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Annate da sogno

TB Diez – Quando il Nottingham era imbattibile

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Correva l’anno 1957 quando Timothy Leary, una delle personalità più stravaganti e cervellotiche del secolo scorso, pubblicò il primo e con ogni probabilità anche il più importante dei suoi libri. Dopo anni passati a studiare la mente umana, Leary era riuscito a creare un modello in cui le caratteristiche assunte dalla personalità di un singolo nel rapportarsi con gli altri individui venivano ordinate in un cerchio. In altre parole, l’eccentrico statunitense cercò di semplificare il più possibile un concetto di una complessità estrema come il comportamento umano. Per capire la complicatezza della materia trattata basta leggere il titolo di quell’opera: “Diagnosi interpersonale della personalità”. Pare quasi contraddittorio pensare che la più che controversa mente di Leary sia riuscita a partorire un modello di tale funzionalità, eppure il risultato prodotto è notevole. Il suo “cerchio interpersonale” è ancora oggi oggetto di studio nelle università e ha segnato indissolubilmente la storia della psicologia moderna. Per farla breve, il cerchio si divide in otto spicchi, ognuno dei quali rappresenta un tipo di personalità; nella parte superiore si inseriscono coloro che dominano, mentre in quella inferiore i più sottomessi o adattati.

Nello stesso anno in cui il lavoro di Leary venne divulgato, i due principali artefici della storia che verrà raccontata oggi da Numero Diez, Brian Clough e Peter Taylor, stavano muovendo i primi passi l’uno al fianco dell’altro. Al tempo infatti entrambi vestivano la casacca rossa del Middlesbrough, il quale militava in quella che si chiamava Second Divison (l’attuale Championship). Di certo non si trattava del campionato più semplice da affrontare, in quanto ogni domenica si inscenavano rigidi e ferrei scontri sui fangosi terreni di gioco britannici, che per qualche ora diventavano dei teatri, anche se agli antipodi rispetto alla Scala o al Bol’šoj. Da quegli stessi prati, un paio di decenni dopo, avrebbe avuto inizio la fioritura dell’eterna gloria a cui Clough e Taylor erano destinati. Nonostante i loro nomi non fossero ancora internazionalmente conosciuti, già al Boro i due avevano mostrato una complicità tale da parere due pezzi di un puzzle perfettamente incastonati. Il primo si occupava di segnare i gol (e non sapeva smettere), il secondo invece si impegnava per non subirne. Ruoli totalmente diversi tra loro, ma imprescindibili e simbiotici.

Brian Clough (a destra) e Peter Taylor (a sinistra) ai tempi del Middlesborugh (fonte immagine: profilo Twitter @archive_NFFC).

Questa relazione complementare perdurò anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, trovando una forma ancor più determinante. I due infatti composero una delle più iconiche coppie in panchina che il football abbia mai conosciuto. Peter, assistente e tattico, individuava quello di cui la squadra aveva bisogno e lo affidava nelle mani di Brian, allenatore e motivatore, che doveva riuscire a trarne il meglio.

DA SOTTOMESSI A LEADER

L’ardua impresa a cui si confrontarono i due uomini inglesi (di cui trovate un ulteriore approfondimento qui) fu di fatto quella di scalare il modello di Leary. Entrambi erano nati nella labouring class del primo dopoguerra, perciò, per forza di cose, sono partiti dalla zona inferiore del cerchio interpersonale, essendo perennemente vincolati a causa dello stato sociale a cui appartenevano. Per chi cresceva tra ciminiere e palazzi a mattoncini rossi costruirsi un futuro splendente era tutt’altro che semplice. Un esempio concreto potrebbe essere quel Thomas Shelby, protagonista della celebre serie Tv Peaky Blinders, che trovava nelle periferie degli anni ‘20 il suo habitat naturale. Tra una sigaretta e l’altra, il personaggio interpretato da Cillian Murphy diceva: “Devi ottenere quello che vuoi con i tuoi mezzi”. Ed è proprio grazie alle loro capacità, sia tecniche che mentali, che Clough e Taylor riuscirono a fuggire dal fumo delle fabbriche, iniziando a respirare aria limpida e pura.

Immagine scattata a Middlesbourgh negli anni ’20, qualche anno prima della nascita di Brian Clough.

