Connect with us

Annate da sogno

TB Diez – I trionfi del Parma di Malesani

Pubblicato

:

Gli anni ’90 per il calcio italiano evocano un’epoca carica di fascino, di una nostalgia che riesce a provare anche chi non li ha vissuti in prima persona. Le immagini, le fotografie e i video stimolano lo sgorgare di queste sensazioni, mentre la memoria dei giocatori e delle squadre cristallizzano il ricordo di quella che un po’ tutti definiscono l’era dorata del calcio nostrano. Un decennio aperto dal canto del cigno del Napoli di Maradona, proseguito con l’exploit della coppia Vialli-Mancini nella Genova blucerchiata e concluso con il diluvio di Perugia e il tricolore alzato al cielo dalla Lazio di Cragnotti. Nel mezzo il duopolio Milan-Juventus, caratterizzato dai cicli di Capello ai piedi del Duomo e di Lippi all’ombra della Mole.

Anni ’90 ridotti al contesto calcistico fanno rima anche con provincia, la provincia che non badava a spese e rispondeva al dominio delle big tra le mura amiche andando a caccia di trionfi in terra europea. Le coppe predilette erano la Uefa, che al prestigio della Coppa Campioni contrapponeva un’attrattiva rimasta intatta ancora oggi, e la Coppa delle Coppe, scomparsa dai calendari calcistici nel 1999. L’ultima edizione la vinse la Lazio, in quello che fu l’anno di preparazione per l’ascesa nell’olimpo del calcio italiano.

UNA SCALATA REPENTINA

Prima dei capitolini, l’ultima italiana ad aver fatto suo quel trofeo era stata il Parma, in finale contro l’Anversa nel 1993. Il Parma che solo tre anni prima aveva ottenuto la prima storica promozione in Serie A, guidato da un mister divenuto grande con i ducali ma che quando venne scelto dal presidente Ceresini aveva un background risibile. Parliamo, ovviamente, di Nevio Scala. La promozione ottenuta subito, oltretutto nell’anno in cui lo stesso presidente che lo aveva scelto morì, rappresentò il trampolino di lancio per Scala e per il Parma. Con lo sbarco in Serie A la squadra venne acquistata da Callisto Tanzi, imprenditore e fondatore della Parmalat. Con Tanzi a metter mano al portafoglio e Giorgio Pedraneschi nominato come presidente, il Parma digerì con sorprendente naturalezza il salto di categoria, assestandosi subito in zona Europa. L’epopea di Scala durò 7 anni, carichi di trionfi e di corposi investimenti. L’ultimo, che simboleggiò prima la grande illusione di poter ambire al titolo e poi la fine del regno di Scala, fu quello che portò al Tardini il pallone d’Oro Hristo Stoichkov, che assieme a Zola si pensava potesse formare un duo dal potenziale sterminato.

All’incolore stagione del bulgaro e al conseguente addio di Scala fece seguito Carlo Ancelotti, colui che più si avvicinò al tanto bramato scudetto, superato per un’inezia dalla solita Juventus. Il biennio del giovane tecnico di Reggiolo si concluse però senza trofei, e con un secondo anno avaro di soddisfazioni che spinse la società ad impegnarsi sin dalla primavera nella ricerca del tecnico da cui ripartire l’anno dopo. Dopo un lungo tira e molla con Alberto Zaccheroni, i Tanzi – ormai non più nell’ombra con la nomina del figlio di Callisto, Stefano, come presidente – optarono per Alberto Malesani, seguace come Zac del 343 portato in auge da van Gaal. Assieme al Male, nell’estate del 1998, sbarcarono in Emilia-Romagna Diego Fuser dalla Lazio, la Brujita Veron e il fresco Campione del Mondo Boghossian dalla Sampdoria. Tre innesti che si unirono ad un roster che contava già nomi del calibro di Buffon, Cannavaro, Thuram, Dino Baggio, Chiesa e Valdanito Crespo. In 8 anni quella che si era presentata al grande ballo della Serie A come una timida debuttante era diventata una delle favorite per lo scudetto.

Fonte: profilo Instagram @hernancrespo

L’arrivo di Malesani comportò un terremoto tattico per i ducali. Dal 442 a zona di Ancelotti si passava al 3412 avveniristico del tecnico veronese. La porta era difesa da Buffon, in procinto di prendersi anche la maglia da titolare in Nazionale. Davanti a lui il terzetto difensivo era composto da Thuram, Sensini e Cannavaro. Il francese era già nel novero dei migliori difensori centrali al mondo: leader carismatico fuori dal campo e baluardo potente e pulito nei duelli con gli avversari nel rettangolo di gioco. Sensini, veterano del gruppo, rappresentava il jolly della squadra, un tuttofare impiegabile anche come play di centrocampo che agiva nel vecchio ruolo di libero con la fascia di capitano al braccio. Fabio Cannavaro ricoprì per la prima volta il ruolo di centrale sinistro di una difesa a tre: marcatore puro, coraggioso negli anticipi e dotato di un atletismo debordante tanto da valergli, nella pagella di una partita disputata quell’anno, l’appellativo di Bruce Lee dell’area di rigore. Il futuro capitano della Nazionale Italiana a Parma ci era arrivato nell’estate del 1995, costretto a lasciare la sua Napoli per sanare la situazione finanziaria prossima al tracollo della società di Corrado Ferlaino. Quella fu una delle tante operazioni fatte sull’asse Parma-Napoli, con questi ultimi divenuti la squadra satellite dei ducali dalla quale prelevare i giocatori migliori.

La particolarità dello stile di gioco di quel Parma risiedeva anche nel differente utilizzo dei due braccetti di difesa. Thuram era in costante proiezione offensiva, assecondava le conduzioni centrali di Fuser sovrapponendosi e arrivando spesso sul fondo; Cannavaro invece affiancava Sensini, bloccato sulla linea dei difensori, sempre mantenendo quell’indole aggressiva che caratterizzava tutto l’impianto difensivo del Parma. A centrocampo l’unico insostituibile era Dino Baggio, centrocampista dalle incursioni mortifere e allo stesso tempo diligente schermo difensivo. Al suo fianco si alternavano Boghossian e Fiore, altri elementi il cui impatto era difficilmente circoscrivibile ad una sola fase di gioco. Sulla fascia destra ai dribbling e alle conduzione di Fuser non si poteva mai rinunciare, mentre sull’altro versante Benarrivo e Vanoli si contesero il posto per tutta la stagione. Pochi dubbi sulla trequarti, il giardino di Juan Sebastian Veron. L’argentino era nel pieno delle sue facoltà atletiche: un carrarmato con piedi e visioni da numero 10 purissimo. Visioni messe al servizio della coppia Chiesa-Crespo, titolari inamovibili che lasciavano le briciole a giocatori dal rendimento sicuro come Faustino Asprilla e, soprattutto, l’ex Roma Abel Balbo. Valdanito e Chiesa formarono una coppia iconica, integrata perfettamente e dal potenziale mai abbastanza decantato.

RIVEDERE LE PRIORITÀ

Il campionato inizia, ma il Parma denuncia subito diverse criticità. I pareggi che caratterizzano le prime settimane vengono momentaneamente dimenticati con la vittoria casalinga contro la Juventus, ma a quella farà seguito un altro pareggio a reti bianche a Bologna. Dopo quattro giornate il Parma ha 6 punti, ha realizzato un solo gol e non ne ha subito alcuno. L’idea che quella squadra dà di sè nel mese di settembre verrà completamente ribaltata nel corso della stagione. Il Parma è una squadra vivace, un laboratorio tattico con pregi e difetti marcati, che porteranno la squadra a doversi accontentare di un posto in prima fila nella visione della lotta scudetto. La Fiorentina di Rui Costa e Batistuta monopolizza i primi mesi di campionato, prima che l’infortunio di Batigol faccia strada alla corazzata Lazio. Fino a gennaio il Parma tiene il passo, infilando vittorie di grande prestigio (come il 4-0 rifilato al Milan futuro Campione d’Italia) ed altrettante roboanti contro Empoli e Piacenza. Con i toscani finisce 3-5, mentre a Piacenza il risultato finale è un tennistico 3-6. Al giro di boa il Parma è lì, a pochi punti dall’obiettivo stagionale, ma nel girone di ritorno gli inciampi saranno costanti e più pesanti, come quello di Firenze del 7 marzo che di fatto estromette i ducali dalla corsa allo scudetto.

