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Nuova colonia italiana

Pensiero del Diez

Nuova colonia italiana

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Rua de Saudade è una piccola via di Lisbona non troppo lontana dal fiume Tago, il più lungo della penisola iberica. E’ la via che ha celebrato in Sostiene Pereira Antonio Tabucchi, un italiano profondamente assorto dalla cultura portoghese tanto da diventarne quasi una figura adottata; in questi tempi, pure nel panorama calcistico il legame fra Portogallo e Italia sembra essersi radicalmente infittito, vuoi per una questione di osservatori che per una scommessa tutta fiduciaria nei piedi italiani. Fra le tre grandi caravelle del calcio lusitano lo Sporting Lisbona è il club che più di tutti sta investendo nel mercato di calciatori italiani: oltre a Ezequiel Schelotto e Cristiano Piccini, in estate la società portoghese ha investito su Emiliano Viviano e Stefano Sturaro. Premesso che il terzino Piccini è stato ceduto dopo una strepitosa stagione al Valencia di Marcelino (giocherà la Champions League per la prima volta nella sua carriera) e Schelotto è partito un anno fa in direzione Brighton, il nucleo italiano sembra essere diventato una vera e propria ancora coloniale nel Josè Alvalade di Lisbona, dove ipoteticamente, avrebbe dovuto sedere pure un serbo “adottato” italiano: Sinisa Mihajlovic.

SERIE A

Se attualmente i giocatori di nazionalità italiana sono esclusivamente l’ex Juve Sturaro e l’ex Samp Viviano, lo Sporting conta almeno altri quattro giocatori che hanno giocato recentemente nel campionato italiano. Infatti, oltre ai due nuovi acquisti, fino a pochi anni fa giocavano in Italia il difensore Stefan Ristovski (in Italia dal 2010 al 2015 con le maglie di Parma, Bari, Frosinone e Latina), il trequartista Bruno Fernandes (142 presenze e 19 reti con le maglie di Novara, Udinese e Sampdoria), il rientrante Nani (con la Lazio solo un stagione da tre reti in 18 apparizioni), Seydou Doumbia (con la Roma due gol in tredici partite nel 2015) e Luc Castaignos (una parentesi all’Inter con un gol in sei presenze). Praticamente, se nello spogliatoio dello Sporting Lisbona si cambiano attualmente sedici differenti nazionalità, il collante tra le varie lingue non può che essere l’italiano.

In prestito dalla Roma, a febbraio lo Sporting Lisbona ha riscattato Seydou Doumbia.

Di fatto, tra i trentasei calciatori agli ordini dell’allenatore Josè Peseiro, ben sette di questi hanno giocato nei campionati italiani. Un fattore da non tralasciare visto che attualmente costituirebbero un vero e proprio blocco italiano, che ha nei recenti arrivati Viviano e Sturaro i due capigruppo. E per l’appunto, l’ex Livorno e Betis Cristiano Piccini è stato venduto in estate al Valencia, altrimenti ci sarebbe stato un’ulteriore bandiera italiana al Josè Alvalade.

VIVIANO E STURARO

La sfida all’estero è una delle opzioni che più di tutti possono affascinare un giocatore, soprattutto se si è già tolto molte soddisfazioni o ha capito che più di tanto nell’attuale dimensione non può avere. Sembrano proprio i casi di Sturaro e Viviano, due giocatori assolutamente noti nel panorama del pallone italiano e per cui le motivazioni che li hanno spinti a lasciare l’Italia possono risultare abbastanza limpide.

https://www.youtube.com/watch?v=5CRuVxRI4-M

Sturaro con la Juve ha vinto tutto quello che si poteva vincere, tranne la Champions League. Ha segnato – sempre in Champions – un decisivo gol contro il Bayern Monaco allo Juventus Stadium, ha giocato 90 partite con la squadra bianconera con cui ha pure vinto nove trofei (di cui quattro Scudetti). Le critiche degli stessi tifosi bianconeri e le difficoltà nell’avere una maglia da titolare hanno convinto l’ex Genoa a cercare una svolta per la sua carriera, che a venticinque anni, giustamente, non poteva considerare di spendere in panchina.

