Poche decine di chilometri a sud di Parigi, circa trenta, c’è un piccola città. Si chiama Les Uiles. Di Parigi però ha ben poco. Lontana dagli sfarzi della capitale, soltanto formalmente rientra nelle aires métropolitaines parigineLa città venne ufficialmente fondata nel Febbraio del 1977 e qui, pochi mesi dopo, una giovane coppia caraibica diede alla luce un bambino. Quel bambino era destinato a diventare uno dei giocatori più forti della sua epoca. Quasi un metro e novanta di altezza, cranio raso e lucido, eleganza da vendere e un amore incondizionato per i londinesi di Highbury: i Gunners. Di nome fa Thierry, per tutti Titi, il cognome lo avete già capito.

LA CARATURA DEL PREDESTINATO

Il piccolo Henry inizia a giocare nel club della sua città, il CO Les Uiles (lo stesso di Patrice Evra e Martial), per poi passare a diverse società parigine. Un giorno decide come al solito di schiantare il malcapitato avversario di turno segnando sei reti. Il risultato? 6 a 0. Destino volle che proprio quel giorno a vederlo ci fosse un osservatore del Monaco. Ingaggiato per direttissima: Titi parte per la Provenza. Ad allenare i monegaschi c’è un giovane Arsene Wenger, uno che nel calcio avrà da dire la sua, che subito ne valorizza le qualità. Il ragazzino ha corsa, potenza, tecnica: è decisamente interessante. Gioca ala sinistra, ma qualcosa dice al tecnico francese che il ruolo di punta gli è più congeniale. Se solo sapesse cosa gli combinerà qualche anno dopo.

Thierry Henry: How will Arsenal and Barcelona forward do at Monaco? - BBC Sport

Titi al Monaco (fonte immagine: BBC)

DESTINAZIONE TORINO

Dall’aria di mare del sud della Francia percorre ancora qualche chilometro. Destinazione Torino, sponda bianconera. La Juventus di Marcello Lippi lo porta in Italia. I 28 goal segnati con il Monaco sembrano aver convinto la dirigenza juventina. Trasferirsi alla Juve fresca di Champions League è un onore e un onere non da poco per Titi. D’altronde per lui sono stati spesi 20 miliardi di lire (circa 11 mln di euro al cambio), una cifra importante per l’epoca. Vuoi per le aspettative, per il calcio italiano eccessivamente schematico e rigido o per la caparbietà di Lippi nel schierarlo ala, Henry alla Juventus è un flop. Segna appena tre reti. Quella a Torino è un’esperienza da incubo, ma a salvarlo arriva l’altro eroe di questa storia: Arsene Wenger.

CERTI AMORI NON FINISCONO…

Come nelle più belle storie d’amore i due si ritrovano a Londra. Si respira quell’aria elegante tipica dell’Inghilterra, sfumata nell’adamantina determinazione del popolo londinese. Henry va a nozze con questa atmosfera, e non solo perché nel 2003 si sposa, ma perché è l’aria perfetta per la sua incisiva eleganza. Si può dire in un certo senso che Titi abbia preso la classe dalla Francia, dalla squisita ricercatezza dei parigini, e la forza e la determinazione dal carattere duro degli inglesi. Un ibrido pressoché inedito, che nel palcoscenico del calcio ha sempre interpretato con semplicità, e non sempre da attore protagonista. In fondo però quando gioca, protagonista o no, è sempre da Oscar. A proposito di Oscar, proprio l’anno in cui il britannico Michael Caine viene premiato come miglior attore non protagonista, Henry sbarca a Londra. È l’inizio di un’era.

RISCATTO E RIVINCITA

Siamo negli ultimi mesi dello scorso millennio, circa sette chilometri più a Nord rispetto all’acqua del Tamigi. Siamo a Highbury, la casa dell’Arsenal. I Gunners non hanno di certo bisogno di presentazioni, ma l’anno in cui Titi firma il contratto vengono da un periodo non tutto rose e fiori. Cercano il riscatto. La Premier manca in bacheca da tre anni e la precedente vittoria addirittura dal 1991. Di Champions League neanche a parlarne, nessuno da quelle parti l’ha mai alzata. Dall’altra parte anche Henry vuole la sua rivincita agli occhi del mondo del calcio, dopo la fallimentare esperienza a tinte bianconere. Lui non è un giocatore qualsiasi: tutti lo devono sapere. Wenger già lo sa, per la cronaca, e non ha dubbi. Alla prima stagione nel ’99 lo schiera immediatamente titolare in coppia d’attacco con Dennis Berkgamp, l’olandese volante.