La squadra di Malesani non ha ancora e non avrà mai l’equilibrio necessario per poter competere ad alti livelli nell’arco di un’intera stagione, e sposta subito il mirino su altri obiettivi. Il sesto posto della stagione precedente era valso la qualificazione in Coppa Uefa, già alzata al cielo con Nevio Scala in panchina nel 1995. La vecchia conformazione della Coppa Uefa prevedeva due turni preliminari e poi un tabellone con sfide ad eliminazione diretta che partiva dai trentaduesimi. Per il Parma il primo accoppiamento è con il Fenerbache, e la gara di Istanbul viene decisa da un gol di Moldovan che mette gli ospiti nelle condizioni di dover rimontare al Tardini. Un autogol e un facile tap-in di Crespo mettono la qualificazione nei binari giusti sin dal primo tempo, ma intorno all’ora di gioco i turchi accorciano le distanze, riportando il passaggio del turno dalla loro parte. A salvare il Parma ci pensa Boghossian, al termine di una pregevole combinazione con Crespo: su un pallone proveniente da sinistra si fionda il francese, che con un velo fa scorrere per il numero 9. Crespo di prima intenzione premia il movimento in profondità dello stesso Boghossian che davanti al portiere non sbaglia.

Nel finale in Parma soffre ancora, e solo un palo a 3 minuti dal termine evita una precoce eliminazione. A fine gara lo stesso Maesani evidenzia i problemi della squadra:  “A dieci minuti dal termine abbiamo cominciato a soffrire oltre misura; probabilmente è stato un calo fisico. Del resto ho preso la squadra nel momento più difficile, dopo il Mondiale, con tre blocchi di giocatori da allenare”.

Parallelamente al percorso intrapreso in Coppa Uefa, il Parma cura anche la Coppa Italia, anch’essa già vinta con Scala anni prima. Il primo turno viene agilmente superato con un rotondo 4-0 al Genoa tra andata e ritorno. Balbo, Crespo e Boghossian certificano la qualificazione al Tardini, mentre Asprilla espugna il Ferraris nel pleonastico match di ritorno.

I successivi turni, che si consumano tra ottobre e novembre, presentano in entrambi casi alcune difficoltà. In Coppa Italia il Parma fa visita ad una delle versioni più brillanti del Bari di Fascetti, illuminato dalla stella emergente di Antonio Cassano e arricchito da un giovanissimo Gianluca Zambrotta. Al San Nicola i ducali strappano un 2 a 1 in rimonta, firmato ancora una volta da Tino Asprilla. Il colombiano era un personaggio colorito, estremamente riconoscibile nel modo in cui stava in campo. Era stato centrale nel ciclo di Scala, partecipando attivamente alle vittorie di un Parma ancora impregnato di un’aura quasi favolistica. Dopo essere entrato nel pantheon dei tifosi del Newcastlegrazie ad una tripletta realizzata all’esordio dei Magpies in Champions League contro il Barcellona – era tornato alla corte dei Tanzi, per mettersi al servizio di una squadra divenuta improvvisamente grande.

In Europa il tabellone dei sedicesimi recita Wisla Cracovia. Allo Stadion Miejski Chiesa spizza la solita traiettoria velenosa che esce dal piede destro di Veron, prima che i padroni di casa riportino in equilibrio la gara. A Parma è invece una volèe dal limite dell’area di Stefano Fiore a stappare il match, seguita da un autogol che mette in ghiaccio la qualificazione. Il 1998 si conclude con l’andata dei Quarti di Finale di Coppa Italia e la doppia sfida di Coppa Uefa contro il Rangers valevole per gli Ottavi di Finale. Per la Coppa Italia la squadra di Malesani vola in Friuli, nella casa dell’Udinese di Marcio Amoroso, attaccante brasiliano che qualche anno dopo cederà alle avances dello stesso Parma, senza però neanche avvicinarsi ai livelli raggiunti in maglia bianconera. Amoroso timbra il cartellino per il gol del momentaneo 2-1, prima del pareggio di Crespo e del nuovo vantaggio friulano a pochi secondi dalla fine del match. La sconfitta con gol è un risultato tutto sommato accettabile per il Parma, soprattutto a fronte di un periodo in cui la squadra fatica ad esprimersi con continuità.

Quel Parma era una squadra che non conosceva sfumature, a periodi di luce accecante alternava momenti di buoi pesto, in cui tutti i limiti di una squadra retta da equilibri sottilissimi venivano a galla. L’incapacità di arroccarsi nella propria metà campo e trincerarsi in lunghe fasi di difesa posizionale – pratica comune nelle squadre italiane degli anni ’90 – era un male endemico del 3412 di Malesani, che portava il Parma a proporre uno stile di gioco aggressivo e rischioso con i tre centrali e conseguentemente anche con i centrocampisti.

A Glasgow ci pensa il bomber di scorta Balbo a realizzare il gol che serviva ai ducali, rendendo sopportabile il pareggio di Wallace una manciata di minuti dopo. Due settimane dopo gli scozzesi per 47 minuti fanno tremare il Tardini, grazie ad un primo tempo quasi impeccabile concluso anche in vantaggio. Quel quasi ha un nome e un cognome, italiano per giunta: Sergio Porrini, che nel giro di 5 minuti si fa ammonire due volte, lasciando i suoi in 10. Il secondo tempo si gioca ad una porta sola: dal 47′, quando Balbo deposita in rete una sponda di Chiesa, al 70′, quando quest’ultimo realizza il rigore del definitivo 3-1. Nel mezzo una sassata del subentrato Stefano Fiore che affossa la squadra di Advocaat. A fine gara Malesani fornirà un giudizio sulla prima metà di stagione della sua squadra, rivelandosi soddisfatto soprattutto per il livello di maturità raggiunto, attributo indispensabile in gare ad eliminazione diretta: “Ormai in questo Parma si respira l’ aria giusta: non abbiamo mai perso la testa anche se le occasioni ci sono state. Devo ringraziare i ragazzi e dire anche che non si puo’ sempre pretendere una grande prestazione: prendiamoci il passaggio del turno e avanti cosi”.

LA FASE CALDA

Quando il 1998 fa posto al 1999 il Parma è in piena corsa in tutte le competizioni, convinto di poter reggere il triplo impegno senza dover sacrificare nulla. Come detto, sarà proprio il campionato a venire meno, ma non prima di essersi tolti la soddisfazione di superare la Juventus a domicilio. Mattatore dell’incontro sarà Hernàn Jorge Crespo, che in quella stagione si consacrerà come uno degli attaccanti più forti, efficaci e belli da vedere in circolazione. Crespo a Parma ci era arrivato nel 1996, acquistato dal River Plate dopo aver vinto una Copa Libertadores da autentico craque. Con la città il feeling scatta con diversi mesi di ritardo, precisamente il 2 marzo, quando inaugura con una doppietta al Cagliari il periodo d’oro che riporterà il Parma a contatto con la Juventus e lui a realizzare 10 gol in 9 partite.

Crespo è un attaccante che vive per il gol e che, come da lui stesso ammesso, si allena per farsi trovare pronto nel momento in cui avrà l’occasione giusta. E le occasione raramente se le lascia sfuggire. Diventa gradualmente un cannoniere ineluttabile, che declina il concetto di finalizzazione nella sua forma più artistica. L’ultimo dei tre gol con cui sotterra la Juventus lo realizza con un chirurgico colpo di tacco, il suo marchio di fabbrica. Non un vezzo, ma semplicemente il modo più efficiente per indirizzare il pallone verso il secondo palo attaccando il primo. Una litania che si susseguirà regolarmente nell’arco della stagione.

Si ripeterà anche a Bordeaux, dove nell’andata dei Quarti di Finale di Coppa Uefa è ancora un suo colpo di tacco a rendere meno amara la sconfitta. Il 2-1 finale lascia ampie possibilità di passare il turno nella gara di ritorno, anche se gli avversarsi sono di rispettabile valore. Infatti il Bordeaux – futuro campione di Francia – per 35 minuti fa la partita al Tardini, legittimando la vittoria ottenuta all’ex Stade du Parc Lescure. A cambiare l’inerzia della gara sarà un’imbucata di Boghossian per Vanoli, che davanti al portiere deve solo appoggiare per l’accorrente Crespo. Un fendente di Chiesa sul finire della prima frazione disintegrerà le certezze del Bordeaux, che da quel momento uscirà dalla partita. Nel secondo tempo alla festa parteciperanno anche Sensini e Balbo, in aggiunta ad altri due gol dell’implacabile coppia Chiesa-Crespo. Il rotondo 6-0 scaccerà le prime polemiche piovute sulla testa di Malesani, preso di mira da stampa e tifosi dopo la sconfitta nella gara d’andata. Il rapporto tra il mister e la piazza non decollerà mai a causa del balbettante percorso in campionato.