Nella scorsa stagione, Sturaro ha giocato l’unica partita da titolare in Champions League proprio contro lo Sporting Lisbona allo Juventus Stadium (2-1 per i bianconeri).

Per questo lo Sporting è stata un’opzione perfetta per l’ex Juve, che da una parte trova un posto di rilievo in un top club europeo , e dall’altra abbandona un ambiente e un circolo di critiche troppo pesanti per un professionista che ha sempre fatto il suo lavoro. Che chiami anche Marchisio a fargli compagnia in Portogallo ?

Poi c’è Emiliano Viviano, che per essere stato un portiere da zero presenze in Champions League si è tolto molte soddisfazioni in carriera. Esploso col Brescia, ha 234 partite all’attivo in Serie A in cui ha difeso i pali di due club storici come Bologna e Sampdoria. Lo ha fatto pure per la squadra del suo cuore, la Fiorentina, decidendo poi di cambiare aria – visti i risultati negativi – andando all’Arsenal, dove però non ha mai giocato.

Ora che si trova in Portogallo Viviano ha l’opportunità di dare nuova linfa a una carriera decisamente sopra gli standard per un giocatore che ha sempre giocato per club di medio livello. Adesso, come Sturaro, può rilanciarsi in grande stile in un club di calibro internazionale, con cui giocherà l’Europa League e in cui potrà avere quasi certamente un posto da titolare. Viviano ha trovato un ambiente di profonda cultura calcistica, in cui a trentadue anni può trovare gli stimoli per un’ultima esaltante pagina di carriera.

ITALIANS

Con la beffarda e mal gestita situazione di Mihajlovic, il club lusitano si è affidato per la panchina a Josè Peseiro, lo scorso anno al Vitoria Guimares. Giustamente l’allenatore serbo non ha preso bene la risoluzione del contratto dopo neanche due settimane, tanto da portare la questione in tribunale, al TAS di Losanna.

Fatto sta che con Miha il club lusitano sarebbe stato veramente uno scoglio italiano in terra portoghese, che tra l’altro, dall’Italia non dista poi così tanto. Lo Sporting è una delle società più prestigiose in Portogallo (18 campionati vinti) e con una gran tradizione nelle competizioni europee, e trasmigrare da un livello medio di alcuni club di Serie A (tale la provenienza di diversi “italiani” in rosa allo Sporting) in una squadra di nobili e prestigiosi connotati come lo Sporting vuol dire a tutti gli effetti arrivare a giocare in un top club, che magari non avrà la dimensione e la risonanza della Juventus o del Manchester United ma comunque una squadra di altissimo livello. E per i nuovi arrivati, Sturaro e Viviano, sarà ancora più facile inserirsi in un contesto simile grazie alla già citata “italianità” nello spogliatoio dello Sporting, che da diversi anni ha imparato a parlare italiano. Quest’anno, per i tifosi italiani, è già pronta la squadra portoghese da sostenere.

 

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Annate da sogno

Tre italiane in finale nelle coppe europee: fortuna o rinascita del nostro calcio?

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Lautaro

È indiscutibilmente l’anno dell’Italia, almeno per quanto riguarda il mondo del calcio. Tre italiane in finale nelle tre coppe europee era qualcosa di difficilmente pronosticabile a inizio anno. E non solo: quello che stupisce ancora di più è il numero delle squadre che sono riuscite a farsi strada durante il loro cammino nelle competizioni continentali. Abbiamo portato ben tre team ai quarti di finale di Champions League, due in semifinale di Europa League (in cui abbiamo sfiorato una finale tutta italiana) e, per la seconda volta consecutiva, una in finale di Conference League.

Non si può non elogiare il percorso e la crescita di quasi tutte le compagini della nostra nazione e in molti si sono chiesti se questo non possa essere il punto di partenza per un nuovo dominio italiano in Europa, come fu a cavallo fra gli anni ’90 e i primi del 2000. La domanda ha ovviamente senso, non solo considerati i risultati di questa stagione ma anche per il fatto che la nostra Nazionale (pur non riuscendo tristemente a qualificarsi per il Mondiale) è la detentrice del titolo europeo, conquistato appena due anni fa.

