 24 mesi Debast dovesse confermare quanto di buono promette, trattenerlo in Belgio sarebbe difficile. Sia perchè, come detto, spesso il campionato belga funge da rampa di lancio per i giovani talenti. Sia perchè, probabilmente, sarebbe lo stesso Anderlecht a lasciarlo andar via, seppur a malincuore, incassando una lauta cifra, da reinvestire.

La duttilità tattica di Debast lo pone come un ottimo profilo per una squadra che propone un calcio cosciente e ragionato. Nei cui schemi tattici, il classe 2003 possa essere un protagonista di primo livello.

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El ultimo Diez dell’Uruguay: chi è Forlan?

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Forlan

Se si gira per le strade di Montevideo e si cita il nome di Diego Forlan è impossibile che non venga in mente quell’Uruguay che, nel 2010, è andato vicino a vincere il Mondiale. L’ultimo numero dieci uruguaiano degno di nota, uno di quei giocatori che con il pallone poteva fare di tutto, soprattutto le magie. A testimoniarlo sono le giocate, le vittorie, i gol che, soprattutto con l’Atletico Madrid, hanno fatto esultare migliaia di tifosi. La Cachavacha, soprannome dato a lui data la somiglianza con la celebre strega dei cartoni animati del suo paese, oltre ad essere stato un grande giocatore è anche una persona di tutto rispetto. Forlan è membro fondatore della Fundación Alejandra Forlán, la quale è guidata da sua sorella minore, dove si esprime sui pericoli della guida pericolosa.

FORLAN, IL SUPEREROE DELL’URUGUAY

Diego Forlan Corazzo nasce a Montevideo, capitale dell’Uruguay, il 19 maggio 1979. El Rubio è figlio e nipote d’arte. Il padre era un terzino del Peñarol e poi del San Paolo, mentre il nonno era una colonna dell’Independiente negli anni trenta.

Diego prima di avvicinarsi al pallone si diletta con il tennis. In questo sport, a differenza del calcio dove il suo piede forte era il destro, era mancino. All’età di dieci anni si avvicina al futbol giocando prima nelle giovanili del Danubio e poi in quelle del Penarol.

Dopo non aver superato qualche provino in Europa il giovane fantasista uruguaiano firma con l’Independiente di Avellaneda. Con i Diablos Rojos si farà notare a livello internazionale. Con quest’ultimi, in 80 partite, segnerà 37 gol.

ALLA SCOPERTA DEL VECCHIO MONDO

Nell’inverno 2002 Forlan vola in Europa dato che venne acquistato dal Manchester United di Sir Alex Ferguson. Con la maglia dei Red Devils, data la presenza di altri campioni, l’uruguaiano fa molta fatica. Con quest’ultimi, in 97 partite, colleziona 17 gol e 9 assist. Dato l’arrivo di Wayne Rooney in squadra, nel settembre 2004, viene venduto dato che non avrebbe avuto tanto spazio in rosa.

Viene ceduto al Villareal e con quest’ultimi regala tante magie e prestazioni degne di nota che fannoo entusiasmare i tifosi del Submarino Amarillo. Con loro raggiunge diversi traguardi societari ed individuali. Nella stagione 2004-2005 la squadra con sede nella provincia di Castellón conclude il campionato con il terzo posto, qualificandosi in Champions League per la prima volta nella storia del clubIn questa stagione, l’attaccante dell’Uruguay, Forlan, vinse il trofeo Pichichi con 25 reti in 36 giornate. Inoltre vinse la Scarpa d’oro assieme a Thierry Henry. Nel 2005-2006 il Sottomarino Giallo raggiunge, in Champions, le semifinali (dove vengono eliminati dall’Arsenal).

Nel calciomercato estivo del 2007 viene ceduto all’Atletico Madrid per circa 21 milioni di euro. Assieme all’argentino Sergio Aguero, Diego, forma uno dei due offensivi più pericolosi ed emozionanti d’Europa. Nella stagione 2008-2009, Forlan, “el ultimo diez del Uruguay“, vince il premio Pichichi, con 32 reti in 33 partite. Inoltre vinse, per la seconda volta, la Scarpa d’oro. Nella stagione successiva, non iniziata benissimo dai Colchoneros, Forlan è uno degli uomini chiave che porterà, a fine stagione, alla vittoria dell’Europa League dell’Atleti.

Nell’agosto 2011 viene acquistato dall’Inter per sopperire alla partenza di Samuel Eto’o. Con la maglia dei nerazzurri, per colpa anche dei diversi infortuni che lo hanno tenuto fuori, non riesce a convincere. In 20 partite colleziona solo 2 gol e 3 assist, troppo poco per un giocatore del suo calibro. Conclusa la stagione, all’apertura del mercato, rescinde il proprio contratto. 

FINE CARRIERA E OGGI

Dopo l’esperienza italiana, si trasferisce ai brasiliani dello Sport Club Internacional. Con quest’ultimi, in 42 partite giocate, segna 13 gol e fornisce 4 assist. Nel gennaio 2014 rescinde dall’accordo con la società.

Dopo essersi svincolato dai brasiliani, si trasferisce alla squadra giapponese Cerezo Osaka. Nel giugno 2015 rescinde il contratto con la società. Con loro segna, in 51 gare, 19 gol ed ha fornito 5 assist per i suoi compagni di squadra.

Il 9 luglio 2015, Forlan, ritorna, finalmente, in Uruguay.  In patria veste, dopo 21 anni, la maglia del Peñarol. Con i gialloneri, in 34 partite giocate, colleziona 8 gol e 13 assist

Dopo aver vestite diverse maglie in giro per il mondo, tra cui quella dei Mumbai City e Kitchee, il 7 agosto 2019 annuncia il suo ritiro dal calcio giocato.

