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Spagna, adesso cosa aspettarsi dal Mondiale 2022?

Dopo 120 minuti estenuanti a passare è stata l’Italia di Roberto Mancini. In finale ci vanno gli Azzurri, mentre le Furie Rosse non possono fare altro che tornare amaramente a casa.

A distanza di qualche giorno, in Spagna la ferita è ancora aperta (come è normale che sia), ma come si suol dire, “è inutile piangere sul latte versato”. Il cammino dei ragazzi di Luis Enrique è infatti molto chiaro, ricco di luci e di ombre, di gioie e di dolori. La semifinale, comunque, è un traguardo per nulla scontato, da cui ora La Roja può e deve ripartire.

Tra poco più di un anno, infatti, inizierà la Coppa del Mondo 2022, che si giocherà per la prima volta in Qatar. Non dovremo aspettare molto, quindi, per rivedere in campo gli spagnoli, decisi più che mai a superare la pessima figura di tre anni fa.

Anche in questo Europeo la Nazionale iberica sì partiva tra le migliori sulla carta, ma con qualche difetto qua e là che ne ha pregiudicato la vittoria finale. Come in Russia, c’è stato qualcosa che ha impedito di raggiungere una vittoria che manca dai tempi di Xavi, Iniesta e Puyol.

Che il Mondiale 2022 possa essere finalmente l’occasione per tornare grandi?

SI, PERCHÉ…

La Spagna è pur sempre la Spagna. Una Nazionale che dall’inizio del nuovo secolo ha avuto una crescita esponenziale. Precisamente, il 2008 fu l’anno in cui realmente si concretizzò il primo successo spagnolo. Il gol di Fernando Torres, infatti, consegnò alla formazione di Luis Aragonés il secondo titolo europeo della sua storia dopo quello del 1964. Due anni dopo, invece, fu Andrés Iniesta a decidere la finale di Johannesburg bucando Stekelenburg e regalando a La Roja il suo primo trofeo mondiale.

Il successo ad Euro 2012, purtroppo, noi italiani ce lo ricordiamo bene. Quel sonoro 4-0, per chi lo ha vissuto sulla propria pelle, fa ancora male. Dopo una semifinale vinta stoicamente contro ogni pronostico abbattendo la Germania per 2-1, gli Azzurri si sono dovuti arrendere alla superiorità delle Furie Rosse. Il tasso tecnico e le giocate dei vari Fabregas, David Silva e Iniesta furono troppo anche per il muro azzurro, che aveva già bloccato Inghilterra e Germania.

Ora, dopo il cambio generazionale, è evidente che quel talento sia difficilmente ritrovabile negli interpreti odierni. Giocatori come Don Andrés e Xavi su tutti capitano una volta ogni 50 anni, questo si sa. Eppure le nuove leve selezionate da Luis Enrique hanno già dimostrato di sapersi muovere su grandi palcoscenici, con i club come in Nazionale.

Uno su tutti, Pedro González López, meglio noto come Pedri. A soli 18 anni, il canario è indubbiamente una delle rivelazioni più piacevoli di Euro 2020. Dopo aver collezionato 3.526 minuti con il Barcellona, Pedri è riuscito in breve tempo a guadagnarsi il posto da titolare anche con la Nazionale spagnola. Titolare in ogni match disputato dalle Furie Rosse, in pochi si sarebbero aspettati simili prestazioni da un ragazzo così giovane.

Qualcuno ha notato l’Europeo fatto da un ragazzo di 18 anni di nome Pedri? Nemmeno Don Andrés Iniesta ha fatto cose del genere. Quello che ha fatto in questo Europeo, a 18 anni, non si è mai visto nella storia della competizione, ma anche in quella dei Mondiali o delle Olimpiadi. È qualcosa fuori da ogni logica. Felicissimo che molti salgano sul carro”.

Luis Enrique

Inoltre, è impossibile dimenticare altri campioncini come Unai Simón, Mikel Oyarzabal, Dani Olmo, Ferran Torres ed Eric Garcia. Tutti nati tra il 1997 e il 2001. Giovani, ma non per questo inesperti. Qualcuno ha dimostrato più degli altri di saper essere all’altezza (vedasi Eric Garcia, divenuto un pilastro accanto ad Aymeric Laporte e Dani Olmo, che in semifinale ha creato più di qualche grattacapo alla difesa azzurra). Altri, invece, avranno evidentemente bisogno di più tempo per poter maturare e confermarsi con la maglia roja.

Si è parlato tanto (forse troppo) di Unai Simón, portiere 23enne dell’Athletic Bilbao, che si è guadagnato la maglia da titolare scalzando David De Gea, non proprio l’ultimo arrivato. Il retropassaggio di Pedri malamente ciccato lo aveva condannato alla gogna pubblica, facendo passare in secondo piano il fatto che già nel finale di partita era stato decisivo due volte nel salvare la Spagna, dando il suo fondamentale contributo per passare ai quarti e parando due rigori su quattro calciati.