Intanto in Coppa Italia la resistenza dell’Udinese nella gara di ritorno dura meno di 20 minuti, abbattuta dai colpi di cannone di Crespo e Veron e affondata nella ripresa ancora dal Valdanito e da Balbo. Il sorteggio dice Inter, i campioni in carica della Coppa Uefa e vice-campioni d’Italia. Nella stagione in questione però, ciò che avviene nella Milano nerazzurra meriterebbe la pubblicazione di un libro. I cambi in panchina sono tre: si parte con Simoni, poi si opta per la soluzione Lucescu, poi un breve interregno di Castellini ed infine Roy Hodgson, per giunta anch’egli esonerato a fine stagione. Il Ronaldo extraterrestre della prima stagione italiana è sostituito dalla versione bersagliata da infortuni alle ginocchia, che limitano il suo impiego. Il nervosismo dilagante si riversa nella gara d’andata di San Siro, quando anche capitan Bergomi perde il suo consueto aplomb aggredendo l’arbitro Braschi per un presunto fallo nell’azione che porta al primo gol del Parma. “Se Bergomi si rivedesse si vergognerebbe” il laconico commento dello stesso Braschi a fine gara, a cui viene, in via del tutto speciale, concessa la possibilità di dire la sua sull’episodio incriminato. Per l’Inter gli espulsi saranno addirittura tre, mentre il punteggio finale sarà un netto 0-2 in favore degli ospiti. A rompere l’equilibrio durato 76 minuti ci pensa Veron con un pregevole collo-esterno al volo che si infila nell’angolo basso alla sinistra di Pagliuca. Il secondo gol è invece tutto del solito Balbo, a segno per la quarta volta in Coppa Italia. La gara di ritorno sarà una passerella per i padroni di casa: Chiesa sblocca subito il match mettendo l’Inter con le spalle al muro. Il pareggio di Zamorano è immediato, ma è ancora Veron a distruggere le flebili speranze di rimonta nerazzurre.

Il 9 marzo c’è quindi il primo importante verdetto: il Parma è in finale di Coppa Italia. L’avversaria sarà la Fiorentina, che ha piegato la resistenza del coriaceo Bologna di Mazzone solo ai supplementari. La gara d’andata si disputerà al Tardini il 14 aprile, ma 8 giorni prima c’è da giocare una gara ancora più importante. Al Vicente Calderòn va in scena l’andata delle semifinali di Coppa Uefa contro l’Atletico Madrid, avversario che lo stesso Malesani mesi prima aveva dichiarato di voler incontrare per rivedere Arrigo Sacchi a Parma. Il Male non aveva però messo in conto l’ipotesi di un esonero di Sacchi, che infatti arriva nel mese di febbraio e a cui farà seguito l’annuncio di voler chiudere la sua carriera d’allenatore. La gara di Madrid è carica di colpi di scena, ma ha un solo indiscusso protagonista: Enrico Chiesa. Il ricordo che abbiamo di Chiesa è un po’ sfocato, difficilmente lo inseriremmo in una lista che comprende i migliori attaccanti italiani di sempre, ma in realtà ci starebbe senza sfigurare. La sua unica sfortuna è stata quella di sbocciare in un periodo in cui le seconde punte in Italia fioriscono come le margherite a primavera. A Genova le sue grandi prestazioni vengono oscurate dal più celebre compagno di reparto Roberto Mancini, mentre negli anni di Parma i riflettori sono puntati su Del Piero, Baggio e sull’emergente Francesco Totti. Per non dimenticare Gianfranco Zola, che in quegli anni sta riuscendo nell’impresa di conquistare l’Inghilterra.

Chiesa non era una seconda punta unicamente dedita a fare da spalla al compagno di reparto, anzi, il suo gioco era finalizzato al cercare la conclusione, da qualsiasi posizione. Calciava benissimo: alternava tiri secchi e precisi a traiettorie vellutate con entrambi i piedi. A Madrid la soluzione balistica scelta per portare in vantaggio i suoi sarà un dolce pallonetto dal versante destro della trequarti che renderà vano il disperato tuffo del portiere Molina. Il dominio sulla gara di Chiesa verrà momentaneamente interrotto dal rigore dell’1 a 1 di Juninho, ma nel finale di primo tempo si ripeterà correggendo in rete un suo stesso colpo di testa finito sulla traversa. Il rigore parato da Buffon nella ripresa e la splendida girata con cui Crespo fissa il punteggio sul definitivo 3-1 saranno totalmente oscurate dal genio di Chiesa, per una volta protagonista di una squadra che di giocatori da mandare in copertina ne aveva tantissimi.

Il ritorno sarà, come nel caso della Coppa Italia, superfluo, con il gol di Balbo a metà primo tempo che ha il sapore di finale ormai conquistata. È in questo periodo che la squadra perde punti su punti in campionato, rischiando di compromettere una qualificazione in Champions League che a dicembre pareva archiviata. Le vittorie in coppa non bastano a convincere la piazza sull’operato di Malesani, che dopo la gara del Calderon sbotta ai microfoni: “Ci lascino lavorare in pace, dicono sempre che questi ragazzi non sono all’ altezza. Ho la rabbia dentro: perchè sono sempre sotto esame?”.

L’ULTIMO PASSO

Come detto, il primo appuntamento con le finali è fissato per il 14 luglio. La Coppa Italia prevede la doppia sfida, mentre in Coppa Uefa sarà una sfida secca a al Luzniki di Mosca a decretare la squadra vincitrice. La sfida contro la Fiorentina presenta diversi incroci che rendono ancora più sentita la gara: il faccia a faccia tra Crespo e Batistuta, Trapattoni contro Malesani e lo stesso allenatore del Parma che affronta il suo recente passato. Ad aprire le danze è il Valdanito, che scarta un regalo confezionatogli dal difensore avversario Repka a poco più di un quarto d’ora dall’inizio del match. Gli errori della retroguardia toscana non si limitano al solo svarione del croato, ma si protraggono per buona parte della ripresa, senza però risultare fatali. Nella ripresa il Parma paga un evidente calo fisico, abbinato alla consueta incapacità di addormentare e gestire le partite. Ad approfittarne è l’altro grande protagonista annunciato, Batistuta, lesto nell’avventarsi su una respinta corta di Buffon. I Viola festeggiano il pari come se fosse una vittoria e ritrovano il sorriso dopo un periodo che li aveva visti patire oltremisura l’assenza del numero 9, sperperando anche il terreno guadagnato nella lotta per lo scudetto.

A Firenze il Parma ci arriva privo di Dino Baggio, sostituito in mediana da Fuser, riadattato ad un ruolo non propriamente suo. A Malesani questo però non interessa, e sulla fascia destra dirotta Stanic. La gara si gioca su un sottofondo di fischi assordanti riversati dalla Fiesole per il loro ex allenatore, che si interrompono per qualche secondo solo quando Fuser, momentaneamente ritornato nella sua zona di competenza, spedisce in area un cross radente sul quale si avventa il solito falco. Crespo segna alla Crespo, di tacco, anticipando marcatore e portiere. La Fiorentina non sta però a guardare e nella ripresa confeziona un uno-due tramortente da calcio da fermo. La Coppa torna a tingersi di viola, fino a quando il solito destro telecomandato di Veron incoccia la testa di Vanoli, perfetto nel centrare il secondo palo. Gli ultimi venti minuti saranno insospettabilmente tranquilli per il Parma, che veleggia indisturbato verso il fischio finale senza correre pericoli. Al trionfo in Coppa Italia farà seguito la virtuale qualificazione in Champions League, conquistata grazie al 3-1 con cui un undici rimaneggiato sistema l’Inter, che intanto è sempre più sull’orlo del baratro.

https://youtu.be/qcd3qvlfvnI

La squadra vola dunque a Mosca, dove ad attenderla c’è il Marsiglia. I francesi, come la Fiorentina in Coppa Italia, hanno superato il Bologna nel turno precedente, negando all’Italia la visione di un avvincente derby emiliano in chiave europea grazie ad un rigore di Laurent Blanc a pochi minuti dal fischio finale. I giorni prima della partita sono infiammati da una curiosa dichiarazione dell’allenatore del Marsiglia Coubris sui muscoli definiti “potenti” dei giocatori del Parma, a cui però un Malesani diplomatico non replica. Il Male si concentra invece sulla squadra, augurandosi di vedere una squadra pronta a battagliare: “I giocatori sono concentrati e consapevoli che dovremo sudare: e’ la base di partenza giusta per una grande impresa”. Di battaglia ce ne sarà però poca, e il Parma non avrà nemmeno bisogno di far vedere i muscoli per sbarazzarsi degli avversari, apparsi stanchi ed eccessivamente condizionati dall’assenza del duo d’attacco Dugarry-Ravanelli. Al 36′ il punteggio è già sul 2-0 con gli stessi marcatori della sfida di Firenze. Crespo realizza con facilità disarmante un pallonetto dal coefficiente di difficoltà elevatissimo, mentre a Vanoli basta replicare l’azione di qualche giorno prima. La gara sarà poi chiusa nella ripresa dal solito capolavoro di Chiesa, che sfrutta un velo visionario di Crespo per spedire sotto il sette il pallone del trionfo. A fine stagione i due raggiungeranno quota 46 gol insieme.