Eppure, come confessò lo stesso Clough al termine della sua ascesa al successo, aver trascorso l’infanzia in quelle zone è ciò che più lo ha formato, permettendogli di avviare un processo di crescita che lo ha portato alla gloria. L’umiltà di chi ha vissuto nella povertà, il senso di responsabilità di chi fin da piccolo doveva già badare ai fratelli minori, l’orientamento al lavoro di chi ha visto i genitori sudare per garantire ai figli una vita dignitosa. Sono tutti valori che apprese nella sua giovinezza e che diventarono i pilastri su cui poggiò tutta la sua fortuna. Con ogni probabilità erano infatti queste le virtù in cui si trovavano le radici della sua capacità di gestione che lo contraddistinse nei suoi anni migliori. Dagli spicchi più bassi e ininfluenti dello schema learyano riuscì a muoversi fino alla categoria di coloro che, dotati di notevole autorità e determinazione, potrebbero essere definiti come protagonisti. Sia lui che il suo collega e amico Taylor assunsero a tutti gli effetti la posizione di leader, sovvertendo il loro status nel cerchio. Fu come se, nonostante il libro della loro vita fosse già scritto e rilegato, avessero deciso di prendere in mano la penna e ridisegnare la parte centrale della trama, cancellando quanto c’era scritto in precedenza. D’altronde, da quando la loro carriera calcistica ha avuto inizio, tutti i loro sforzi e le loro qualità si concentrarono unicamente su quella. “Il gioco nutre l’anima, quando non c’è altro nella vita che possa farlo”. Mai come in questo caso le parole pronunciate da James Walsh in The English Game trovano un significato azzeccato.

LA TAPPA NODALE

L’esecuzione di un tuffo dal trampolino si può dividere in tre parti distinte: inizialmente si prende la rincorsa, poi, arrivati all’estremità della pedana, ci si dà lo slancio, e infine si spicca spettacolarmente il volo. Fingendo che il tempo si possa infinitamente rallentare, estendendo una manciata di decimi di secondo ad un’intera stagione, nell’annata 1977-78 Clough e Taylor si trovavano proprio nella fase centrale dell’esibizione. I passi iniziali erano già stati mossi anni prima alla guida del Derby County, club con cui la fantomatica coppia vinse sia la Second che la First Division (primo titolo nella storia dei Rams) nel giro di sei anni. La parte maggiormente scenografica sarebbe arrivata invece di lì a poco; all’orizzonte infatti il trofeo più ambito d’Europa, la Coppa dei Campioni, li attendeva impaziente.

Nel ‘75 Clough e Taylor si erano accomodati sulla panchina del Nottingham Forest. Va detto che con il termine “accomodarsi” non bisogna immaginarsi di certo che i due si sedettero su un sedile di business class dei moderni aeroplani. Al contrario, la panchina dei Tricky Trees in quel momento era più un posto in seconda classe di un treno regionale all’orario di punta. Ma era proprio quello il luogo in cui il tecnico e il suo assistente si trovavano a loro agio, lontani il più possibile dai borghi più chic e rinomati. Ci vollero due stagioni per garantire al Nottingham l’evasione dalle arene di Second Division, più che conosciute dall’allenatore e dal suo assistente, esperti delle province. La promozione rappresentò l’inizio della tanto ripida quanto clamorosa scalata dei Garibaldi Reds, che trovò nella stagione ’77-’78 il crocevia fondamentale.

CONTRO OGNI PRONOSTICO

Fin dalle prime gare di campionato, il Nottingham non dava affatto l’idea di volersi limitare a rispettare i pronostici di inizio stagione. Dopo aver affrontato nell’ordine Everton, Bristol e Derby County, la squadra neopromossa si trovava a punteggio pieno, in vetta alla classifica. Clough e Taylor erano addirittura sopra al Liverpool, compagine che al tempo dettava legge sia in Inghilterra che in Europa. Infatti l’anno prima, mentre al City Ground si festeggiava il ritorno nella massima serie, i Reds portavano a termine il Double, conquistando sia la First Division che la Champions League. Nonostante in estate il Merseyside fosse rimasto orfano di King Kevin Keegan, che coronerà in seguito il suo anno con il Pallone d’Oro, il Liverpool di Bob Paisley rimaneva un reale macchina da guerra, nella quale trovare un punto debole non era affatto facile. Proprio per questo motivo, seppur fossero passate appena tre giornate, vedere i rossi del centro sopra ai rossi dell’Ovest suscitava un certo stupore.

Tuttavia le ali dei Tricky Trees vennero immediatamente tarpate dall’aria di città. Alla quarta giornata infatti, all’Highbury di Londra, l’Arsenal sancì una sonora sconfitta per tre reti a zero, che frenò bruscamente gli animi. Chi non si lasciò scoraggiare da quella battuta d’arresto fu però Peter Taylor, che, come detto, aveva la capacità di captare all’istante le necessità della squadra. La sua bussola prodigiosa puntò in quel momento su Peter Shilton, estremo difensore dello Stoke City, e Archie Gemmill, vecchia conoscenza del Derby County. Entrambi si inserirono da subito nel gruppo dei titolari di Clough, dal quale nessuno li avrebbe più rimossi.

