L’estate del 2003 e la concomitante sessione di calciomercato sono molto importanti per comprendere l’evoluzione del calcio inglese e le dinamiche che oggi condizionano la Premier League.

Da diversi anni il campionato è dominato dal duopolio Arsenal-Manchester United, rispettivamente dirette dai lungodegenti Arsène Wenger e Sir Alex Ferguson. Le due squadre rappresentano la massima espressione del calcio d’oltremanica, e dal 1997, cioè dall’anno successivo all’insediamento dell’alsaziano sulla panchina dei Gunners, si contendono il titolo. Durante quell’estate però, al dialogo per il primato si aggiunge un’altra voce, quella del Chelsea del nuovo presidente Roman Abramovic.

L’impatto del magnate russo sul calcio inglese – e sul calcio in generale – è folgorante: la sua prima sessione di mercato da presidente la conclude con una spesa complessiva pari a 12o milioni di sterline, una cifra senza senso per l’epoca. Il restyling è totale: in difesa arrivano Glen Johnson e Wayne Bridge, a centrocampo Claude Makélélé e Juan Sebastian Veron mentre in attacco Hernán Crespo. Il tutto orchestrato dal confermato Claudio Ranieri.

Fonte immagine: profilo Instagram Makélélé

Mentre ai piedi di Stamford Bridge i mesi di luglio e agosto sono un susseguirsi di annunci ufficiali e presentazioni in pompa magna, nel nord di Londra, precisamente nel quartiere Arsenal, Arséne Wenger lavora a fari spenti con lo stesso organico che l’anno prima aveva ceduto allo strapotere dell’ultimo grande Manchester United della classe 1992.

Quell’Arsenal è già un gruppo vincente, trasformato dal Boring Arsenal dei primi anni 90 ad una squadra vivace e in grado di centrare obbiettivi. Dall’inizio del nuovo millennio ha messo in bacheca un campionato, due Fa Cup e un Community Shield e durante la precedente stagione Wenger si era detto soddisfatto del livello di gioco raggiunto dalla squadra, lanciando anche una provocazione da nessuno presa sul serio: “Non è impossibile che questa squadra possa vincere un campionato da imbattuta”.

PROTAGONISTI E COMPARSE

I rinnovi di Vieira e Pires chiudono il mercato dei Gunners, il cui 11 base è quasi lo stesso della precedente stagione. Davanti all’unica novità, rappresentata da Jens Lehmann, arrivato dal Borussia Dortmund per sostituire il partente Seaman, campeggiano Sol Campbell, apostrofato ancora oggi come “il traditore” dai tifosi del Tottenham, e Kolo Tourè. Le fasce sono invece occupate dal rampante prodotto dell’Academy Ashley Cole e dal camerunese Lauren. Quest’ultimo reinventato terzino dopo diversi dibattiti con Wenger: “Ho avuto grandi scontri con Lauren, che è venuto molte volte da me per convincermi che non fosse un terzino destro. Io gli dicevo: “Guarda, fidati di me, sei un terzino destro”. E lui rispondeva: “No, non sono un terzino destro. Sono un centrocampista di destra e posso persino giocare a centrocampo come centrale”. Ed io a mia volta concludevo: “Ma puoi fare un magnifico terzino destro.” Dopo un po’ l’ha accettato” racconta lo stesso manager francese.

In mediana ci sono Partick Vieira, capitano e pretoriano di Wenger all’ottava stagione con la maglia dei Gunners, e Gilberto Silva, comunemente definito un brasiliano atipico. Mentre Vieira rappresenta l’archetipo del centrocampista abile ed efficace in ambo le fasi, Silva è essenziale con il pallone tra i piedi ma indispensabile in fase di non possesso, tanto da conquistarsi il soprannome di “The Invisible Wall”.