Arsene Wenger's failed plan for Thierry Henry which could have forced out Dennis Bergkamp - Mirror Online

Henry e Berkgamp (Fonte immagine: The Mirror)

Ad ogni inverno corrisponde di conseguenza una nuova primavera. Al (quasi) inverno di Bergkamp corrisponde un Henry in rampa di lancio. L’olandese avrà da dire la sua ancora per un po’, ma a 31 anni si avvia verso la fase discendente della sua carriera. Titi invece ha appena cominciato. Pronti via: prima stagione e 17 goal in campionato. L’anno successivo continua sullo stesso trend fino alla stagione 02/03, quando i gol diventano 24 e gli assist 25. In totale un goal o un assist ogni 67 minuti. Facciamo però un passo indietro alla stagione 2001/02. Come detto la vittoria del campionato manca da diversi anni in casa Arsenal, e non è certamente una tradizione che si addice ai Gunners. Quell’anno i ragazzi di Wenger, che potrebbe incidere il suo nome nella storia, fino alle ultime giornate sono in lotta per il titolo. Vicino a loro il Manchester United campione in carica e il Liverpool. Così è fino alla 33esima giornata.

NIENTE PAURA, C’È TITI

Ad Old Trafford si gioca Manchester-Liverpool. Chi perde è fuori dalla corsa per il titolo. Sul campo del Charlton invece, Henry e compagni hanno l’obbligo di vincere. Anche soltanto un pareggio riaprirebbe i giochi in modo allarmante. Quando l’Arsenal scende in campo, lo scontro diretto tra Reds e Red Devils si è giocato la sera prima e ha visto trionfare gli ospiti per uno a zero. Il Liverpool è a un solo punto distanza dalla vetta. O si vince, o si vince: non ci sono altre possibilità. La pressione è alle stelle in casa Arsenal, dall’altra parte il Charlton quasi salvo potrebbe sfoderare una prestazione d’orgoglio contro la prima in classifica.

Titi al contrario di molti non ha paura. Non è arrivato quel giorno a Greenwich per avere paura, ma per vincere. Passano sedici minuti dal calcio d’inizio e sfrutta un lancio lungo di Campbell per involarsi verso la porta avversaria. È veloce, veloce come il vento oceanico, potente come un cannone inglese, elegante e preciso come un artista francese. La progressione che brucia i difensori del Charlton è un suo cavallo di battaglia, una di quelle giocate che lo contraddistingue. Si fa tutta la metà campo avversaria palla al piede. Arriva in area e alza la testa. Pallone, portiere, porta, di nuovo pallone, rete. Uno a zero e palla al centro. Cinque minuti dopo illumina Bergkamp in profondità, l’olandese salta il numero uno avversario, crossa e Ljungberg raddoppia. Ancora cinque minuti dopo, al 25′, Titi  si fa trovare al posto giusto al momento giusto per fissare il punteggio sul 3 a 0 su cross di Wiltord. In 10 minuti ha demolito il Charlton e ha praticamente ipotecato il titolo. Determinante, come sempre.

LA MALEDIZIONE

Il campionato ovviamente lo vincerà e farà lo stesso due anni dopo con l’Arsenal degli invincibili (imbattuti in campionato nella stagione 03/04). Del resto uno come lui in una squadra soprannominata “gli invincibili” non poteva non esserci. Se però in Premier League ha avuto le sue soddisfazioni, non si può dire lo stesso della Champions League. Sette stagioni di fila, tante speranze, un’unica grande delusione. Tutti gli anni si ferma al massimo ai quarti di finale (quando è fortunato), salvo poi venire inesorabilmente eliminato. È una maledizione. Valencia, Chelsea, Bayern, Psv: tutti passano sopra l’Arsenal, come se i Gunners perdessero la loro caratura non appena sentono la musica della Champions.