La rosa al completo della stagione 1977-78 (fonte immagine: sito ufficiale Nottingham Forest).

I due leader di periferia furono in grado di costruire una squadra compatta e rocciosa, che si muoveva in campo come un macchinario studiato a meraviglia. Non si trattava di un insieme di talenti che regalavano calcio nella sua forma più creativa, come all’epoca faceva il Barcellona di Cruijff, ma piuttosto di una corazzata capace di tenere testa a chiunque si trovasse di fronte. Gli attacchi avversari venivano prontamente stroncati da un comparto difensivo attento e organizzato, che trovava in un altro nuovo arrivo,  Kenny Burns, il suo centro nevralgico. Anche nei rari casi in cui rivali riuscivano a scavalcare il reparto arretrato non c’era da allarmarsi, perché tra i pali Shilton era più che una sicurezza. La manovra offensiva invece passava puntualmente dai piedi di Gemmill, abilissimo nel far ripartire l’azione innescando i contropiedi, l’arma più tagliente dell’arsenale Nottingham. A catalizzare le azioni in gol ci pensavano i due attaccanti, Peter Withe e Tony Woodcock (entrambi termineranno l’annata con 19 reti), insieme all’esterno John Robertson (18 reti in stagione). Quasi paradossalmente Clough e Taylor crearono una catena di montaggio simile a quella usata dalle fabbriche da cui erano evasi. Ciascun membro della formazione sapeva alla perfezione qual’era il suo compito e ognuno doveva svolgerlo in maniera corretta per non rischiare che l’intero meccanismo si inceppasse. Una volta che tutte le componenti avevano preso il proprio posto, ovvero dopo l’arrivo di Shilton e Gemmill, la catena dei Garibaldi Reds iniziò a produrre una serie sbalorditiva di risultati positivi, parendo incapaci di fermarsi.

IL MATCH DELLA SVOLTA

Inizialmente diversi addetti ai lavori britannici definirono il Forest come “flash in the pan”, un fuoco di paglia, destinato a durare qualche giornata appena. Ma, nel caso in cui non si fosse ancora capito, a Clough e Taylor non piaceva affatto rispettare le aspettative. La dimostrazione che Nottingham rappresentava una realtà affermata e non una favola effimera arrivò nel dicembre del ‘77, in uno dei borghi britannici più importanti a livello calcistico, Manchester. I Tricky Trees avevano appena superato un periodo difficile, in cui collezionarono unicamente una vittoria in quattro partite. Burns e compagni furono in grado di uscire da quel momento buio, tuttavia la sfida allo United rappresentava una vera e propria prova del nove, in quanto l’Old Trafford era uno dei terreni più ostici di tutto il torneo.

La gara rappresentò nel migliore dei modi l’essenza dello stile impiantato nella squadra dai due allenatori ed eseguito in maniera puntuale dai calciatori. Un gioco che si basava sulla capacità di attendere che l’avversario abbassasse la guardia, trafiggendolo poi nel momento giusto sfruttando gli spazi a disposizione. I 55’000 spettatori presenti all’Old Trafford restarono stupefatti nel vedere come il Nottingham annichilì con quattro reti i Red Devils, senza compiere eccessivi sforzi e senza subire minimamente la  pressione. Nel suo libro Forest Forever il giornalista Don Wright ricorda quel match come il punto cruciale di quel magico anno.

“Nella sua divisa gialla, il Forest ha sorpreso per il suo calcio fluido, giocato di prima, che ha spazzato via uno United in piena forza e, come ha osservato il commentatore della partita Barry Davies, li ha fatti sembrare dei ‘pedoni'”.

Da lì in poi i Garibaldi Reds non si sarebbero più fermati, incamerando una striscia di ben 25 risultati utili consecutivi in campionato. La loro imbattibilità sarebbe durata anche nella stagione successiva, per un totale di oltre un anno solare (dal novembre del ’77 al dicembre del ’78) senza sconfitte.

CAMPIONI D’INGHILTERRA (x2)

Il titolo di campione della First Division sarebbe finito, a questo punto viene da dire quasi inevitabilmente, tra le mani di capitan McGovern e dei suoi compagni. Tuttavia la bacheca del City Ground, che aveva aspettato a lungo prima di poter accogliere trionfi degni di nota, pareva non volersi accontentare di un singolo trofeo in quel periodo così propizio. A precedere l’esaltante conquista della massima serie, ci voleva qualcosa che permettesse di iniziare ad assaporare l’arrivo tra le grandi d’Inghilterra.