Quello che nella line up è un 442 viene poi definito dai quattro tenori offensivi. Le due ali, il 7 e l’8, sono due giocatori agli antipodi per look e interpretazione del gioco. Il 7 è Robert Pires, ha i capelli lunghi e lisci, ordinati il più delle volte da una di quelle fascette che nei primi anni 2000 erano incredibilmente cool. Gioca a piede invertito, ama ricevere il pallone tra i piedi e alterna cavalcate sulla fascia ad eleganti conduzione nella fascia centrale, sempre con la sua tipica andatura regale. L’8 è Fredrik Ljungberg, l’anima della squadra, che ha ceduto alla calvizie ed è rimasto vedovo della cresta rossa che anni prima lo aveva reso un’icona di stile a livello mondiale. In campo è lo striker-hunter della squadra, un instancabile maratoneta che si nutre divorando gli spazi creati dai suoi compagni di reparto.

Lo scacchiere è completato dal duo d’attacco Henry-Bergkamp. Il primo, con il numero 14 stampato sulla schiena, è il Sole della squadra: bomber ineffabile e rifinitore illuminato nel pieno del suo splendore. Svaria su tutto il fronte offensivo, con una leggera tendenza a sovraccaricare il lato sinistro, dove con Pires e Cole è in totale simbiosi. Infine c’è Dennis Bergkamp, protagonista di una delle ultime recite della sua carriera. L’olandese è il regista avanzato della squadra, colui che la ordina e disordina a suo piacimento. L’impatto in termini realizzativi sarà in tono minore rispetto alle precedenti stagioni (così come il minutaggio), ma quando lui è in campo i Gunners suonano una sinfonia diversa. A completare l’organico c’è una lunga lista di comprimari più o meno importanti: in difesa il veterano Keown e il rincalzo Cygan, a centrocampo Parlour e Edu e in attacco Wiltord, Kanu e Aliadière.

UNA POLTRONA PER TRE

Con la consapevolezza di avere dalla propria il fattore continuità, l’Arsenal si affaccia fiducioso alla stagione 2003-2004. Non lo fa, però, nel migliore dei modi. L’errore dal dischetto di Pires consegna il Community Shield al Manchester United, al termine di una partita combattuta e trascinata ai calci di rigore dai gol di Henry e Silvestre.

La cocente delusione viene però subito accantonata con l’inizio della Premier League. Dopo le prime 5 giornate i Gunners sono in vetta alla classifica assieme al Chelsea, con il Manchester United che insegue a un punto di distanza. La giornata successiva presenta il primo snodo fondamentale della stagione: l’Arsenal fa visita ai Red Devils, in quella che verrà tramandata ai posteri come la “Battaglia di Old Trafford”. Il sottile filo che tiene in bilico la partita per circa 80 minuti viene spezzato dalla discussa espulsione di Patrick Vieira. Rimasto in 10 l’Arsenal subisce il violento assalto dei padroni di casa, che raggiunge il suo climax quando a pochi secondi dallo scoccare del 90esimo l’arbitro concede un rigore per una presunta spinta di Keown su Scholes. Dopo infinite polemiche dal dischetto di presenta Ruud Van Nistelrooy, uno dei più attivi nei parapiglia precedenti alla battuta. La tensione gioca un brutto scherzo all’olandese, che vede il suo destro infrangersi sulla traversa. All’errore farà seguito un’irriverente esultanza di Keown in faccia all’attaccante del Manchester United, casus belli di una serie di scontri che si protrarranno anche nel post-partita.

Gli strascichi della battaglia non avranno effetti negativi sulle due squadre – nonostante diverse giornate di squalifica per alcuni uomini di Wenger – che anzi da quella gara in poi metteranno in fila tre vittorie consecutive. Se quelle dello United arriveranno contro squadre abbordabili, i Gunners dovranno vedersela prima contro il Newcastle di Alan Shearer, poi contro il Liverpool ed infine contro il Chelsea capolista. Per superare i Magpies ci vorrà il miglior Henry, autore del gol del momentaneo vantaggio e del rigore decisivo, realizzato con uno scavetto. Ad Anfield sarà invece una pennellata d’autore di Robert Pires a decidere la gara, dopo che il gol di Owen in apertura l’aveva messa in salita. La vittoria in casa del Liverpool è uno spartiacque fondamentale per comprendere l’essenza di quell’Arsenal. Il giorno dopo la gara l’inviato del Times Oliver Kay commenta così la prestazione della squadra di Wenger: “Le ultime partite hanno insegnato loro a mettere la sostanza davanti allo stile. Potrebbe essere meno attraente per i puristi, ma non c’è dubbio che un aproccio più robusto gli abbia resi più temibili. Un anno fa producevano un calcio di uno splendore raramente visto in questo paese o altrove (85 gol stagionali e miglior attacco del campionato, n.d.r.). In questa stagione, con una fluidità che si è rivelata sfuggente, stanno ottenendo grandi risultanti in modo più efficiente”.