Il 2006 però sembra l’anno giusto. Battono il Real Madrid ai quarti, con una rete straordinaria proprio di Henry, che offre un saggio della sua rapidità, tecnica e sublime capacità di controllare tempi e spazi. Gli si para davanti mezza squadra (e non una squadra qualsiasi, i Galacticos) Titi li salta tutti, senza distinzione. Ronaldo, Guti e Ramos sono impotenti di fronte a tanta onnipotenza calcistica. Di questo si parla: di onnipotenza. Perché Henry in campo fa quello che vuole, quando vuole. La spedizione dell’Arsenal alla fine si rivelerà fallimentare. In finale contro il Barcellona, i Gunners perdono 2 a 1 e vedono sfumare il sogno (o utopia) Champions League.

Una sconfitta che lascia l’amaro in bocca soprattutto ad Henry, consapevole che un Arsenal così forte non si vedrà più e che quella dannata coppa non la vincerà mai. Almeno fin quando rimarrà a Londra. Un anno dopo infatti si trasferisce da quelli che quella coppa gliel’avevano levata. È il Barca di Guardiola. Sceglierà il numero 14, non una casacca qualsiasi in Catalogna. La maglia pesa, ma non abbastanza per fermare il vento mezzo francese e mezzo caraibico. Titi in due anni vincerà tutto ciò che si può vincere livello di club. È proprio strano il calcio.

Football: How Barcelona beat Arsenal in the 2006 Champions League final | Football | The Guardian

Fonte immagine: The Sun

SEMPRE UGUALE, SEMPRE LO STESSO

Dopo la gloria, il trasferimento negli States per esportare tutto il suo immenso talento. Ha appena 33 anni, abbastanza per stupire ancora anche in terra a stelle e strisce. Saranno 52 goal e 42 assist. Nonostante l’età Titi rimarrà sempre quel ragazzino dallo sguardo vivace. Non è più solo un ragazzino però, è un bomber da più di 400 goal. Come lui se ne sono visti pochi. È forza, fisicità, ma anche velocità, leggerezza, eleganza. È un treno in corsa che investe chi lo guarda. Non lo uccide però, lo inebriaTiti racchiude talmente tanti elementi nel suo gioco e nel suo modo di essere, che non si può definirlo senza un ossimoro. È una dolce potenza della natura. Dolce perché è un piacere osservarlo danzare per il campo con leggiadria. Potente perché se inizia a correre non basterebbe una squadra intera a fermarlo. Eppure non ci si può limitare a questo. Non dimentichiamoci la sopraffina intelligenza tattica, quella che inventa le giocate. A volte sono talmente impensabili da pensare che abbia gli occhi dietro la testa. Non ci sono altre soluzioni.

COME CAPIRE IL GENIO?

Arsenal vs Leeds: Remembering Thierry Henry's FA Cup winner in 2012 | The Independent | The Independent

La rete di Henry contro il Leeds (Fonte foto: BBC)

La verità è lampante: non è possibile capire un genio. Henry è l’espressione della genialità calcistica. È una giocata illuminante nel momento più improbabile, nel modo più impensabile, dalla posizione più impossibile. Rappresenta quello che per i romantici dell’800 era il concetto di sublime: la consapevolezza, sfumata nell’emotività, della potenza della natura. Senza alcun tipo di ragionamento razionale. Titi non va capito, va ammirato. E quando nel 2012, ritornato per una brevissima parentesi ad Highbury, entra al 68′ di quell’Arsenal-Leeds di Fa Cup, tutti lo stanno ammirando. Sia per la caratura del giocatore, sia perché non capiscono il senso della sua mossa.

Perché a 35 anni tornare nel calcio che conta per pochi miseri mesi? Domanda legittima, ma ricordiamoci che Titi non va capito. Dieci minuti dopo il suo ingresso in campo si inserisce in area di rigore e riceve un passaggio filtrante. Si trova sull’out di sinistra. Lì dove tutto è iniziato. Stop perfetto a seguire, né troppo lungo né troppo corto. Allunga la gamba e piazza con il piattone destro a giro e rasoterra alle spalle del portiere. Per la cronaca: finì uno a zero per l’Arsenal. Serve aggiungere altro? No. Sublimemente: Thierry Henry, per tutti Titi.

(Fonte immagine in evidenza: WC)