IL CRAC

Un po’ sorprendentemente quella stagione rappresenterà l’apogeo della parabola di Alberto Malesani, che al tempo sembrava destinato ad affinare ulteriormente le sue idee per continuare ad imporsi. La sua avventura con il Parma terminerà bruscamente a gennaio del 2001, dopo una rivolta scatenata da un gruppo di tifosi a causa dell’ennesima sconfitta interna stagionale. Il Parma continuerà però a vivacchiare a ridosso della zona Champions fino alla stagione 2003-2004, al termine della quale il definitivo crac della Parmalat causerà la scomparsa dell’Associazione Calcio Parma, sostituita dal Parma Football Club di Tommaso Ghirardi.

Già da tempo però i Tanzi erano in procinto di crollare, investiti dal ciclone da loro stessi creato. In quegli anni di limbo tra fallimento e rinascita il Parma continuerà comunque a sviluppare giocatori importanti, svezzando talenti purissimi come Adriano e Mutu e presentando al calcio italiano la dolce sinfonia dei gol di Alberto Gilardino.

Nessun’altra creazione dei Tanzi si avvincerà alla versione 1998-99 del Parma, il punto più alto toccato dalla dirigenza nel corso degli anni. Una squadra definita da Lilian Thuram – che dopo Parma ha vestito le maglie di Juventus e Barcellona – la più forte in cui abbia mai giocato. Imperfetta, si, ma icona imperitura di un periodo che non smetteremo mai di ricordare con un velo di malinconia.

 

 

Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram Fabio Cannavaro

Continue Reading
Commenta

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Annate da sogno

La storia di Marco Negri, bomber sfortunato

Pubblicato

:

Bologna

Nel corso della storia del calcio sono stati molti i giocatori che hanno furoreggiato per un breve periodo di tempo, per poi sparire nell’anonimato. Le ragioni di queste “Meteore” sono molteplici, quali discontinuità, fragilità mentale o fisica, ma ci sono casi particolari in cui è la sorte la principale artefice di queste situazioni.
Uno dei calciatori più emblematici di questa categoria è Marco Negri, protagonista a metà anni ’90 di uno dei più grandi exploit del periodo, terminato in maniera davvero beffarda.

GLI INIZI

Marco nasce a Milano il 27 ottobre 1970, ma trascorre l’infanzia in provincia di Gorizia.
A 13 anni entra a far parte delle giovanili dell’Udinese, club con il quale esordisce in Serie B l’11 settembre 1988.
Nella prima parte della sua carriera Negri fatica a trovare la via del gol, ma le sue prestazioni lasciano intravedere la possibilità di un futuro buon giocatore.
Nel 1991 passa alla Ternana, in Serie C1, dove segna le sue prime reti da professionista. Il primo centro arriva nello stesso stadio dove aveva esordito con l’Udinese, il Granillo di Reggio Calabria dove firma il gol decisivo di una vittoria fondamentale per il ritorno delle fere in Serie B.

UN SIMBOLO D’AMICIZIA

La stagione positiva di Negri gli frutta una chiamata dal Cosenza per la Serie B 1992/93. La cadetteria, nonostante qualche sprazzo di bel calcio e 4 reti all’attivo, rappresenta ancora uno scoglio troppo duro per l’attaccante milanese, che a fine stagione torna in C1, per militare in una nobile decaduta: il Bologna.
L’annata emiliana per Negri rappresenta la prima vera occasione per spiccare il volo.
Bologna, nonostante la categoria decisamente inusuale, resta molto vicina alla squadra durante tutto il campionato, che si chiude con la tremenda caduta in semifinale Playoff, per mano della Spal corsara al Dall’Ara.
Nonostante l’obiettivo sfumato, per Negri la stagione è più che positiva, con 8 centri, tutti decisivi, e la nascita di un’amicizia con Giuseppe Campione, ventenne attaccante di scuola rossoblu.
Campione, dopo l’esordio in massima serie a 16 anni da compiere, è un l’anima della squadra e riesce a legare immediatamente con Negri.
Nell’estate del 1994 il Bologna cede Campione in prestito proprio alla Spal, dove fa in tempo a giocare due partite, prima del tragico epilogo della sua vita, avvenuto il 14 settembre 1994 in un incidente stradale.
Da quel tragico giorno di fine estate, Marco Negri ha indossato un polsino bianco fatto di cerotti, in memoria del suo amico Giuseppe.

UN’IRADIDDIO

La stagione trascorsa al Bologna instaura nella mente di Negri la coscienza delle sue capacità, e l’attaccante milanese inizia a segnare a raffica.
Nella stagione 1994/95 Marco torna a Cosenza, nuovamente in Serie B, ma il risultato è decisamente diverso.
In 34 partite Negri segna la bellezza di 19 gol, che contribuiscono in maniera decisiva alla salvezza dei rossoblu, partiti con una penalizzazione di 9 punti per irregolarità amministrative.
Dopo un’annata del genere, inevitabilmente, anche le big delle Serie B iniziano ad adocchiare l’attaccante del Cosenza.
A spuntarla, al termine di un’estate rovente, è il Perugia di Luciano Gaucci, che supera anche le avances dell’Atalanta, squadra di Serie A.
Gli umbri sono una delle formazioni che, senza scaramanzie, parte con l’obbligo di tornare in massima serie, anche grazie alle solite spese pazze del presidente.
L’annata 1995/96 è splendida per Negri, che si conferma bomber implacabile con 18 centri e riporta i grifoni in Serie A.

LA MASSIMA SERIE

Eh già… la Serie A, il sogno di tutti i ragazzi che iniziano a giocare a calcio, diventa finalmente realtà anche per Marco Negri, che a 26 anni si sente maturato a sufficienza per il grande salto.
La partita d’esordio si gioca in casa, in quel Renato Curi che trascina i propri beniamini verso la vittoria.
L’8 settembre è la data segnata col circoletto rosso in casa Negri, che scenderà in campo per la prima volta in Serie A, sfidando la Sampdoria.
L’avversario è tutt’altro che morbido, i blucerchiati, seppur verso la fine dei loro anni magici, schierano campioni del calibro di Mancini, Veron, Karembeu, Mihajlovic e un giovane Vincenzo Montella, anche lui al primo ballo in massima serie.
Il Perugia, però, è squadra tosta e riesce nell’impresa di battere la Samp per 1-0. La rete decisiva la segna proprio lui, Marco Negri, che riparte da dove aveva lasciato.
La stagione dei grifoni, purtroppo, risulta decisamente travagliata, con un arrivo a quota 37, a pari punti con Piacenza e Cagliari, che significa retrocessione.
Negri, dal canto suo, non può che essere soddisfatto del suo battesimo nel grande calcio, con 15 gol segnati che lo piazzano in cima alla lista dei desideri di molti club; a spuntarla è una squadra decisamente particolare.

