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Stefano Borghi: perché De Rossi ha scelto il Boca

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Qualche giorno fa, a Buenos Aires, è andato in scena il Galà dei premi della Superliga 2018-2019, il campionato argentino. Una festa con tutti i crismi, nella quale oltre che i migliori giocatori della stagione hanno sfilato diversi personaggi dello spettacolo di quella terra. Fra loro, l’eclettico e gustosissimo intrattenitore Martín Bossi, showman dai tanti talenti che di solito fa ridere con le sue imitazioni ma che per l’occasione ha sfoderato un monologo di quasi dieci minuti in cui ha voluto, fondamentalmente, rendere omaggio al calcio. Con qualche passaggio magari un filo retorico, però con quella malinconia sognante che ammanta tutti quegli ex ragazzi che navigano ormai ben oltre i trent’anni, che continuano ad amare follemente il pallone, e che non si ritrovano tanto nelle dinamiche attuali fatte di un mondo in cui si parla più di plusvalenze che di dribbling, di VAR che di assist, di business che di amore o di partite virtuali più che sfide reali. 

Se parlate lo spagnolo – e se avete questo tipo di età – vi invito a cercare questo monologo, lo trovate facilmente su Youtube. Io vi riporto solo la frase conclusiva. Bossi dice: “Signore e signori, la cosa più importante è la pelota, il pallone. Non dimentichiamocelo. Viva el fútbol”. Ogni tanto bisogna ricordarlo a noi stessi, perché il rischio di mettere in secondo piano il fútbol è sempre più presente. Chi ha voluto ricordarcelo proprio in questi giorni è stato anche Daniele De Rossi, con uno dei gesti più “futboleri”, più madornali, più intrisi del senso più antico di amore e dedizione verso il calcio che si siano visti negli ultimi anni, forse decenni.

Fonte immagine: profilo Instagram ufficiale del Boca Juniors

LA SCELTA DI DDR

Daniele De Rossi ha scelto il campo, la sfida, il sogno. A metà strada fra i trenta e i quaranta, ha deciso di tornare bambino, di dare pista a quelle fantasie che animavano le nostre giornate di sognatori di calcio, quelle in cui ti addormentavi perché eri sfinito da ore e ore di rincorse al pallone, non con un joystick in mano. De Rossi non ha guardato ai soldi, agli agi, ai nuovi paradisi economici del fútbol, al business. De Rossi ha risposto al richiamo ancestrale. De Rossi è andato in un inferno che per uno come lui, per uno come noi, non potrebbe essere più paradisiaco. De Rossi è andato al Boca.

Ha fatto la scelta allo stesso tempo più facile e più difficile: se avessero chiesto a qualsiasi suo coetaneo di scegliere fra la Bombonera, una cattedrale nel deserto degli Emirati o uno stadio cinese la risposta sarebbe stata ovvia. E così è stato per lui. Buenos Aires, Argentina. Dove il calcio è arrivato via mare e si è trasformato in un oceano di sentimenti.

UN BOCA AFFAMATO

Però è una sfida complicatissima, perché per il De Rossi calciatore cambieranno davvero tante cose. De Rossi è stato salutato da Roma come una bandiera, ma in generale deve essere visto da tutti come un campione, un giocatore che ha segnato la sua epoca, fondendo valori antichi e propensioni moderne. Un Campione del Mondo. Un simbolo. Una stella di prima grandezza. In Argentina porterà questo status, ma nel momento in cui metterà piede in campo questo non gli varrà un rispetto reverenziale, bensì un surplus di attenzione. Ed essere attenzionato su un prato argentino, vuol dire dover combattere. Proprio quello che evidentemente De Rossi cercava.

Arriva in un Boca ancora bruciato dalla sconfitta del secolo, quella nella finale di Libertadores del Bernabeu contro il River. Un verdetto per il quale non esiste appello, rimarrà sempre e comunque. Anche se poi tutti riprende, e infatti ora il Boca Juniors ha uno squadrone protentoso che va all’assalto della vendetta proprio nella Copa che rappresenta la più grande ossessione di qualsiasi calciofilo sudamericano. Un Boca forte, ambizioso, affamatissimo.