In più, bisogna tenere presente la lista dei giocatori rimasti esclusi da Luis Enrique, per un motivo o per un altro. Su tutti, Sergio Ramos, reduce da una stagione molto complicata dal punto di vista fisico e personale. Inoltre, l’ex mister del Barça ha dovuto fare a meno di Ansu Fati, un altro baby prodigio che, purtroppo, nel novembre 2020 ha subìto una lacerazione al ginocchio che lo ha tenuto fermo per 8 lunghi mesi.

La Generazione Z spagnola quest’anno ha dimostrato di poter competere per i traguardi più importanti, di avere voglia di conquistare il mondo intero come la nazionale di 11 anni fa. Con un anno e mezzo in più di esperienza e qualche accorgimento tecnico-tattico, niente è scontato.

Fonte immagine: Getty Images

In più, non bisogna dimenticarsi del commissario tecnico che ha guidato le Furie Rosse fino alla semifinale: Luis Enrique. Un uomo che ha affrontato numerosissime difficoltà, sia fuori che dentro il campo. Ha preso in mano le redini della carrozza appena dopo la cocente delusione del Mondiale di Russia, in seguito all’eliminazione agli ottavi di finale per mano dei padroni di casa. Dopo la disfatta totale targata LopeteguiHierro, l’allenatore del triplete blaugrana è riuscito a risollevare una squadra sull’orlo del baratro.

In poco più di due anni ha ridato speranza a tutta la Spagna, chi dice che ora non possa darle anche la gloria che merita?

NO, PERCHÉ…

Vi sono tante, troppe nazionali apparentemente più avanti rispetto alla Spagna.

Nonostante la semifinale raggiunta e gli evidenti margini di crescita, infatti, l’Europeo della formazione roja ha lasciato non poco a desiderare. Un girone superato solo all’ultima giornata, un ottavo di finale deciso ai supplementari dopo una partita non esaltante e un quarto giocato invece su ritmi bassissimi. L’unico sprazzo, l’unica prova di forza vera, è stata proprio la semifinale di qualche giorno fa contro gli Azzurri, dove davvero si è visto un gap tecnico in campo.

Fonte immagine: profilo Twitter @Pedri

Per cui, ad oggi, sembra difficile immaginarsi le Furie Rosse tra le possibili vincitrici del Mondiale in Qatar, complice anche il talento e l’esperienza delle altre nazionali.

Una su tutte, la Francia campione del mondo in carica. Nonostante l’Europeo deludente, Les Coqs rimangono pur sempre quelli con il tasso tecnico più elevato, la squadra più forte sulla carta. Proprio questo, in realtà, si è rivelato essere il loro limite: tante individualità e poco gruppo. Tuttavia, i ragazzi di Deschamps a bocce ferme restano favoriti. Ad oggi, fa strano immaginarsi i francesi dietro una Spagna che, per quanto in crescita, non ha nei singoli il passe-partout per scardinare ogni difesa.

Situazione opposta quella dell’Italia, che forse inaspettatamente si è consacrata come una delle migliori nazionali d’Europa. Il gruppo è la vera forza degli Azzurri, i quali di certo non dispongono del talento della Nazionale francese, ma l’unione tra tutti i giocatori si è rivelata essere l’arma in più. Dopo l’eccellente risultato dell’Europeo, quindi, anche la formazione di Roberto Mancini vorrà sicuramente gareggiare per la vittoria finale. Per riscattarsi e confermarsi una volta per tutte.

Come non considerare, inoltre, l’altra finalista di Euro 2020. L’Inghilterra di Southgate, infatti, si sta ormai confermando una delle formazioni migliori al mondo. Il quarto posto ottenuto tre anni fa è stato il punto di partenza di un percorso di crescita cominciato dopo la delusione dello scorso Europeo. La finale di quest’anno, invece, ne è il middle-ground, il piano di lancio verso qualcosa di ancora maggiore. A maggior ragione, in caso di vittoria domenica a Wembley.

Inoltre, parlando di Coppa del Mondo, per forza di cose bisogna tenere in considerazione le due nazionali sudamericane per eccellenza: Brasile e Argentina. Le due selezioni hanno fatto la storia del calcio (latino e non) tanto che non a caso si trovano, attualmente, faccia a faccia nella finale di Copa América. In occasione della scorsa edizione erano tra le favorite per la vittoria finale ma, chi più chi meno, hanno deluso. I brasiliani, come al solito, hanno dalla loro l’imprevedibilità e la tecnica, che scorrono sempre nel sangue verdeoro, mentre l’Albiceleste ha dimostrato di poter fare affidamento su una garra particolare, che unita al talento di interpreti come Messi, Di Maria e Lautaro, li rende potenzialmente molto pericolosi.

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Rispetto a queste compagini, la Spagna risulta inevitabilmente un passo indietro. I singoli, tranne per alcuni, non spiccano, mentre il gruppo ha mostrato di non essere coeso come quello di altre Nazionali (vedasi Italia e Argentina). A tratti pareva quasi che si giocasse ognuno per sé, non come quella Selección stellare che si trovava quasi a memoria.