THE MOODY ITALIAN

In Scozia il dualismo tra Celtic e Rangers è uno dei più famosi del calcio. Nel periodo storico di fine anni ’90 i biancoblu cercano un attaccante dal gol facile per rimpiazzare l’ormai logoro Ally McCoist.
La prospettiva di giocare addirittura in Champions League fa immediatamente accettare Marco, che fa le valigie e parte per Glasgow.
I Rangers dispongono di una rosa decisamente ben fornita, con i guizzi di Brian Laudrup, la sostanza degli italiani Gattuso e Porrini, la compattezza dello svedese Thern e il folle genio di Paul “Gazza” Gascoigne.
Con questi presupposti, l’avventura scozzese di Negri potrebbe sembrare quasi una vacanza, invece il centravanti milanese parte titolare già da inizio stagione ed inizia a brillare.
L’avvio do Scottish Premiership di Negri è da infarto: 23 gol (si, 23) in appena 10 partite, con il picco di 5 alla seconda giornata contro il malcapitato Dundee United, un inizio da strapparsi i capelli.
Un exploit del genere, nell’anno dei Mondiali di Francia ’98, mettono addirittura Negri nella lista dei possibili convocati per il torneo iridato.
A fine stagione la classifica marcatori reciterà 32 reti, primo posto solitario rispettivamente  a +14 e a +12 dagli inseguitori, gli svedesi Olofsson e Larsson, emblema di una stagione più irripetibile che rara.
Nonostante le cifre, però, le statistiche riportano qualcosa di decisamente strano.
Negri, dopo l’avvio clamoroso con 30 gol nel girone d’andata, ne segna solamente due al ritorno, un calo molto vistoso e preoccupante, ma che nessuno immagina derivi da un avvenimento incredibile.

“L’INFORTUNIO” PIÙ ASSURDO DI SEMPRE

Il mercoledì, per i calciatori che militano in Scozia, è giorno di riposo, il giorno in cui dedicarsi agli hobby con i compagni di squadra e non pensare al calcio.
Marco Negri e Sergio Porrini si cimentano nel loro secondo sport preferito: lo squash, che iniziava a diventare famoso proprio verso fine millennio.
Durante uno scambio, Negri si ritrova vicino al muro, proprio mentre Porrini colpisce la pallina, che finisce direttamente nell’occhio dell’attaccante.
Il colpo è tremendo, l’occhio di Negri si infossa nella cavità orbitale e ciò causa il distacco della retina al calciatore.
In quel momento, la carriera ad alti livelli di Marco Negri finisce improvvisamente, proprio mentre il ventisettenne si trova nel suo punto più alto, dove cadere fa più male.
Al rientro dopo la riabilitazione, per Marco inizia un calvario tremendo, fatto di ernie, fratture da stress, infezioni a ferite superficiali, tutti problemi che complicarono esponenzialmente il prosieguo della carriera dell’attaccante.
Dopo una breve parentesi a Vicenza e l’addio definitivo ai Rangers, Negri passa per Bologna, Cagliari e Livorno (con gli amaranto sembra anche ritrovare la vena realizzativa, ma è un episodio isolato), prima di chiudere la carriera nel 2005 a Perugia,  nel luogo dove aveva spiccato il grande salto che lo ha portato ad un passo dal Mondiale di Francia ’98.

Continua a leggere

Annate da sogno

Coppa UEFA, l’incredibile vittoria del Galatasaray

Pubblicato

:

Galatasaray

Nel corso della lunga storia del calcio una sola volta un trofeo è andato in Turchia, si tratta della Coppa UEFA 1999/00, vinta dal Galatasaray di Fatih Terim.
Una vittoria davvero inaspettata e, per questo, unica nel suo genere, ottenuta da una squadra composta da buoni giocatori del posto, come il giovane Emre e Hakan Şükür e di alcuni stranieri d’eccezione, ossia il portiere brasiliano Claudio Taffarel e i romeni Popescu e Hagi.
Si, proprio lui, Gheorghe Hagi, il più forte calciatore romeno di sempre, all’ultimo acuto di una carriera sempre vissuta al limite tra estro e risse.
Questa la rosa che l’Imperatore Terim ha portato ad alzare il trofeo, nonostante ad ottobre 1999 la stagione dei turchi sembrava l’ennesima delusione internazionale.
Ecco il cammino dei giallorossi verso Copenaghen, partendo da Vienna, dai preliminari di Champions League.

LA CHAMPIONS, UNA RIMONTA PAZZA

Si, perché nella stagione precedente il Gala aveva vinto il campionato turco per un punto davanti al Besiktas, qualificandosi per il preliminare di Champions League.
Così, ad agosto, mentre in Italia ballavamo sulle note di “50 Special” dei Lunapop, il Galatasaray partiva verso l’Ernst-Happel Stadion di Vienna, per sfidare il Rapid di Andreas Ivanshitz.
La vera sfida, però, è tra i due fantasisti, da una parte Hagi, dall’altra il Genio, Dejan Savicevic, anche lui a fine carriera.
La sfida la stravince il romeno, che segna il gol del definitivo 0-3 nel finale, partendo dalla sua metà campo e concludendo con un morbido pallonetto dal limite. La partita di ritorno, decisamente superflua, finisce 1-0 per i turchi che accedono, dunque, al girone con Chelsea, Milan e Hertha Berlino. Non certo una passeggiata di salute.
L’esordio è in casa contro i tedeschi di Kiraly, che segnano due reti nel primo tempo, ma vengono ripresi da Şükür e da un rigore del solito Hagi nel finale.
Dopo il buon avvio il Gala entra in una spirale negativa che sembra irrimediabile. Perde tre partite di fila contro il Milan a San Siro (2-1) e contro il Chelsea, che vince 1-0 a Stamford Bridge e poi, clamorosamente, 0-5 all’Ali Sami Yen. L’avventura europea dei turchi sembra al capolinea.
Proprio in questo momento, però, la squadra si compatta e fa il colpaccio all’Olympiastadion, battendo 1-4 l’Hertha in rimonta.
La partita decisiva, dunque, sarà in casa contro il Milan. I rossoneri devono vincere se vogliono passare il turno, mentre con un pareggio andrebbero in Coppa UEFA.
All’87’ il Milan è avanti 2-1, grazie alle reti di Weah e Giunti e sembra ormai certo della vittoria, ma accade l’incredibile. Un gol di Hakan Şükür ristabilisce la parità e al 90’ l’arbitro Antonio Lopez Nieto, concede un rigore ai padroni di casa. Senza Hagi, uscito nella ripresa, si incarica della battuta Ümit Davala, che trasforma e fa esplodere lo stadio turco. Il Galatasaray è in Coppa UEFA, il Milan, incredibilmente, è fuori da tutto.

ANCORA ITALIA

Sul cammino degli uomini di Terim c’è ancora l’Italia, più precisamente il Renato Dall’Ara di Bologna.
I rossoblu di Guidolin hanno già eliminato due squadre toste come Zenit e Anderlecht e ora vogliono fare lo sgambetto anche ai turchi.
In Emilia il match sembra pendere verso i padroni di casa, ma l’imprecisione degli attaccanti fa rimanere il risultato sullo 0-0. Al 66’, però, Beppe Signori trova il gol del vantaggio e il più sembra fatto per il Bologna, ma i turchi non muoiono mai.
All’81’, infatti, un bel colpo di testa di Şükür ristabilisce la parità. Nel finale, poi, una conclusione di Nervo viene respinta, provvidenzialmente, sulla linea dal brasiliano Capone, che salva il punteggio.
Il ritorno i terra turca, invece, si sblocca subito, con Hasan Şaş e Ventola che segnano nei primi 10 minuti e mettono tutto perfettamente in equilibrio.
Alla mezz’ora arriva il gol decisivo di Davala, che regala il passaggio del turno al Galatasaray, nonostante l’arrembaggio finale del Bologna, ridotto in 10 per l’espulsione di Paramatti.

IL CAPOLAVORO DI TERIM

Al turno successivo l’urna non è benevola ai turchi, che pescano il Borussia Dortmund di Lehmann, Kohler, Reuter e Ricken, una squadra senza dubbio difficile da affrontare.
In realtà i tedeschi non se la passano molto bene, i calciatori nominati in precedenza iniziano ad accusare il peso dell’età e la campagna europea sta procedendo a singhiozzi. Come il Galatasaray, infatti, i gialloneri hanno chiuso il proprio girone di Champions League al terzo posto, dietro al Feyenoord e alla sorpresa Rosenborg, e in Coppa UEFA  hanno avuto bisogno dei calci di rigore per avere la meglio sui Rangers.
Il Gala, come uno squalo, sente l’odore del sangue e azzanna la preda già nella partita di andata al Westfalenstadion. Poco dopo la mezz’ora un cross di Arif trova in area Şükür, che controlla e calcia in un attimo, eludendo l’intervento dell’avversario e segnando un gran gol.
Nel recupero del primo tempo, poi, Hagi conclude da fuori e il suo tiro, deviato da Nijhuis, batte ancora Lehmann.
Il match di ritorno ad Istanbul è una lunga agonia per i tifosi giallorossi, ma il Borussia non sfonda e il Galatasaray può festeggiare il passaggio del turno.