https://www.youtube.com/watch?v=CrB7i1bdcjg&feature=youtu.be

TATTICA

Dal punto di vista della disposizione in campo, il tecnico del Boca Lechuga Alfaro – che a dir la verità è stato forse quello che ha stappato meno bottiglie alla prospettiva dell’arrivo di De Rossi, tanto da aver detto chiaramente che non è stata una sua richiesta espressa – gioca con un 4-4-2 leggermente sfalsato, nel senso che davanti alla difesa a quattro mette un centrocampista posizionale mediano, un altro interno dalle caratteristiche più dinamiche che deve muoversi, rompere il gioco, ma anche inserirsi e cercare di far saltare gli equilibri, poi due esterni molto offensivi e una coppia di punte che prevede un centravanti e un secondo attaccante mobile, che galleggi fra le linee connettendo il gioco. Per fare esempi pratici: il mediano è Marcone, giocatore feticcio dell’allenatore che lo ha costruito ai tempi dell’Arsenal e che lo ritiene intoccabile, da qui il dubbio sull’arrivo di De Rossi, che per caratteristiche attuali dovrebbe incastrarsi lì, e invece il posto che si apre per l’ex capitano della Roma è quello dell’altro centrocampista centrale, che attualmente è il focoso uruguagio Nahitan Nández che però tutto sta portando verso Cagliari, per quello che sarebbe un colpo straordinario viste le dimensioni e gli obiettivi degli isolani. Poi sugli esterni abbiamo giocatori come il velocissimo colombiano Villa, il talentuoso Bebelo Reynoso, il piccante Mac Allister e l’altro supercolpo di mercato Eduardo Salvio, mentre in avanti – con l’ormai imminente addio del Pipa Benedetto – rimangono Wanchope Abila come riferimento di peso e le due seconde punte, Carlitos Tévez e Mauro Zárate. Uno squadrone questo Boca, ma una squadra sulla quale vanno fatti dei ragionamenti se si pensa di incastonarle Daniele De Rossi.

IL FÚTBOL IN ARGENTINA

Prima di tutto, bisogna parlare di come si gioca a calcio in Sudamerica in generale e in Argentina in particolare: come ha giustamente sottolineato il Cholo Simeone in una recentissima intervista, le cose rispetto all’Italia cambiano totalmente. Specialmente per uno che gioca nel ruolo di De Rossi. In Italia gli spazi sono stretti, è tutto più chiuso e si lavora moltissimo di tattica. In Argentina il campo si apre, le partite sono fatte di grande agonismo e di trovate tecniche, ragion per cui chi si piazza in mezzo al campo deve essere pronto a scendere in guerra, a sudare sangue e a maneggiare la partita sì con i piedi, ma anche con i muscoli e il temperamento. In questo senso, a De Rossi non manca proprio nulla, anzi sembra nato per farlo. Infatti ha sentito forte il richiamo. Però, dovrà avere la forza e la capacità per immagazzinare subito questo tipo di propensioni. Se ci riuscirà, si divertirà tantissimo e potrà fare davvero la differenza.

Nel frattempo, oltre alla spasmodica voglia di vederlo entrare alla Bombonera, rivaleggiare in quel calcio, divertirsi e coronare il sogno che è suo come di tanti della sua età, Daniele De Rossi ci ha mandato un messaggio fortissimo, che deve essere immagazzinato da tutti per il bene di questo sport che tanto adoriamo ma che qualche volta vediamo non dalla prospettiva più giusta: prima di tutto conta il pallone, quello vero, quello che inseguivamo e trattavamo come un oggetto sacro quando eravamo bambini, quello che ci ha sempre e solo regalato gioia e sogni. Quello che sta attorno fa parte del gioco, ma non è il gioco. E’ il paesaggio. Il centro è il pallone, non va dimenticato. Il gioco è il fútbol. Viva il fútbol, e viva De Rossi che ha deciso, da gigante di questo gioco, di giocarlo, di amarlo e di onorarlo fino alla fine.

(Fonte immagine di copertina: profilo Instagram ufficiale del Boca Juniors)

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Gzira 1-6 Inter, vittoria schiacciante per i nerazzurri

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Durante la sosta per il Mondiale in Qatar, l’Inter ne ha approfittato per tenere il ritmo partita, e si è concessa un’amichevole contro lo Gzira United, club che milita nella prima divisione del campionato maltese. La gara è terminata con il risultato di 1-6 per la squadra di Simone Inzaghi. I nerazzurri si sono portati subito in vantaggio di due gol nella prima mezz’ora, con le reti di Bellanova e Kristjan Asllani. Il club di Malta ha poi accorciato le distanze sugli sviluppi di un calcio d’angolo con Jefferson. L’Inter ha dilagato e chiuso il match con le reti di Hakan Calhanoglu, Robin Gosens, Dimarco e Mkhitaryan.