Altri, un po’ più pessimisti, hanno tirato in mezzo anche la fortuna di aver avuto dei sorteggi favorevoli. E quindi a cosa credere? Abbiamo realmente avuto solo fortuna o c’è qualcosa in più? Affrontiamo la questione con una semplice analisi dei fatti per scoprire a che punto è il nostro calcio e se potremmo rivedere questo exploit delle nostre squadre nel prossimo futuro.

LE DIFFERENZE FRA CHAMPIONS, EUROPA E CONFERENCE LEAGUE

Sarebbe fuorviante affrontare la questione in maniera unica per tutte le squadre italiane e anche farlo non considerando le differenze fra le tre coppe europee. Champions, Europa e Conference League sono, infatti, tre competizioni studiate per fini diversi e per compagini diverse. Prendiamo in considerazione l’Europa League e la Conference League. Come sappiamo queste coppe sono un’opportunità per le squadre di medio/alto livello del panorama calcistico continentale. Non indicano la squadra più forte d’Europa ma ci aiutano a valutare un parametro importantissimo: il livello dei vari campionati europei.

La salute della classe media è in molti casi un sintomo della salute di una società e, nel mondo del calcio, queste due competizioni sono quelle che più di tutte ci indicano lo stato di salute di un movimento. Nel caso dei club italiani, possiamo tranquillamente dire che, visti i risultati in queste competizioni in questi ultimi anni, il nostro calcio sta molto più che bene.

In EL abbiamo avuto quattro squadre arrivate almeno in semifinale nelle ultime quattro edizioni e in ECL per la seconda volta di fila una nostra squadra può giocarsi la coppa. Questo ci porta a ragionare sul fatto che il livello medio della Serie A è molto alto anche rispetto agli altri campionati europei di punta. Se ci riflettete, questo è anche il motivo per il quale la lotta Champions in queste ultime stagioni del campionato italiano si è fatta sempre più avvincente.

Un livello tale che ha fatto sì che venissero create delle rose altamente competitive per queste due competizioni e l’auspicio per il futuro è che le italiane possano ambire di anno in anno alla vittoria di queste due coppe europee. Purtroppo, va fatto un discorso diverso per la terza coppa, la più importante, la Champions League.

IL CAMMINO DELLE ITALIANE IN CHAMPIONS LEAGUE

La coppa “dalle grandi orecchie” è quella che racchiude l’élite del calcio europeo. Non solo, è anche innegabile come siano sempre i soliti top club del continente ad accedere alle fasi più avanzate del torneo. Squadre come Manchester City, Real Madrid, Bayern Monaco, tutti squadroni pensati per vincere il trofeo ogni anno. In questa stagione abbiamo però assistito a un vero e proprio dominio del nostro calcio anche nella manifestazione più importante.

Tolta la Juventus, l’unico club che rispetto ai precedenti anni ha avuto una flessione, Inter, Milan e Napoli hanno dimostrato, aiutate anche da un campionato maggiormente competitivo e, dunque, più “allenante”, di avere delle rose molto ben attrezzate anche per poter dire la loro. E, soprattutto, di poter giocare un calcio al livello di quello dei top club europei.

L’Inter, per arrivare fino in fondo, ha dovuto superare un girone di ferro con Bayern Monaco e Barcellona. Il Napoli ha affondato il Liverpool, finalista della precedente edizione, e ha, per lunghi tratti, giocato un calcio tra i migliori d’Europa. Il Milan è rinato grazie allo strepitoso lavoro di Pioli e Maldini. Tutte realtà in crescita, come lo sono anche Roma, Lazio e Fiorentina. Ma, dunque, possiamo ripetere l’exploit di quest’anno anche nelle prossime Champions League?

QUANTO HA INFLUITO LA FORTUNA?

Purtroppo dobbiamo anche affrontare il fatto che, probabilmente, abbiamo anche avuto un po’ di fortuna. Come ci ha insegnato Niccolò Machiavelli non dobbiamo sottovalutare l’operato di questa forza che l’uomo può a volte controllare, ma che spesso va al di là delle nostro operato.