SENZA STORIA

Se gli ottavi sono stati difficili, lo stesso non si può dire dei quarti, dove i turchi affrontano la sorpresa Mallorca, che davanti sfodera un duo di ragazzini terribili, entrambi 18enni: Dani Güiza e Samuel Eto’o.
Gli spagnoli, sul loro cammino, hanno eliminato Ajax e Monaco, impressionando per tenuta fisica e mentale.
I turchi, però, sembrano infermabili e dominano al Son Moix, vincendo 4-1, con reti splendide, in particolare quella del 2-0 di Emre, che sfodera un pallonetto senza senso dopo una splendida azione.
Anche al ritorno in casa non c’è storia, il Gala vince 2-1 con reti di Capone e Şükür, aprendosi le porte per la semifinale.

IL MALEDETTO UNITED

Il penultimo atto della Coppa UEFA riserva a gli uomini di Terim il Leeds United, ex nobile del calcio inglese negli anni ’70. I Peacocks stanno vivendo un ottimo periodo, tanto da essere tornati a frequentare le competizioni europee e le prime posizioni della classifica in Premier League.
Nella Coppa UEFA 1999/00 hanno già estromesso il Partizan Belgrado, le due squadre di Mosca, Lokomotiv e Spartak, la Roma, al termine di due partite tiratissime (0-0 all’Olimpico e 1-0 a Elland Road) ed infine lo Slavia Praga.
La squadra guidata da David O’Leary in panchina e da Harry “The Jewel” Kewell sul campo, ha tutte le carte in regola per arrivare in finale.
Il Gala, però, non vuole stare a guardare e la partita di andata ad Istanbul ne è la conferma. Il match finisce 2-0 per i padroni di casa, con le firme di Şükür e di Capone, vero e proprio uomo simbolo dei turchi.
Per il Leeds il doppio svantaggio rappresenta una montagna davvero dura da scalare, ma ad Elland Road tutto è possibile e gli inglesi ci credono, nonostante il rigore trasformato da Hagi dopo appena 5 minuti.
Al quarto d’ora i padroni di casa pareggiano con il norvegese Bakke, di testa su corner. Il gol dell’1-1 ha un effetto tonificante per gli inglesi, che iniziano ad attaccare a testa bassa. Solamente un super Taffarel impedisce al Leeds di trovare il gol della speranza.

Nel momento migliore dei Peacocks, arriva la mazzata decisiva per la qualificazione. Un rinvio della difesa turca pesca a metà campo Hagi, che si libera con una vera e propria magia dell’avversario e parte in contropiede, per poi servire il solito Şükür, che firma il suo decimo centro stagionale in Europa e ammutolisce Elland Road.
Il gol del 2-2, firmato ancora da Bakke, serve solamente per le statistiche. Il Galatasaray è in finale di Coppa UEFA.

LA FINALE

Ed eccoci arrivati all’atto finale, nel meraviglioso teatro del Parken Stadium di Copenaghen.
L’avversario per il Gala è uno di quelli da far tremare le ossa, l’Arsenal di Arsène Wenger, che sta iniziando a formare la squadra che verrà denominata “The Invincibles” qualche anno più tardi.
La partita è decisamente divertente, l’Arsenal attacca, ma anche i turchi non stanno a guardare, nonostante l’assenza del faro del centrocampo Emre, espulso contro il Leeds.

Le emozioni più forti arrivano nella ripresa, quando il solito Şükür colpisce un palo clamoroso, mentre sul fronte opposto una sgroppata di Henry libera Martin Keown a pochi passi dalla porta vuota, ma l’inglese mette clamorosamente alto.
La partita va ai supplementari e, con il Golden Gol in agguato le due squadre si coprono maggiormente. Nel secondo tempo supplementare arriva la Sliding Door del match, con Henry che si vede respingere un colpo di testa ravvicinato da un Taffarel mostruoso, che porta la sfida ai rigori.
Dal dischetto iniziano i turchi con Ergün che trasforma il primo penalty. Poi arriva Davor Šuker, il capocannoniere degli ultimi Mondiali, che colpisce il palo.
Dopo questo errore segnano Şükür, Parlour e Davala, poi Patrick Vieira spedisce una bomba sulla traversa e il Gala ha il match ball.
Sul punto di battuta va l’altro Gheorge, Popescu, che non sbaglia e scatena la festa dei ragazzi di Terim, che hanno realizzato una vittoria storica.

EPILOGO

Il Galatasaray, dunque, è la prima (e finora unica) squadra turca a vincere un trofeo europeo, a conclusione di una stagione epica, con la conquista di uno splendido Triplete, formato da Coppa UEFA, Campionato Turco e Coppa di Turchia.
L’inizio di millennio dei turchi non finisce di stupire, visto che il 25 agosto 2000 il Gala vince anche la Supercoppa Europea contro il Real Madrid, vincendo 2-1 con doppietta di Mario Jardel (con Golden Gol al 103’).
Insomma, un anno veramente indimenticabile per i tifosi giallorossi, che hanno raggiunto vette mai viste, né prima, né dopo.

Continua a leggere

Annate da sogno

L’Aberdeen di Ferguson, tra il New Firm e la Coppa delle Coppe

Pubblicato

:

La scorsa settimana il Real Madrid ha vinto la sua decima finale europea consecutiva, battendo il Liverpool; l’ultima sconfitta dei Blancos nell’atto finale di una coppa risale al 1983, quando fu battuta dall’Aberdeen.
I Dons raggiunsero quel giorno l’apice della loro storia, guidati in panchina da un 41enne di Glasgow, che ha portato l’Aberdeen a dei livelli mai vissuti prima: Alex Ferguson.

L’ARRIVO DI FERGUSON E LA NASCITA DEL NEW FIRM

Nell’estate del 1978 la dirigenza dell’Aberdeen sceglie come tecnico l’ex attaccante Alex Ferguson, reduce da una salvezza con il St. Mirren.
I Dons, presenza fissa in Premiership dal 1905, non banchettano al tavolo dei grandi da tempo, precisamente dal 1955, anno dell’unico campionato scozzese vinto dal club.
Dopo la prima stagione di ambientamento, terminata con un buon quarto posto, nel 1979/80 Ferguson inaugura il proprio palmarès, portando l’Aberdeen al titolo scozzese.
Nel 1982/93, invece, il titolo viene vinto, a sorpresa, dal Dundee United, mentre i Dons vincono la Scottish Cup.
È uno dei rari casi in cui sia Celtic che Rangers restano a secco di titoli in Scozia: si apre l’era del New Firm.
Se l’Old Firm è, da sempre, l’evento più atteso nel paese dei kilt e delle cornamuse, il New Firm, negli anni ’80, rappresenta una sferzata di aria fresca, alimentata dal turbolento rapporto che lega Dundee e Aberdeen. I Tangerines, purtroppo, non riusciranno a mantenersi per troppo tempo ad alti livelli, ma l’atmosfera nelle partite contro i Dons resta tutt’oggi infuocata.

1982/83: LA STAGIONE DEL MITO

Già nel 1981 l’Aberdeen aveva trionfato nella Scottish Cup, ottenendo il diritto di partecipare alla Coppa delle Coppe nella stagione successiva.
La rosa presenta un gruppo compatto e grintoso, nel quale spiccano, su tutti due elementi. Il primo è il portiere, Jim Leighton, 23enne dalla spiccata personalità, che difenderà per ben 16 anni i pali della Nazionale scozzese. Il secondo è Gordon Strachan, piccolo centrocampista grintoso e onnipresente, che Ferguson si porterà a Manchester.
Il 18 agosto 1982 il Pittodrie, uno degli stadi più pittoreschi d’Europa, apre i battenti per il preliminare di Coppa delle Coppe. L’avversario dei ragazzi di Ferguson è il Sion, squadra svizzera decisamente abbordabile.
Tra l’andata e il ritorno, giocato al Tourbillon di Sion, l’Aberdeen segna ben 11 reti, mandando a segno mezza squadra.
Attenzione particolare a John Hewitt, 19enne nato e cresciuto ad Aberdeen, che segna due gol e inaugura al meglio la competizione.