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Tito post Turris-Avellino: “Dedico la doppietta a mia figlia”

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Tito

Nel post partita di Turris-Avellino, Fabio Tito, autore di una doppietta, ha analizzato la gara vinta 1-3 e il momento di forma della squadra, reduce da tre risultati utili consecutivi.

Il difensore biancoverde, visibilmente emozionato, ha dichiarato:

“Mi conoscete da un bel pò. Ho sempre messo la squadra al primo posto, anche quando segnavo a raffica e sfornavo assist. È la prima volta che provo un’emozione del genere, in una gara così importante, in un derby così sentito, realizzare due gol è un qualcosa di stupendo. Sono 3 punti pesanti, che ci consentono di allontanarci dalla zona calda. Dedico la doppietta a mia figlia che domani compie un anno. È il miglior regalo che potessi farle”.

Poi, sull’atteggiamento messo in campo:

“Se capiamo che dobbiamo scendere in campo con questa grinta, possiamo toglierci enormi soddisfazioni e raggiungere il quarto posto. Se la cattiveria viene meno, possiamo far fatica con tutti. Prepariamo la gara con l’Andria con maggiore spensieratezza ma sappiamo che non sarà facile senza i nostri tifosi. Sappiamo bene ciò che è successo a Foggia ma stanno penalizzando entrambe le società. Sarà una gara anomala senza l’apporto del pubblico, dobbiamo vincere soprattutto per loro“.

Fonte immagine di copertina: profilo Instagram Us Avellino

 

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Brasile-Corea del Sud, le formazioni ufficiali

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Alle 20:00 si disputerà l’ottavo di finale tra Brasile Corea del Sud, per il passaggio ai quarti, dove la vincente affronterà la Croazia. L’ago della bilancia sembrerebbe pendere tutto dalla parte della squadra di Tite, che vuole assolutamente cancellare il ricordo della sconfitta contro il Camerun. Dall’altra parte, Paulo Bento vuole continuare a far sognare una nazione, portando la Corea ai quarti di finale, dopo aver compiuto una vera e propria impresa contro il Portogallo. Arrivati nella fase a eliminazione diretta, ora più di prima, nessuno vuole rinunciare a sognare di alzare l’ambita coppa, chi per la prima volta nella sua storia, chi per la sesta, aumentando ancora di più il margine di distacco su Italia e Germania.

LE UFFICIALI

BRASILE (4-2-3-1): Alisson; Danilo, Marquinos, Thiago Silva, Alex Sandro; Casemiro, Lucas Paqueta; Raphinha, Neymar, Vinicius Junior; Richarlison. Commissario Tecnico: Tite.

COREA DEL SUD (4-3-3): Seung Gyu; Moon-hwan, Kim Min-jae, Young-gwon, Kim Jin-su; In-beom, Woo-young, Jae-sung Lee; Hee-chan, Gue-sung, Son Heung-Min. Commissario Tecnico: Paulo Bento.

 

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Salvatore Carmando e la storia del fisioterapista amico di Maradona

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Maradona

“Lo sai che io ti amo

ovunque tu sarai, ti seguiremo

nella mente c’è un ricordo che non mi abbandona

Il bacio di Carmando a Maradona!”

C’è una storia forse poco nota al grande pubblico, una storia di amicizia e di sport, la storia di uno dei più grandi fisioterapisti che una squadra di calcio abbia mai avuto. Quel coro sopra riportato rappresenta la testimonianza dell’amore di un popolo, quello partenopeo, che ringrazia e rende omaggio ad un grande professionista.

Mai nella storia del calcio una tifoseria aveva dedicato cori ad un membro dello staff. Quindi, per una volta, non ci soffermeremo a parlare delle gesta di un numero diez ma approfondiremo l’importanza di un massaggiatore all’interno degli equilibri di una squadra e la sua storica amicizia con il numero diez più forte di tutti i tempi, Diego Armando Maradona.

GLI INIZI DELLA CARRIERA

Salvatore Carmando nasce a Salerno ma diventerà napoletano d’adozione, figlio di Angelo Carmando, fisioterapista della Salernitana a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, allora guidata da Gipo Viani (di cui approfondiremo nei prossimi articoli la sua importanza).