GIOCO E INTERPRETI

Inoltre, anche il gioco è un aspetto (attualmente) a sfavore di Luis Enrique. Il tiki-taka veloce e rapido di anni fa ha lasciato il posto a un possesso palla lento e piuttosto sterile, mai realmente in grado di rendersi pericoloso in zona offensiva. Durante tutto il suo cammino, infatti, la formazione roja ha mostrato evidenti difficoltà nell’accelerare la manovra, facendosi spesso annichilire dalle linee di difesa serrate dalle squadre avversarie.

Sicuramente, questo è anche dovuto alla mancanza degli interpreti adatti. Forse si commette l’errore di tornare con la memoria indietro nel tempo, ricordando le gesta di colossi come Xavi e Iniesta. La loro tecnica faceva in modo che la palla girasse a una velocità impressionante, spesso più veloce della capacità di reazione della difesa. Forse l’unico vagamente simile potrebbe essere Pedri, che è ancora troppo giovane per essere accostato a tali mostri sacri. E il paragone certamente non gli farebbe affatto bene.

Proprio il centrocampo, fino a oggi, ha dimostrato di essere uno degli aspetti più critici della squadra di Luis Enrique. Tanti movimenti, più o meno orizzontali, ma poca presenza in area di rigore. Lo stesso Pedri spesso si trova sulla trequarti cercando l’imbucata, stesso discorso per Busquets. L’unico che ogni tanto tenta qualche minimo inserimento è Koke, ma da solo non può bastare. Per capire l’importanza dell’inserimento dei centrocampisti basti osservare quanto fatto fino ad oggi da Nicolò Barella e Kalvin Philips, che con i loro movimenti in avanti hanno spesso creato una superiorità numerica all’altezza del dischetto.

Inoltre, è sotto gli occhi di tutti come alla Spagna manchino i top player nei ruoli chiave, quelli dove si decide il risultato finale. Se Nazionali come Francia e Brasile puntano molto sulle singole giocate, la Roja non può fare di certo lo stesso. In primo luogo, i due difensori centrali, per quanto forti, sembrano mancare della personalità e della cattiveria che hanno contraddistinto i loro predecessori nel ruolo. Puliti, tecnici, ma mai pronti a intervenire in modo un po’ più rude o a scaraventare la palla il più lontano possibile. Giorgio Chiellini in questi casi insegna.

Fonte immagine: profilo Twitter @Laporte

Il centrocampo, come già detto, è un’altra zona piuttosto critica. Sergio Busquets è rimasto lì, dopo quasi un decennio, nella stessa posizione. Accanto a lui, però, qualcosa è cambiato. La sensazione è che manchi davvero un altro costruttore di gioco, che insieme al regista del Barça possa muovere i fili della squadra. E pensandoci bene, al momento tutto il movimento spagnolo sembra non poter disporre di un profilo del genere. Gli unici, forse, sono Thiago Alcantara e Fabian Ruiz. I due, dotati di una tecnica eccelsa, sarebbero forse i soli a poter ricoprire un ruolo simile, ma la loro velocità, rappresenterebbe, probabilmente, un problema non di poco conto.

Il ruolo dove la Spagna sembra soffrire di più, però, è il centravanti. Quasi tutte le selezioni sopracitate possono vantare un bomber vero lì davanti, in grado di capitalizzare al meglio i palloni provenienti dai compagni. Benzema per la Francia, Immobile (nonostante le difficoltà con la maglia azzurra) per l’Italia, Kane per l’Inghilterra e Lautaro Martinez per l’Argentina. Il Brasile, sotto questo punto di vista, sembra leggermente un passo indietro, dal momento che durante questa Copa América hanno agito da nove Richarlison, Gabigol, Gabriel Jesus e Neymar. Un po’ di confusione nelle idee di Tite, forse, si nota.

Gerard Moreno e Alvaro Morata di certo non sono due tra le migliori punte del mondo. Se è vero che uno ha trascinato il Villarreal sul tetto d’Europa e l’altro si è reso protagonista di un ottimo inizio di campionato con la Juventus, tutti e due hanno mostrato più di qualche difficoltà a prendersi il proprio spazio in area di rigore. In realtà, l’Europeo dello juventino non sarebbe neanche così terribile (dati i tre gol segnati), ma a pesare sono molto più gli errori, spesso clamorosi, che hanno danneggiato, e non poco, i ragazzi di Luis Enrique.

Qatar 2022, quindi, sarà l’occasione giusta per gli ispanici per completare il processo di crescita e fare il salto di qualità tornando ai vertici del calcio mondiale. Di sicuro non partiranno tra le favorite, ma tra le possibili outsider. Insieme a Olanda e Germania, infatti, la Spagna potrebbe realmente insidiare le Big Five per un piazzamento importante.

Un anno e mezzo e lo sapremo.

(fonte immagine in evidenza: La Repubblica)

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