ALLA CONQUISTA DELL’EST

Passato agevolmente il preliminare, i Dons pescano la Dinamo Tirana dall’urna, avversario da non sottovalutare.
La partita di andata, il 15 settembre al Pittodrie è spigolosa e combattuta, entrambe le squadre la mettono sul piano fisico e la qualità del gioco ne risente. Il match finisce 1-0 per i padroni di casa, con rete decisiva del ragazzino, Hewitt, che fa impazzire i tifosi.
Il ritorno, all’Arena Kombëtare, è ancora più bloccato, con l’Aberdeen che riesce a contenere alla grande l’arrembaggio degli albanesi e a portare a casa uno 0-0 che significa passaggio del turno.
L’urna porta i Dons ancora più a Est, per la precisione in Polonia, contro il Lech Poznan.
Ancora una volta, l’andata si gioca in Scozia, dove l’Aberdeen è quasi impossibile da affrontare. Nel giro di un minuto, in avvio di ripresa, McGhee e Weir firmano il 2-0 che mette i Dons con un piede in semifinale.
La partita di ritorno, invece, viene decisa da un colpo di testa di Bell al 59’, rete che permette agli scozzesi di archiviare la pratica senza troppi patemi.

L’AVVERSARIO PIÚ GRANDE

L’urna, che finora aveva sorriso all’Aberdeen, stavolta mette sul piatto di Ferguson un incrocio da brividi contro il Bayern Monaco. I tedeschi, finalisti l’anno prima della Coppa dei Campioni, possono contare su nomi terrificanti come Augenthaler, Breitner, Hoeness e, soprattutto, Karl-Heinz Rummenigge.
L’andata si gioca all’Olympiastadion di Monaco e vede un vero e proprio assalto dei padroni di casa alla porta difesa da Leighton. Gli scozzesi, come da tradizione, si battono come leoni e portano a casa uno 0-0 che vale oro. Si deciderà tutto a Pittodrie.
Lo stadio è stracolmo la sera del  16 marzo 1983, la partita rappresenta un appuntamento con la storia e i tifosi rispondono presenti.
Dopo nemmeno 10 minuti, però, una punizione battuta di seconda da Augenthaler si infila in rete, facendo scendere il gelo su Pittodrie. A fine primo tempo, però, l’Aberdeen riesce a pareggiare, grazie a Simpson, bravo a mettere dentro un pallone vagante in area.
Al 61’ i bavaresi tornano avanti, grazie ad Hans Pflügler, ala che ha legato tutta la sua carriera al Bayern Monaco e che, inoltre, ha giocato una partita del Mondiale 1990, diventando a tutti gli effetti Campione del Mondo.
Una rete subita a metà ripresa, contro un avversario come il Bayern, taglierebbe le gambe a molte squadre, ma non all’Aberdeen.
Nel giro di due minuti, tra il 77’ e il 79’, gli scozzesi ribaltano la situazione, con McLeish, che segna di testa dopo una punizione e con il solito Hewitt. Questa volta il ragazzino terribile di Ferguson, appena entrato in campo, sfrutta una respinta difettosa di Manfred Müller e mette dentro in spaccata, facendo esplodere l’intero stadio.
A sorpresa, l’Aberdeen è in semifinale di Coppa delle Coppe, e ora sognare non costa davvero nulla.

UNA SEMIFINALE PARTICOLARE

Sono rimaste in quattro a contendersi la Coppa. Oltre all’Aberdeen ci sono il Real Madrid, che ha battuto l’Inter ai quarti e ormai è il candidato numero 1 alla vittoria finale e due imbucate.
a prima è l’Austria Vienna, che a sorpresa ha avuto la meglio sul Barcellona, la seconda è una squadra belga, lo Waterschei Thor (non il Dio Norreno) che ha eliminato il PSG ai quarti.
I Dons pescano proprio la squadra belga, che meno di cinque anni più tardi, nel 1988, si fonderà con il KFC (non quello dei polli) Winterslag, dando vita al Genk, la squadra che ha lanciato, tra gli altri Koulibaly e De Bruyne.
Tornando al 1983, la partita d’andata è una vera e propria ecatombe per lo Waterschei, che subisce 5 reti e dice addio ad ogni possibile sogno di gloria. L’Aberdeen si dimostra cinico e spietato, deciso a conquistare una finale che sa di storia.
Il ritorno all’André Dumont Stadion finisce 1-0 per i padroni di casa, che si tolgono una piccola soddisfazione, contro un Aberdeen già con la testa all’atto decisivo.

L’UOMO DEL DESTINO

“Sing a song of sorrow and grieving, carried away by the moonlight shadow”
L’11 maggio 1983, la finale della Coppa delle Coppe ha anche una colonna sonora. È la splendida “Moonlight Shadow” di Mike Oldfield e Maggie Reilly, uscita da qualche giorno e già sparata da ogni stazione radio.
La cornice della partita è l’Ullevi Stadion di Göteborg, uno dei più grandi della penisola scandinava.
Davanti a quasi 18mila spettatori, molti dei quali scozzesi, va in scena una partita combattuta ed equilibrata.
Dopo sette minuti l’Aberdeen passa in vantaggio, con Black che insacca da pochi passi, dopo un colpo di testa di McLeish. Il vantaggio scozzese, però, dura pochi minuti, perché al 15’ Juanito trasforma un calcio di rigore, concesso per fallo su Santillana.
La partita è sempre più in bilico, ma il risultato non cambia e quindi si va ai supplementari.
All’88’, Ferguson ha buttato nella mischia Hewitt, sperando nella voglia e nella verve di quel ragazzo nato con la maglietta dei Dons addosso.
Il numero 15 lo ripaga al 110’ minuto, quando McGhee fugge via ad un avversario e mette al centro un gran pallone; Hewitt arriva sul pallone in corsa e di testa lo mette alle spalle di Agustin, facendo esplodere la gioia dei tifosi dell’Aberdeen.
Nemmeno 10 minuti dopo l’arbitro, l’italiano Menegali, fischia tre volte, consegnando l’Aberdeen di Alex Ferguson alla Storia del Calcio.

GLI ULTIMI SUCCESSI

Dopo la clamorosa vittoria in Coppa delle Coppe, l’Aberdeen non si ferma e  conquista due campionati di fila, nel 1984 e nel 1985, oltre alla Supercoppa Europea, vinta contro l’Amburgo. I tedeschi, dopo uno 0-0 in casa, soccombono nel fortino del Pittodrie per 2-0, grazie alle reti di Simpson e Mcghee.
Dopo questi successi (e due Scottish Cup), Ferguson nel 1986, sostituisce Jock Stein, morto durante una partita di qualificazione al Mondiale in Galles sulla panchina della Scozia. Il tecnico, dopo la parentesi in Nazionale, a novembre passa al Manchester United, dove scriverà giusto un paio di pagine di storia del club.
Hewitt, il mattatore della Coppa delle Coppe, invece, resta ad Aberdeen fino al 1989, prima di passare al Celtic. Nelle due stagioni in biancoverde, però, Hewitt non riuscirà a confermarsi sui livelli di Aberdeen e inizierà il suo girovagare tra squadre di bassa classifica, chiudendo con il Ross County nel 1997.
Jim Leighton, invece, diventerà un personaggio, non solo per le sue abilità in campo. Durante il Mondiale di Francia 1998, infatti, si presenterà in campo senza incisivi (risultato di una delle sue uscite spericolate) e con le sopracciglia ricoperte di vaselina, per evitare (almeno secondo lui) brutti colpi nelle mischie.
Quella dell’Aberdeen anni ’80 resta una delle storie sportive più belle di sempre, oltre che l’inizio di una vera e propria leggenda: quella di Sir Alex Ferguson.

Continua a leggere

Annate da sogno

Milan, dall’Atalanta all’Atalanta: il cerchio si è finalmente chiuso

Pubblicato

:

Tonali

Il Milan di Stefano Pioli ha conquistato lo Scudetto. Per i rossoneri, infatti, è stata decisiva la vittoria del Mapei Stadium contro il Sassuolo per conquistare il diciannovesimo titolo della loro storia. Prima del match finale contro il Sassuolo, il Milan aveva affrontato l’Atalanta, diavolo contro dea. Proprio contro gli orobici tutto ebbe inizio, con quella batosta rifilata dagli uomini di Gasperini che mise in dubbio il futuro del Milan ma dal quale Pioli e i suoi ragazzi sono riusciti a rialzarsi.