Si arriva dunque allo scontro di vertice contro il Chelsea, che non ha patito la rivoluzione tecnica e societaria rimanendo imbattuto per 8 giornate. I Gunners si impongono ad Highbury grazie a due gol sporchi di Edu ed Henry, inframmezzati da una saetta dai 25 metri di Crespo che aveva riportato a galla i blues.

Come anticipato prima, e diversamente da quanto si possa pensare, soprattutto riguardando le ultime versioni dell’Arsenal di Wenger, quella squadra riprendeva in toto i tratti distintivi del calcio inglese dell’epoca. Era una squadra fisica, soprattutto nella fascia centrale, con quattro blocchi di granito come Campbell, Tourè, Vieira e Silva a proteggere l’area. Non aveva l’ambizione di dominare la gara sempre con il pallone tra i piedi, nè di aggredire l’avversario con un pressing ultraoffensivo. In fase di possesso seguiva pochi pattern codificati, ma sviluppava le azioni ricercando la verticalità e sfruttando il continuo movimenti degli uomini offensivi. Un moto perpetuo che rendeva lo scaglionamento in fase offensiva estremamente fluido, con le ali e le punte pronte ad interscambiarsi in ogni occasione. Questa interpretazione della fase di possesso era la più grande innovazione di quell’Arsenal e rappresentava un bug per i sistemi difensivi di quell’epoca, ancora troppo statici per reagire al caos creato dai Gunners.

Nel gol che certifica la vittoria sul campo del Birmingham – aperta dai gol di Ljungberg e Bergkamp – Henry (al terzo assist della sua partita) agisce da ala sinistra, mentre Pires, che riceve il passaggio del connazionale e con un tocco delicato deposita in rete, prende il suo posto come riferimento centrale. Da notare anche la perfetta distribuzione orizzontale degli uomini, con Bergkamp e Ljungberg a riempire l’area e l’accorrente Kanu posizionato al limite.

Questo stile di gioco, in aggiunta alla necessità di rendere più profondo il reparto offensivo, convinceranno la società a fare l’unico grande investimento di quella stagione. Infatti, nel mercato di gennaio arriva dal Siviglia, per circa 20 milioni di euro, il compianto Josè Antonio Reyes, messosi in mostra sin da giovanissimo tra le fila degli andalusi.  

“Abbiamo un gioco basato sul movimento, la tecnica e la velocità. Reyes ha tutte queste cose e l’abbiamo seguito per un anno”

commenterà Wenger il giorno della sua presentazione.

Nonostante un ruolino di marcia impeccabile (12 vittorie e 6 pareggi), al mercato di gennaio in vetta alla classifica ci arriva il Manchester United di Ferguson, che dopo la bruciante sconfitta con il Chelsea non commette più passi falsi e si laurea campione d’inverno. L’Arsenal segue ad un punto di distanza, complice qualche pareggio di troppo. Per il Chelsea di Ranieri invece, sono la sconfitta casalinga con il Bolton e il clamoroso tonfo in casa del Charlton i bruschi stop che costano la vetta.

BELLI E INVINCIBILI

L’egemonia dei Red Devils dura però poche settimane, perchè i 5 punti persi tra Newcastle e Wolverhampton permettono all’Arsenal di riprendere la testa del gruppo. É nella parte centrale del girone di ritorno che i Gunners innescano la marcia alta e seminano le contendenti. Il pareggio di Goodison Park è l’ultimo mezzo inciampo prima di una lunga sfilza di vittorie che miete vittime celebri come il Manchester City e, ancora una volta, il Chelsea. A Stamford Bridge il gol di Gudjohnsen illude i blues prima della rimonta degli ospiti, ulteriore segnale della grande fiducia che serpeggia tra i giocatori. Il gol del pareggio è un trattato di analisi e gestione degli spazi scritto a tre mani da Bergkamp, Vieira e Pires.