È innegabile, quindi, che il sorteggio dei quarti di finale, che ha posto ben tre italiane in un lato del tabellone, è stata una contingenza che ha influito molto sul prosieguo della competizione. Una situazione che difficilmente potremo rivedere nei prossimi anni, salvo eventuali ulteriori aiuti della Dea bendata. Quindi? Dovremmo prendere questa strepitosa stagione delle italiane nelle coppe europee come unica e irripetibile e frutto solo della fortuna?

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Come abbiamo detto, è innegabile il miglioramento di quasi tutte le nostre squadre da un punto di vista tecnico, tattico e gestionale. È vero, la fortuna ha in parte influito, ma non si possono nascondere le virtù delle nostre società. Ecco, proprio questa parola sarà il cardine dei prossimi anni del calcio italiano. Non a caso un concetto nuovamente machiavellico: la virtù, ovvero la forza che l’uomo contrappone alla fortuna, quando questa decide di voltarci le spalle.

Se per Europa League e Conference League la forza delle nostre squadre ci permetterà di lottare sempre per la vittoria, per la Champions League ci troveremo, già dall’anno prossimo, a fare i conti con delle realtà superiori a noi. Ma non possiamo lasciarci sfuggire l’opportunità che questa stagione calcistica ci ha offerto, ovvero quella di dimostrare che anche noi possiamo tornare ad ambire a grandi traguardi.

Il nostro movimento può e deve ripartire da questa stagione per poter progredire ulteriormente e le nostre società muoversi per far sì che questo non sia un anno unico e irripetibile, ma che, col tempo, diventi la norma. Far sì che, con le proprie forze, i club italiani riusciranno a raggiungere posizioni di vertice nelle coppe europee (anche in Champions League) a prescindere dall’aiuto che la fortuna sceglie di offrirci.

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Calciomercato

Roma, Aouar è un colpo da Champions

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Roma Aouar

Per la Roma maggio sarà il mese delle verità. Il crocevia di partite che si staglia dinanzi alla formazione dei giallorossi è dei più contorti e l’esito della stagione corrente avrà ripercussioni tanto sul futuro quanto sul passato. Il primo biennio mourinhano infatti si appresta a terminare e, nonostante la Conference ottenuta lo scorso anno, il bilancio dell’esperienza del portoghese è tutto da definireUna seconda vittoria europea consacrerebbe definitivamente il tecnico di Setubal nel gotha del calcio, mentre la mancata qualificazione in Champions League tingerebbe di rosso la valutazione complessiva del matrimonio Roma-Mou.

È in ottica di queste valutazioni che si è mosso Tiago Pinto, il quale nella settimana di Pasqua ha messo le mani sul gioiellino del Lione Houssem Aouar. I molti infortuni registrati a Trigoria hanno esposto i limiti della rosa romanista e il ds ex Benfica ha voluto assicurare al proprio allenatore un rinforzo per la prossima stagione.

Ecco perchè l’acquisto a parametro zero dell’algerino, qualora dovesse concretizzarsi, sarebbe a tutti gli effetti un colpo da Champions.

UN RINFORZO PER JOSÈ

Il pareggio di Monza, oltre che complicare la rincorsa al quarto posto dei capitolini, sbatte in faccia alla Lupa una verità che lo stesso allenatore riporta nella conferenza post-partita:

Non abbiamo la rosa per giocare tutte queste partite, la nostra panchina è inesistente, c’è gente che non ha ancora esperienza per giocare a questi livelli”.

Le dichiarazioni dello Special One, se spogliate di tutte quelle altisonanti proclamazioni utili solo a regalare titoli di giornale, hanno un fondo di verità.

La partita dell’U-Power ha evidenziato una forte carenza nel reparto di centrocampo. Con Cristante abbassato a centrale e Matic e Wijnaldum indisponibili la linea mediana della Roma si è pian piano assottigliata, fino a scomparire. Se il contributo di Bove è apprezzabile, le altre seconde linee lasciano molto a desiderare: Camara (anche vista la surreale situazione contrattuale) non emerge e a Tahirovic si può chiedere ben poco. Per partecipare alla massima cerimonia del calcio europeo servono vestiti eleganti e la Roma, per pretendere la Champions, deve rifarsi il ‘look’.

