Esiste un posto nel mondo dove il calcio, anzi il fútbol, assume una dimensione sacra, speciale, unica: quel luogo è il Sud America, terra lontana ma estremamente affascinante. In America Latina si vive il calcio in modo diverso, ed è anche per questo che ognuno viene etichettato con un soprannome, un apodo, che rimane per sempre. Questa tradizione, anzi, una vera e propria arte, raggiunge la sua massima espressione in Argentina.

Tra i tanti apodos che si possono distinguere ci sono quelli che vengono assegnati perché appartenenti al padre, una sorta di eredità. Juan Sebastián Verón è La Brujita, la streghetta, perché suo padre veniva chiamato La Bruja. Gonzalo Higuaín è soprannominato Pipita, suo papà era un roccioso difensore centrale e veniva chiamato Pipa, per via di un naso abbastanza importante. Diego Pablo Simeone ha uno dei soprannomi più particolari: Cholo deriva dal termine azteco ‘Xoloitzcuintli’, letteralmente un miscuglio di razze. E suo figlio non poteva non chiamarsi Cholito. Ariel Ortega è per tutti El Burrito, perché suo padre José era El Burro, cioè l’asino. Ecco, gli animali svolgono un ruolo fondamentale nel mondo degli apodos e ce ne sono di tutte le specie.

Leo Messi è la pulga, scontato spiegare il perché. Claudio López è El Piojo, il pidocchio, proprio perché era un attaccante piccolo e agile, sempre pronto a dare fastidio alle difese avversarie. Forse uno degli apodos più azzeccati di sempre. Lucas Pratto, ex-Genoa, è conosciuto in Italia come El Camelo, per via del suo modo di correre ingobbito. In Argentina, però, rimane per tutti El Oso, l’orso. Javier Saviola è stato ribattezzato El Conejo, il coniglio, per via dei suoi denti sporgenti. El Toro è un soprannome molto comune, in passato è stato affibbiato all’attaccante del River Plate Fernando Cavenaghi e al difensore del Napoli Campagnaro. Adesso dovrà pensarci il nerazzurro Lautaro Martínez ad onorarlo. Il famoso vice allenatore di Simeone, Germán Burgos, è sempre stato El Mono, cioè la scimmia. Come portiere, più che una scimmia, era un vero e proprio cavallo matto. In panchina, nelle vesti di allenatore in seconda, è l’unico che potrebbe far scoppiare una guerra mondiale da un momento all’altro.

Un frame di quando il Mono perse la testa. Era un Atletico-Real di qualche anno fa, ci vollero circa una decina di persone per portarlo fuori dal campo. Chissà che sensazioni ha provato l’arbitro Carlos Delgado Ferreiro in quel momento

Gonzalo Martinez del River Plate è El Pity, soprannome che proviene dal pititorra, un uccellino originario della sua città, Mendoza. E poi ancora: El Raton Ayala, El Puma Emanuel Gigliotti, la Pantera Gustavo Bou, la Galina Maxi López, l’Orca Mercado, e tanti altri.

C’è chi, invece, fin dalla tenera età viene chiamato con un nomignolo affettuoso dai propri genitori e questo apodo rimane nel tempo. E’ il caso di Javier Zanetti, detto Pupi, ribattezzato poi dai tifosi nerazzurri El Tractor. Un’altra leggenda nerazzurra, Esteban Cambiasso, veniva chiamato Cuchu. Stesso caso per Alejandro Gómez, chiamato dalla mamma con il dolce appellativo di Papuchi, poi negli anni diventato Papu.

Cristian Pavón è uno dei talenti più splendenti del calcio argentino e da piccolo veniva chiamato dagli amici Kichan, perché non riuscivano a pronunciare correttamente il suo nome. Più particolare la storia di Ezequiel Lavezzi, che da bambino possedeva un cane, chiamato Pocholo. Un giorno il fedele amico a quattro zampe muore e il fratello maggiore decide di ‘trasferire’ il nome ad Ezequiel. Il motivo? Era sempre tra i piedi come quel cane e con il tempo è diventato Pocho.

Altri apodos molto comuni sono quelli legati all’aspetto fisico. Per esempio, se sei magro non puoi non essere El Flaco, come César Luis Menotti e Javier Pastore. Ángel Di María era molto magro e aveva le gambe sottilissime, per questo è El Fideo, lo spaghetto. Antonio Mohamed, attuale allenatore del Celta Vigo, per via della sua pelle olivastra, è soprannominato El Turco. Per rimanere in tema allenatori, Jorge Sampaoli è El Hombrecito, per il suo fisico minuto.