Il francese sfrutta un recupero alto di Pires, appoggia a Bergkamp e prosegue la sua corsa senza palla. L’ex Ajax stoppa, alza la testa e, come sempre, legge prima degli altri lo sviluppo dell’azione. Avrebbe alla sua destra due compagni da servire, ma capisce che l’intelligente taglio in profondità di Pires potrebbe aprire una voragine nella difesa avversaria. In una frazione di secondo prima finge di servire con l’interno Pires e poi, con un esterno destro con il contagiri, mette in porta Vieira. A ribaltare il match ci penserà Edu, con il secondo gol in due partite di campionato al Chelsea.

La striscia di vittorie si fermerà a 9 partite, interrotta dalla zampata di Louis Saha agli sgoccioli dello scontro diretto finito in parità contro il Manchester United. Ad aprire le danze, per l’Arsenal, ci aveva pensato Henry con un collo-esterno di stordente bellezza. Il rocambolesco pareggio, che comunque permette ai Gunners di mantenere 7 punti di vantaggio sul Chelsea e addirittura 12 sui Red Devils, sarà l’incipit del periodo più complicato della stagione per gli uomini di Wenger. In meno di una settimana vengono eliminati prima dalla Fa Cup e poi, soprattutto, dalla Champions League, per mano del Chelsea ai Quarti di Finale. I blues, definiti da Wenger l’unica squadra in grado di poterli battere quell’anno, prima si accontentano di un pari a Stamford Bridge e poi, al termine di un secondo tempo di fuoco, si impongono per 2 a 1 ad Highbury. Il giustiziere dei Gunners è Wayne Bridge, che fa seguito al gol di Reyes e al pareggio di Lampard.

Con il morale sotto i tacchetti l’Arsenal ospita il Liverpool per uno degli ultimi grandi impegni di campionato. La differenza tra le due squadre si nota sin dai primi minuti in ogni aspetto del gioco, ma grazie a due sortite offensive i Reds riescono ad andare al riposo in vantaggio per 2 a 1. Il primo gol lo realizza Hyppia, a cui fa seguito Henry, mentre il nuovo vantaggio degli ospiti lo firma Owen su assist visionario di Gerrard. Dagli spalti di Highbury cominciano ad udirsi i primi brusii di disapprovazione, mischiati al timore di vedere il castello costruito durante tutta la stagione crollare a pochi metri dal traguardo. L’intervallo però arriva come un toccasana, e rinvigorisce i padroni di casa. Il rientro in campo è tramortente: una combinazione a tutta velocità tra Henry, Ljungberg – la cui sensibilità tecnica passa spesso in secondo piano – e Pires permette a quest’ultimo di realizzare il 12esimo gol in campionato (a fine stagione saranno 14). Due minuti dopo, sul punteggio di 2-2, entra in scena Titì Henry.

Il francese sta vivendo la migliore stagione della sua carriera, da quando ha lasciato la Juventus per accasarsi nel Nord di Londra le sue prestazioni sono migliorate costantemente, anno dopo anno. Nel 2004 è indiscutibilmente il miglior giocatore del mondo e nel momento più importante della stagione non fa altro che dimostrarlo. Riceve il pallone poco più avanti del centrocampo e si avventura in uno slalom gigante tra le maglie avversaria agile come un levriero. Arrivato davanti al portiere, con la solita precisione chirurgica, deposita il pallone in rete, prima di lanciarsi in una prolungata esultanza impregnata della superbia che lo contraddistingue. Rivedere l’azione più volte dà una percezione sempre più nitida della differenza tra lui e chi lo circonda: mentre corre e aumenta la falcata con estrema naturalezza gli avversari sembrano fare la stessa cosa con il triplo della fatica, come se avessero un peso da trainare sulle spalle. A mettere il punto esclamativo sulla vittoria ci penserà ancora lui, con una carambola fortunata che fa da contraltare al gol segnato una manciata di minuti prima.