GIOVANE, ESPERTO, FORTE

Il profilo di Aouar è perfettamente compatibile con gli interessi (o meglio, con i bisogni) della Roma. I giallorossi dal 2018 ad oggi si sono qualificati per 4 semifinali europee e, a differenza di altre società italiane, non hanno mai sacrificato una seconda competizione per concentrarsi sul campionato. Per portare avanti questo tipo di impegno, tuttavia, serve avere una rosa di livello, oltre che numerosa. Se il cimento offerto dalla Conference permetteva all’undici di Mourinho di schierare con frequenza le seconde linee, quest’anno la musica è cambiata. Per arrivare in fondo in Europa League, senza accantonare la corsa al quarto posto, serve un organico in cui i sostituti possano dare il proprio apporto.

Aouar è giovane, forte e soprattutto esperto. Il centrocampista francese ha disputato oltre 30 partite tra UCL e UEL, mettendo a segno ben 9 assist in sole 15 partite nella massima competizione europea. Il Lione inoltre è una delle società più rilevanti del campionato francese e il calciatore sa cosa vuol dire giocare sotto pressione. In 177 match di Ligue 1 Houssem ha firmato 30 gol e 24 assist: uno score perfettamente in linea con le sue caratteristiche di gioco. L’algerino infatti è un centrocampista a 360º e può giocare sia davanti alla difesa che dietro alle punte. Un jolly ‘tuttocampista’ che potrebbe fare da tappabuchi per la linea centrale della Roma.

UN AFFARE WIN-WIN

Nell’ipotetico affare Roma-Aouar vincono tutti. I giallorossi accoglierebbero un giocatore di caratura internazionale e puntellerebbero un reparto che, se in salute, ha poco da invidiare alle proprie contendenti. Il classe ’98 invece si lascerebbe alle spalle un’annata da dimenticare tracciando una nuova linea di partenza, perdipiù in una piazza caldissima.

Attenzione però, perchè calcisticamente Roma da, ma Roma toglie anche. L’entusiasmo con cui i tifosi della Capitale abbracciano i nuovi pupilli è molto volatile e con tante aspettative vengono altrettante responsabilità. Se Houssem dovesse ripagare l’amore della città a suon di prestazioni convincenti il connubio tra le due parti potrebbe a tutti gli effetti sfociare in una vittoria comune.

Le pressioni, almeno in campo, il giocatore non sembra avvertirle. Il mediano dell’OL ha una capacità importante di ammortizzare l’impatto del proprio marcatore e nella gestione della palla ricorda l’italiano Marco Verratti. Baricentro basso, gambe veloci e tanta garra: sia in fase offensiva che difensiva Aouar sa dare il suo contributo e il gol è più di un vizio. In un centrocampo come quello della Roma dove Matic e Cristante fungono da bastioni e in cui Wijnaldum e Pellegrini lavorano da mezze ali, Houssem potrebbe essere l’anello di raccordo tra le due parti. I nomi appena citati, insieme ai vari sostituti, costituiscono un roster significativo dove le combinazioni possibili sono tante. E buone.

Il calciomercato non è ancora iniziato, il campionato deve ancora finire: tra i verdetti di maggio ci sarà anche l’esito della trattativa tra la Roma e Aouar, per ora solamente promessi sposi. 

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I Nostri Approfondimenti

L’editoriale di Elio Arienti – Sempre più calda la lotta Champions

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Si fa sempre più calda e affascinante la lotta per i tre posti-Champions, quelli che rimangono dopo che il Napoli, di fatto – anche se la matematica ancora non lo certifica – ha letteralmente monopolizzato la corsa-scudetto. Cinque squadre racchiuse in quattro punti (dalla Lazio a quota 61 punti alle due milanesi e la Roma a 57), ma senza escludere l’Atalanta due punti più sotto. Basta, dunque, una piccola frenata o un leggero scivolone che le carte si rimescolano o che addirittura tutto si ribalti. Un bel guazzabuglio, insomma, leggere all’interno di una classifica che da un turno all’altro può diametralmente mutare assetto e condizione, c’è di che diventar matti.