Attualmente è un allenatore.

Diego Forlan è stato uno dei calciatori più iconici della sua generazione che, tra club e Uruguay, ha collezionato ben 701 partite. In quest’ultime il fantasista ha regalato giocate, emozioni, gol (259), assist (89) e momenti che hanno fatto entusiasmare tantissime persone. In patria dicono che lui è stato l’ultimo Diez uruguaiano e dato tutto quello che lui ha fatto, difficilmente, nascerà un giocatore come lui.

 

 

 

 

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Martin Palermo, l’uomo dai gol impossibili

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Se si parla del Boca Juniors è impossibile non citare il nome di una leggenda Azul y Oro come è stato quello di Martin Palermo. Quest’ultimo, conosciuto in patria come “el hombre de los goles imposibles” (l’uomo dai gol impossibili), è ricordato, per sua sfortuna, solo come “colui che ha sbagliato tre rigori nella stessa partita“, ma è stato solo quello? Stiamo parlando di un giocatore da 162 reti e 38 assist in 364 partite, del miglior marcatore di sempre dei Xeneizes, di uno dei calciatori argentini più iconici di tutti i tempi. Andiamo a scoprire meglio quel giocatore particolare come Palermo, un giocatore che del fegato faceva la sua arma migliore. Ci voleva fegato nel segnare i suoi gol, ma ce ne voleva tanto anche nel farsi fotografare vestito da donna dai giornali nel tentativo di condannare l’ambiente maschilista come quello del calcio.

GLI INIZI

Martin Palermo nasce a La Plata, città capoluogo della provincia di Buenos Aires, il 7 novembre 1973 da una famiglia di origine italiana, più precisamente siciliana. Martin si avvicina al mondo del calcio sin da bambino e, dopo essersi fatto valere nelle giovanili, debutta nel 1992 con la maglia dell’Estudiantes de La Plata nel campionato argentino. Dopo i suoi inizi con la maglia dei Los Pincharratas, con i quali in 99 partite (5 stagioni) segna 27 gol, si trasferisce, nel 1997, al Boca per circa 4 milioni di euro. Tale acquisto non fu ben accolto dai tifosi i quali ritenevano la somma spesa fin troppo alta per un ragazzo che, nonostante il suo ruolo da attaccante, aveva segnato così poco. Proprio quest’ultimi, però, dovranno ricredersi molto velocemente perché davanti a loro avevano il giocatore che segnerà più gol per la loro squadra.

PALERMO AL BOCA JUNIORS, L’INIZIO DI UNA LEGGENDA

“Boca es grande por su gente no por los jugadores”

Con la maglia del Boca Juniors la sua carriera ha la svolta. L’attaccante segna tantissimo e fa esultare tanto i suoi tifosi. Basti solo pensare che, nel 1998, viene premiato con il Pallone d’oro sudamericano. Grazie alle sue prestazioni da cecchino dell’area di rigore “el señor de los gritos imposibles, el hombre que no le teme al ridículo” il Boca vince nel 2000 la Coppa Libertadores battendo ai rigori il Palmeiras. Sempre nello stesso anno, grazie ad una doppietta in finale, la sua squadra batte il Real Madrid nella Coppa Intercontinentale. Grazie ai suoi gol si aggiudica il premio come miglior giocatore della manifestazione. Con il Boca Juniors, nella sua prima avventura, Palermo vince il campionato d’Apertura nel 1999, nel 2000 e quello di Clausura nel 1999.

ALLA SCOPERTA DELLA SPAGNA

Grazie alle sue prestazioni con il Boca Juniors, Palermo attira l’attenzione di numerosi grandi club europei. Nel 1999 è molto vicino a trasferirsi alla Lazio, addirittura il trasferimento venne ufficializzato dal club argentino, ma a causa di un grave infortunio ai legamenti l’affare salta. Nel 2001 il suo cartellino viene acquistato per circa 7 milioni di euro dal Villareal. Con quest’ultimi resterà fino al 2003, collezionando 18 gol. Tra il 2003 e il 2004 gioca, con scarsi risultati, nel Betis Siviglia e nell’Alavés.

RITORNO AL BOCA E FINE CARRIERA

Palermo, nel 2004, ritorna al Boca Juniors, dove è uno degli idoli dei tifosi. Nella sua seconda permanenza, ha vinto con gli Xeneizes il campionato di Apertura del 2006 e la Coppa Libertadores 2007. Nell’agosto 2008 subisce un grave infortunio, la rottura dei legamenti del ginocchio destro, che lo costringerà a uno stop di circa 6 mesi. Il 15 maggio 2011 segna contro il River Plate nel suo ultimo Superclasico. Il 18 giugno 2011, dopo 20 anni di carriera, “El Titan de los goles imposibles” annuncia il suo ritiro dal calcio giocato.

COLOMBIA-ARGENTINA, QUELLA SERATA MALEDETTA

Se si parla di Martin Palermo, se da una parte vi è la gloria con il Boca Juniors dall’altra vi è la disfatta con l’Argentina. Soprattutto in quella serata maledetta del 1999 dove l’attaccante argentino è riuscito nell’impresa di sbagliare tre rigori nella stessa partita. I suoi si sfidavano contro la Colombia in una partita di Coppa America vinta da Los Cafeteros 3 a 0. In quella partita l’arbitro concesse 5 rigori: gli altri due alla Colombia, che ne realizzò solo uno.

Con la maglia dell’Albiceleste Palermo segnerà 9 gol in 15 partite disputate.

 

 

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