Matías Almeyda, ex-Lazio, è soprannominato El Pelado, perché nelle giovanili del River aveva i capelli cortissimi. Non gli è bastato giocare una carriera con una folta chioma per togliersi questo appellativo. Rodrigo Palacio, per via del suo celebre codino, è soprannominato El Trenza, mentre l’ex-Catania Pablo Barrientos è El Pitu, il puffo.

Alejandro Domínguez è stato soprannominato Choripán, diventato Chori, come il classico panino con la salsiccia della tradizione argentina, perché era pesante e compatto nella stessa maniera. Fernando Gago è El Pintita, che significa bellezza, per via del suo aspetto molto signorile, anche se in campo ha sempre smentito tutti dimostrandosi un vero lottatore.

Poi arrivano gli apodos legati al carattere e al modo di stare in campo. Se un calciatore è timido, parla poco fuori dal campo, ma quando gioca sa dare del tu al pallone sarà quasi sicuramente ribattezzato El Mudo, come Juan Román Riquelme o Franco Vazquez. Oppure un attaccante dotato di buoni attributi fisici e senso del gol sarà El Tanque, il carroarmato, come Germán Denis e Santiago Silva.

L’apodo per eccellenza, però, è quello di Loco. Affibbiato per un episodio in particolare oppure perché fa parte del tuo carattere, un Loco è per sempre. Marcelo Bielsa è El Loco per antonomasia, uno degli allenatori più rivoluzionari degli ultimi decenni, mai capito fino in fondo. Un altro pazzo è Martín Palermo, cannoniere storico del Boca Juniors, che vanta anche il soprannome di El Titan e quello di Hombre de la película. Quest’ultimo attribuito per il suo gol nel finale in un Argentina-Perù, valevole per la qualificazione ai Mondiali del 2010, una storia che meriterebbe un capitolo a parte.

Hombre de la película, Estadio Monumental di Buenos Aires, 10 Ottobre 2009.

Ci sono anche delle figure militari e di autorità, come Gonzalo Rodríguez e Gabriel Milito, entrambi ribattezzati El Mariscal, il maresciallo. Nicolás Otamendi è El General per la sua esultanza con il saluto militare, mentre Javier Mascherano è El Jefecito, il capetto. Tra i difensori spiccano anche El Muro Walter Samuel, Gabriel Heinze detto El Gringo e Nicolás Burdisso, El Patroncito.

Dopo i difensori ruvidi arrivano i giocatori eleganti, come El Principito Diego Milito. Pablo Aimar fu ribattezzato El Payaso, per il suo stile di gioco originale e fuori dagli schemi. Éver Banega è El Tanguito, come se trasmettesse passi di tango nel suo modo di giocare. Marcelo Gallardo, attuale allenatore del River Plate, è soprannominato El Muñeco, la bambolina. Julio Ricardo Cruz fu soprannominato El Jardinero, il giardiniere, perché quando giocava negli Allievi alla fine dell’allenamento, insieme ad altri compagni, continuavano a giocare vicino ad un tagliaerba. Il soprannome di Diego Armando Maradona lo conoscono tutti, El Pibe de oro, affascinante quanto veritiero.

In alcuni casi conta anche la città natale o dove si è cresciuti. Joaquín Correa e Roberto Pereyra sono entrambi El Tucu, perché provengono dalla provincia di Tucumán. Carlos Tévez viene soprannominato Apache perché proviene da uno dei barrios più malfamati di Buenos Aires, cioè quello di Fuerte Apache.

In altri casi l’apodo è legato ai cartoni animati che i calciatori guardavano da bambini. Roberto Abbondanzieri, El Pato, viene chiamato così in onore di Duffy Duck, a cui assomiglia nel modo di camminare. Sergio Aguero è per tutti El Kun, soprannome affibbiatogli dal nonno che lo paragonava al protagonista di un cartone, che in realtà si chiamava Kum.

Hernán Crespo, invece, è El Valdanito, per la sua incredibile somiglianza con Jorge Valdano. Ricardo Centurión è El Wachiturro, chiamato così per un suo balletto scatenato dopo un gol. Paulo Dybala è La Joya, il gioiello, per la sua classe e il suo talento naturale.

L’apodo più bello ed affascinante, però, rimane quello di Maxi Moralez, ex giocatore dell’Atalanta. Nel video qui sotto Federico Buffa, con la sua classe naturale, racconta la storia legata a questo soprannome, perché un apodo è per sempre.