Ed in questo pressoché irrisolvibile puzzle – solo l’ultima giornata di campionato, forse, ci dirà come stanno le cose… – c’è pure di mezzo la Juventus, oggi terza in classifica, ma con tra capo e collo una spada di Damocle che ancora non le consente di capire come finirà il suo campionato e dove, soprattutto, andrà ad iniziare la prossima stagione agonistica. Insomma, a situazioni ingarbugliate, se ne determinano altre, ancor più complicate e quantomai difficili da dipanare. Un vero e proprio ginepraio che, al momento, non ci consente di definire alcunché; chi accederà all’Europa che conta e chi invece, suo malgrado, ne resterà fuori. Inutile pertanto cercare di capire perchè rischieremmo di mandare in fumo il cervello senza riuscire a trovare la soluzione.

Serve, comunque, nel frattempo, dare libero sfogo alla fantasia in questo meraviglioso finale di stagione che pare avere la presunzione di farla da padrone. E non sto, ovviamente, parlando solo del campionato, ma anche e soprattutto del Vecchio Continente, dove cinque squadre italiane fanno bella mostra di sé nelle tre competizioni che l’Europa ci propone.

Saremo in grado di vincere qualcosa e portarci a casa qualche trofeo oppure vedremo frustrate ancora una volta le nostre giuste e logiche ambizioni? Beh, difficile dirlo. Una delle due fra Inter e Milan accederà sicuramente alla finale di Champions, ma è lì che vedremo di che pasta sono fatte perchè contro Manchester City o Real Madrid l’impegno appare pressoché proibitivo. Potremmo però sperare addirittura in una finale tutta italiana in Europa League tra Juventus e Roma, sarebbe un gran bel colpo… E infine che dire della Fiorentina reginetta di Conference League. Perchè no? Sperare è lecito, crederci è imperativo…

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I Nostri Approfondimenti

Perché Vlahovic non segna più?

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Vlahovic

Sembra passato un secolo da quando Dusan Vlahovic veniva paragonato a Erling Braut Haaland. Entrambi classe 2000, in rampa di lancio, con in comune anche molte caratteristiche fisiche e tecniche e, soprattutto, una straordinaria dote nell’insaccare palloni alle spalle dei portieri. Tutto questo nemmeno una stagione fa.

Oggi, invece, sembra che le due carriere stiano viaggiando su binari differenti. Verso la gloria quella del norvegese, che col Manchester City ha già toccato quota 50 gol in una singola stagione; mentre quella del serbo sta vivendo un periodo tormentato. Il Vlahovic di oggi alla Juve non è neanche lontano parente di quello che abbiamo ammirato alla Fiorentina.

Un’ombra della spietata macchina da gol che sembrava destinato a diventare, tanto da farci pensare se quell’ascesa tanto repentina non fosse stata solo un miraggio. Colpa sua o colpa di una Juventus che non riesce a farlo maturare calcisticamente? In questo approfondimento andremo ad analizzare quali sono le cause che hanno portato all’involuzione del numero 9 bianconero.

ALCUNI DATI STATISTICI

Alcuni numeri sul suo rendimento stagionale ci aiutano a inquadrare meglio la questione. Partiamo da quelli sotto gli occhi di tutti: Vlahovic ha giocato finora 32 partite in tutte le competizioni segnando 11 reti, di cui 8 in campionato. L’ultimo di questi gol è stato quello contro il Friburgo in Europa League (peraltro su rigore), datato 16 marzo. Per l’ultimo gol in Serie A, invece, dobbiamo risalire al 7 febbraio (allora segnò una doppietta). Numeri impietosi se facciamo il paragone con quelli della sua precedente avventura a Firenze.

Andiamo però ad analizzare un altro dato interessante e in controtendenza con quello appena espresso: il numero degli expected goals. Come dimostrano i dati raccolti dal sito di statistica FBref, in questa stagione il numero di xG in Serie A di Vlahovic è di 8,5. Ciò significa che, con i suoi 8 gol segnati, il centravanti è comunque in linea con le occasioni che gli sono capitate sui piedi. Allora perché il serbo trova tante difficoltà a trovare la rete con continuità?