L’ennesima vittoria in rimonta in uno scontro al vertice darà il colpo di grazia alle contendenti. Lo United si è da tempo arenato, mentre nelle ultime giornate cede il passo anche il Chelsea, che con il pareggio casalingo contro l’Everton regala alla capolista l’occasione di festeggiare il titolo a White Hart Lane, sul campo del Tottenham eterno rivale. Vieira e Pires lanciano i Gunners verso un trionfo in terra nemica, ma Redknapp e Keane non ci stanno e riequilibrano la gara. Il pareggio però è sufficiente, l’Arsenal è campione d’Inghilterra. L’errore di Lehmann sul rigore concesso nel finale a Keane non va però giù a Campbell, che durante i festeggiamenti va a muso duro contro il portiere tedesco: “Eravamo campioni, ma c’era quasi una rissa tra Sol e Jens! Ti mostra quanto questi ragazzi fossero vincenti. Abbiamo dovuto calmarli nel camerino:”Ragazzi, abbiamo vinto il campionato, dai!” svelerà Wenger anni dopo. Lo stesso Lehmann confermerà come nonostante i grandi risultati la squadra si alimentasse grazie a continui scontri fra compagni: “La gente credeva che ci fosse una grande atmosfera in quella squadra, ma ad essere sinceri non era così. Discutevamo di tutto, ogni giorno. Tutti volevamo vincere e sono state proprio quelle discussioni a farci comportare così bene sul terreno di gioco”.

Archiviata la pratica titolo, per trasformare in leggendaria una grande annata all’Arsenal manca solo concludere con la casella delle sconfitte immacolata la stagione. L’unica squadra ad esser riuscita nell’impresa era stata il Preston North End nel lontanissimo 1889, in un campionato che prevedeva solo 22 partite. Ai Gunners di ostacoli ne mancano 4, che con qualche fisiologico affanno e grazie ai gol e alla freschezza di Reyes vengono aggirati senza intoppi. L’ultima gara, in casa contro il Leicester, funge simbolicamente da compendio della stagione degli Invincbili: vittoria ottenuta in rimonta, Bergkamp che confeziona l’ennesimo assist geniale della sua stagione ed Henry che dal dischetto fa 30 in campionato.

DA INVINCIBILI A IRRIPETIBILI

La striscia di imbattibilità si protrarrà per altre 9 partite nello scoppiettante avvio della stagione successiva, raggiungendo quota 49. Ad interromperla sarà, come in un cerchio che si chiude, il Manchester United, trascinato da una doppietta al sapore di vendetta di Van Nistelrooy. Nella sua autobiografia Sir Alex Ferguson racconterà di come dopo quella partita il suo rapporto con Wenger si sia incrinato, in quanto reo di non esser stato in grado di accettare la sconfitta. Il tradizionale caos post gara, scatenato proprio dai due manager, questa volta costerà caro all’Arsenal, che nelle successive partite perderà la bussola offrendo il fianco al nuovo Chelsea targato Josè Mourinho.

Quel gruppo si sfalderà lentamente, pezzo dopo pezzo, chi per motivi economici e chi, come Henry e Vieira, per compiere un ulteriore step nella loro carriera. Il canto del cigno sarà la Champions League 2005-06, tassello mancante del mosaico sfuggito nella Finale di Parigi contro il Barcellona dopo aver disputato l’intera partita in dieci. L’anno dopo mezza squadra leverà le tende, e sull’epopea degli Inivicibili calerà la notte, così come sulle tribune di Highbury, sostituito dall’avveniristico Emirates Stadium.

Da quella stagione nessun’altra versione dell’Arsenal di Wenger e, in generale, nessun’altra squadra inglese riuscirà ad imprimere lo stesso dominio tecnico, fisico e mentale sulla Premier League per un tempo così prolungato. Un gruppo irripetibile, formato da giocatori prima di tutto intelligenti – come ama definirli il loro mister – e che rappresentò la massima espressione di un progetto tecnico mai più così splendente.

 

Immagine in evidenza dal profilo Instagram @robert_pires07