5 GOL DALL’ATALANTA, PROGETTO IN CRISI E TECNICO IN BILICO

Il Milan della stagione 2019-20 è una squadra che sta provando a rinascere. Per farlo, la proprietà ha avallato il ritorno di due ex pilastri rossoneri: Paolo Maldini e Zvonimir Boban. I due saranno gli uomini mercato insieme a Frederic Massara, al posto del dimissionario Leonardo. In panchina per unire il bel gioco ai risultati è stato chiamato Marco Giampaolo. In estate Maldini porta Theo Hernandez in rossonero andandolo a prelevare dal Real Madrid. Arrivano anche l’ex Fiorentina, Ante Rebic, dall’Eintracht Francoforte, con André Silva che effettua il percorso inverso, e un giovane portoghese di nome Rafael Leao dal Lille.

La squadra è un’amalgama di volti nuovi e il centravanti designato, Krzysztof Piątek, non riesce a trovare continuità sotto porta. L’avvio di stagione è pessimo e nonostante arrivi una vittoria, Marco Giampaolo viene esonerato. Al suo posto un normalizzatore, chiamato a vestire i panni di allenatore ad interim: Stefano Pioli. Con l’arrivo del nuovo tecnico la squadra riesce a trovare nuova verve ma al Gewiss Stadium di Bergamo arriva una sconfitta netta e sanguinosa contro l’Atalanta per 5-0, peggiore sconfitta in campionato dal lontano ’98.

IBRA, PANDEMIA E RINASCITA

La brutta sconfitta pone interrogativi sul percorso intrapreso dai rossoneri e, nonostante una politica di mercato incentrata sulla linea verde, gli uomini mercato del Milan decidono di riportare casa un giocatore non più giovane, ma dalla leadership e dal carisma unico: Zlatan Ibrahimovic. Insieme a lui arriva dall’Atalanta il danese Simon Kjaer, difensore esperto ex Roma che in nerazzurro non aveva quasi mai visto il campo e che al Milan diventa vero e proprio cardine difensivo. Dall’Anderlecht il Milan acquista inoltre Alexis Saelemaekers, giovane belga di belle speranze. A lasciare il diavolo sono Piątek, Suso e Caldara.

milan, Kjaer

Nel marzo 2020, a causa del rapido diffondersi del Covid-19, il campionato si ferma. Seguono mesi di pausa ed allenamenti in videocall, situazione surreale per lo sport ma per il mondo in generale. Questo stop forzato compatta il Milan che, sotto la guida di Zlatan, alla ripresa del campionato sembra inarrestabile. Il Milan rimane imbattuto mettendo in fila 12 risultati utili consecutivi con una consapevolezza da grande squadra.

2020-21: IL DIAVOLO CI VA VICINO MA SI ACCONTENTA DELLA CHAMPIONS

Nella stagione successiva il Milan è impegnato su tre fronti: Serie A, Coppa Italia ed Europa League. Maldini e Massara, rimasti orfani di Boban che per incomprensioni ha deciso di lasciare, investono su due giovani talenti: Sandro Tonali dal Brescia e Brahim Diaz dal Real Madrid. Dopo un lungo tira e molla la dirigenza decide, inoltre, di confermare Stefano Pioli alla guida della squadra e spegnere una volta per tutte le voci che volevano il tedesco Ralf Rangnick protagonista nel nuovo progetto Milan. La conferma di Pioli diventa anche la conferma di Ibra, vero trascinatore di questo gruppo di giovani terribili, ma fuori dagli ipotetici piani del tedesco.

Ibra

La partenza del Milan è sprint e per lunghi tratti del girone d’andata i rossoneri guidano la classifica. Il Milan la vetta prova a tenerla, ma i tre fronti su cui è impegnato e i numerosi infortuni, portano il diavolo ad un calo fisico e fisiologico in favore dei cugini nerazzurri. Dopo essersi laureato campione d’inverno, il Milan abbandona le chance di Scudetto nel girone di ritorno con la decisiva sconfitta nel derby contro l’Inter. A fine anno, però, i rossoneri festeggiano comunque, dopo 7 lunghissime ed interminabili stagioni il Milan torna a casa sua, torna in Champions League e lo fa battendo proprio l’Atalanta 2-0 all’ultima di campionato

ESPERIENZA E VOGLIA DI STUPIRE, ADESSO IL DIAVOLO FA SUL SERIO

Per affrontare il ritorno in Champions le idee rossonere sono chiare, unire giocatori in rampa di lancio a profili più maturi e con esperienza internazionale. Le mosse di mercato più importanti sono le riconferme di Tomori, prelevato dal Chelsea nel gennaio 2021, e di Brahim Diaz, insieme all’acquisto del portiere francese Mike Maignan. Diaz e Maignan vanno a sostituire Calhanoglu e Donnarumma, andati a parametro zero rispettivamente all’Inter e al PSG. Maldini chiude il mercato rossonero con gli acquisti di Junior Messias dal Crotone e la ciliegina sulla torta: Olivier Giroud dal Chelsea.

Il ritorno in Champions League non è dei migliori. I rossoneri, pur disputando una partita di alto livello, escono sconfitti da Anfield. La bella partita, però, dà la consapevolezza di non essere ancora al livello di una top europea come sono i reds, ma che il percorso intrapreso sia quello giusto. In campionato, sin dall’inizio, si preannuncia una corsa a tre con Inter e Napoli, squadre molto forti e temibili. Il girone d’andata del Milan è più che buono, al giro di boa la squadra di Pioli è seconda dietro l’Inter. Unica nota stonata, i continui infortuni di Zlatan Ibrahimovic che ne limitano l’apporto in campo e il crack del ginocchio di Kjaer.

DALL’ATALANTA ALL’ATALANTA: LA VOGLIA DI CHIUDERE IL CERCHIO

Alla terza del 2022 il Milan incappa in una rocambolesca sconfitta contro lo Spezia, decisa da una clamorosa svista arbitrale. Segue uno scialbo 0-0 contro la Juventus. Sembra l’inizio della fine del sogno Scudetto, ma nel derby della Madonnina Olivier Giroud prende per mano la squadra e la conduce alla vittoria con una doppietta in pochi minuti. I pareggi contro Salernitana e Udinese rischiano di compromettere il cammino rossonero, ma le concorrenti non ne approfittano mancando anche loro la vittoria. Il centravanti francese si ripete contro il Napoli, segnando di rapina il gol vittoria contro i partenopei.

Un’altra vittoria cruciale della squadra di Pioli è quella maturata nei minuti finali del match dell’Olimpico. Contro la Lazio i rossoneri avevano rischiato di perdere la vetta. Sul Milan, però, ha aleggiato per tanto tempo il peso di una classifica virtuale. L’Inter, infatti, pur trovandosi dietro aveva disputato una partita in meno che, in caso di vittoria, la proiettava in testa davanti ai cugini. Nel recupero della ventesima giornata, Sinisa Mihajlovic fa un favore alla sua ex squadra battendo l’Inter e rendendo il diavolo padrone del proprio destino. Da quel momento il Milan ha ottenuto due difficili vittorie contro Fiorentina e Verona che hanno avvicinato i rossoneri al sogno.

A due giornate dal termine e a quattro punti di distanza, il Milan si ritrovava ad affrontare l’Atalanta, squadra che aveva impartito al diavolo la lezione più pesante degli ultimi 25 anni. Il Milan che affronta l’Atalanta è molto diverso. Theo è diventato uno dei migliori, se non il migliore esterno basso del campionato; Saelemaekers ha trovato quella continuità che gli ha permesso di arrivare in nazionale; ma soprattutto l’esplosione di Rafael Leao, oggetto misterioso e definito “fumoso” al suo arrivo a Milano e diventato vero e proprio trascinatore della banda di Pioli, con le big d’Europa alla finestra. Da sottolineare anche la crescita di giocatori come Tonali, Bennacer e Davide Calabria, a lungo fischiato dai suoi stessi tifosi e adesso titolare inamovibile della corsia di destra.

I rossoneri trionfano 2-0 con gli uomini copertina del nuovo corso Leao ed Hernandez. La vittoria contro il Sassuolo nel segno di Giroud ha sancito infine il ritorno al vertice del diavolo che detronizza l’Inter e sale sul tetto d’Italia.  Dall’Atalanta all’Atalanta ora il cerchio è chiuso e il Milan è tornato grande.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

I nostri approfondimenti

Giovani per il futuro

Esclusive

Fantacalcio

Serie A

Trending

Scarica L'App

Copyright © 2022 | Testata giornalistica n.63 registrata presso il Tribunale di Milano il 7 Febbraio 2017 | numero-diez.com | Applicazione e testata gestita da Número Diez SRL 12106070969