Salvatore approda al Napoli la prima volta nella stagione 1974-1975, dapprima nelle giovanili e poi nella stagione 1976-1977 come 1° massaggiatore ufficiale della squadra, che lascerà molti anni dopo, precisamente nel 2009.

L’INCONTRO CON MARADONA

Salvatore Carmando è stato per Maradona un amico, un confidente, un fidato consigliere, non semplicemente un massaggiatore.

Maradona e Carmando si trovano subito, nel primo ritiro di Castel del Piano, come afferma lo stesso Salvatore in un’intervista a “La Famiglia Cristiana” <<Mi osservò per un po’ di tempo mentre lavoravo, in silenzio. Poi Maradona mi scelse: sarai tu il mio unico massaggiatore. Non si faceva toccare da altri e per stendersi sul lettino dei massaggi aspettava che tutti i compagni fossero andati via dallo spogliatoio. Restavamo lì, da soli. Per ore. Nacque così un rapporto personale, oltre che professionale»

Ma per capire davvero l’importanza che Carmando aveva per Maradona basta sapere che nel 1986 il pibe de oro, in occasione dei Campionati del Mondo del 1986 che si sarebbero tenuti in Messico, volle Salvatore come massaggiatore della Nazionale Argentina, un’iniezione di stima e fiducia che Carmando ripagherà, anche nei momenti più difficili di quelle settimane.

Infatti come racconta lo stesso ex-fisioterapista, Carmando durante quegli interminabili giorni in Messico, fu per 10 giorni colpito da dissenteria, giorni terribili che misero a dura prova la sua permanenza con la nazionale Albiceleste, ma alla fine sappiamo tutti come ando’ a finire.

Carmando ricorda quei momenti in un’intervista rilasciata ad areanapoli.it “Arriviamo in Messico e per dieci giorni la dissenteria non mi dà tregua. A un certo punto avviso Diego che non ce la faccio più e che voglio andare via. Lui capisce che faccio sul serio solo quando mi vede preparare la valigia: viene in camera mia e mi ferma. ‘Resisti almeno un altro po’, dai’. Un attimo dopo Maradona lascia il ritiro con un componente dello staff della nazionale argentina e ricomparire dopo un’ora, trascinando due cassette d’acqua minerale italiana. Non seppi mai dove le aveva trovate, Ma il mal di pancia mi passò”.

La Nazionale Argentina vince la Coppa del Mondo e Carmando assiste al goal del secolo, dalle tribune del mitico stadio Azteca di Città del Messico e gioisce insieme all’amico Maradona una vittoria aspettata e sognata sin da bambino.

LA MONETINA DI ALEMAO

Un altro avvenimento curioso che rafforza ancora di più il rapporto tra Carmando e i suoi tifosi è rappresentato dal famoso episodio della monetina di Alemao, quel famoso 8 Aprile del 1990, dove in palio c’era uno scudetto e il Napoli di Maradona era ospite al Comunale di Bergamo per giocare contro l’Atalanta.

Vedete, se oggi per un calciatore è difficile giocare solo in alcuni stadi, dove si sente maggiormente la pressione del tifo di casa, un tempo era cosi’ per tutte le partite giocate in trasferta.

Quel giorno, a Bergamo, ci si giocava lo scudetto.

Al minuto 32′ del secondo tempo una monetina da 100 lire colpisce il capo di Ricardo Rogerio de Brito, al secolo “Alemao” che si accascia a terra.

Carmando corre verso il campo per prestare soccorso ed esclama quelle parole che ancora oggi a Napoli ricordano bene: “Statte ‘n terra”. Carmando disse queste parole semplicemente per curare meglio il calciatore brasiliano, ma vennero interpretate dal pubblico come una “bugiardata” fatta ad-hoc per ingigantire l’accaduto.

I tifosi dell’Atalanta si accanirono sul fisioterapista partenopeo per quelle parole che, secondo loro, avrebbero deciso il campionato.

Il Napoli infatti, a 3 giornate dalla fine, riceve la vittoria a tavolino e quella partita resterà negli annali della storia del calcio poichè il Napoli vincerà lo scudetto tre settimane dopo.

Salvatore Carmando, aldilà di questo episodio controverso, è considerato da tutti il re dei fisioterapisti e oggi tutti ne ricordano l’impegno e soprattutto l’amicizia profonda con El Diez più forte di tutti i tempi, Maradona.

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