IL GIOCO DELLA JUVENTUS LIMITA VLAHOVIC

La risposta ci arriva ancora una volta dal dato degli xG, ma stavolta riferiti alla stagione 2020/21 e al girone d’andata della stagione 2021/22, ovvero il periodo dell’esplosione di Vlahovic alla Fiorentina. Alla Viola, durante la stagione 20/21, il serbo ha collezionato ben 18,5 xG in totale in Serie A, segnando 21 reti alla fine del torneo. Nella prima parte della stagione successiva, prima del suo trasferimento alla Juve, Vlahovic ha accumulato 12,9 xG in 21 partite disputate, in cui ha segnato 17 gol.

Entrambi i dati mostrano come l’attaccante sia andato in over-performing nelle sue stagioni a Firenze, segnando anche più gol rispetto ai suoi parametri statistici. Ma notiamo anche come il numero di expected goals in questo campionato con la Juventus sia molto inferiore a quelli delle stagioni passate. Uno dei motivi di questo calo è indubbiamente il fatto che la Juve di questa stagione crea meno occasioni della Fiorentina delle due precedenti stagioni.

Il problema è, quindi, la sterilità delle manovre juventine, che limitano anche il numero di occasioni che capitano sui piedi del serbo. Ma c’è, inoltre, un altro fattore, sempre legato ai meccanismi tattici di Allegri, che tende a imbrigliare la vena realizzativa di Vlahovic.

ALLEGRI LO UTILIZZA NEL MODO SBAGLIATO?

Se prestiamo attenzione ai compiti che Vlahovic svolge all’interno della singola partita, possiamo notare che qualcosa non quadra. Max Allegri, infatti, ne ha decisamente arretrato il raggio d’azione, visto che il nativo di Belgrado è spesso costretto a retrocedere fino al centrocampo per poter partecipare all’azione.

In sostanza, il tecnico toscano utilizza il suo numero 9 come una boa, che ha il compito di ricevere spalle alla porta i lanci o i passaggi dei compagni e fare a sportellate con i difensori per mantenere il possesso. Il tutto anche a 50 metri dalla porta avversaria. Per la verità anche alla Fiorentina gli veniva chiesto, a volte, un lavoro del genere. Il problema, adesso, è che questa funzione di Vlahovic è diventata sistemica nella Juve, quando, invece, il serbo andrebbe servito maggiormente in profondità e, soprattutto, avvicinato alla porta avversaria.

Inoltre, alla Fiorentina veniva spesso aiutato dai compagni nella gestione del possesso, visto che il gioco di Italiano tende a creare molta densità in zona palla. Con i bianconeri, invece, è spesso costretto a ricevere la sfera e a mantenere il possesso con i suoi compagni anche a grande distanza da lui. Un problema di spaziature che ne complica ulteriormente il lavoro.

Lavoro che comunque non gli appartiene e che lo sterilizza dal punto di vista offensivo, oltre che a evidenziarne le lacune quando si tratta di proteggere palla. Un utilizzo, dunque, discutibile da parte di Allegri che, come sappiamo, dà il suo meglio come gestore, cioè nell’utilizzare al meglio giocatori già maturi e formati, ma che si trova più in difficoltà nel far evolvere giocatori ancora grezzi (proprio come lo è Vlahovic) da un punto di vista tecnico o tattico.

COSA DOVREBBE FARE LA JUVE CON VLAHOVIC?

Il suo matrimonio con i piemontesi sembra già essersi logorato e anche piuttosto velocemente. Il suo nervosismo in campo in questi ultimi mesi è il chiaro segnale che il rapporto fra lui e l’ambiente juventino si sta man mano incrinando.

Allegri dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’idea di sposare un gioco più offensivo per esaltarne le doti realizzative, anche perché l’aver pagato circa 70 milioni per un giocatore il cui compito è solo quello di fare a sportellate con i difensori avversari è deleterio.

Per lui cominciano a farsi insistenti le voci di un possibile trasferimento, oltre a quelle di una lite con Allegri. Un’eventuale cessione sconsacrerebbe, probabilmente troppo presto, l’acquisto di un giocatore che ha comunque ancora enormi margini di crescita, ma che rischiano di venire bruciati se qualcosa negli schemi tattici della Juve non cambia.

 

 

 

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