Nella sua storia antecedente, il Nottingham aveva ottenuto già due FA Cup, ma ciò che ancora mancava all’appello, oltre al campionato, era la League Cup. Indubbiamente non ci sarebbe stato momento migliore per alzare al cielo quella coppa se non all’inizio di un ciclo vincente che non sarebbe mai più stato replicato nell’East Midlands. Tuttavia lo scarso feeling tra Clough e Taylor e le metropoli blasonate inglesi, a cui già in precedenza si è accennato, aveva seriamente messo a rischio la vittoria.

Il 18 marzo del ‘78 si giocò la finale di League Cup a Wembley, per distacco lo stadio più nobile di tutta la nazione, davanti ad un pubblico di ben 100’000 persone. Non si trattava sicuramente di una cornice usuale per chi è abituato a vivere a tutto tondo la provincia. L’avversario del Forest era quel Liverpool pluristellato a cui aveva rubato i panni di protagonista a livello nazionale (e poco tempo dopo pure europeo). I Reds furono una delle poche compagini ad essere sfuggita alla trappola Nottingham in First Division, cavandosela con due pareggi. Anche nel pomeriggio londinese la gara si concluse senza un vincitore, con i Tricky Trees che subirono gli attacchi avversari, ma non mollarono in nessun modo la presa.

Tutti gli sforzi compiuti dai seguaci di Clough e Taylor nel resistere malgrado non si trovassero nel loro habitat naturale furono ricompensati quattro giorni dopo, quando si giocò il replay della finalissima. L’arena di gioco non era più l’elegante Wembley, bensì le due squadre si spostarono un paio di centinaia di miglia più a Nord, a Manchester. Proprio come accaduto qualche mese prima, il Forest si presentò all’Old Trafford in maglia e calzoncini gialli, sperando che la sorte gli regalasse un esito felice, esattamente nel modo in cui era avvenuto contro lo United. I Reds però non volevano certo farsi demolire come i Red Devils, e infatti il tasso di difficoltà del match si rivelò assai elevato. Una battaglia estremamente equilibrata, che non pareva volersi sbloccare in nessuna maniera. Il lampo che decise la partita arrivò nella ripresa. Il difensore O’Hare, avventuratosi in un’azione offensiva, stava per calciare verso la porta, ma venne sgambettato in area di rigore avversaria da Thompson. Dal dischetto andò Robertson, sotto la curva dei suoi tifosi; tre passi di rincorsa, piattone destro ad incrociare e palla alle spalle del portiere Clemence, che sfiora ma non respinge. I sostenitori ospiti impazzirono di gioia, cominciando un’esultanza che sarebbe durata fino al triplice fischio dell’arbitro e anche oltre.

Esattamente un mese dopo, il 22 aprile, con il pareggio ottenuto a Coventry i Garibaldi Reds raggiunsero l’apogeo della loro storia (fino a quel momento), ottenendo matematicamente la vittoria del campionato, con quattro giornate di anticipo.

Brian Clough regge il trofeo della First Division insieme a Frank Clark (sulla sinistra), mentre Peter Taylor e Martin O’Neil (sulla destra) sollevano la League Cup (fonte immagine: profilo Instagram @efl).

La scalata del Nottingham di Clough e Taylor rimane ancora oggi un mito assoluto, perché è testimonianza di umiltà e sacrificio, ma al contempo anche di genialità e successo. Il ciclo glorioso di del Forest si concluse con un complessivo di due League Cup, una Community Shield, una First Division, una Supercoppa UEFA e due Coppe dei Campioni, diventando uno dei corsi più romantici dell’intera storia del calcio. Quel Nottingham forse non era affascinante e spettacolare, ma era, davvero, imbattibile.

(Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram @nottinghamforestbrasil)

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La storia di Marco Negri, bomber sfortunato

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Bologna

Nel corso della storia del calcio sono stati molti i giocatori che hanno furoreggiato per un breve periodo di tempo, per poi sparire nell’anonimato. Le ragioni di queste “Meteore” sono molteplici, quali discontinuità, fragilità mentale o fisica, ma ci sono casi particolari in cui è la sorte la principale artefice di queste situazioni.
Uno dei calciatori più emblematici di questa categoria è Marco Negri, protagonista a metà anni ’90 di uno dei più grandi exploit del periodo, terminato in maniera davvero beffarda.

GLI INIZI

Marco nasce a Milano il 27 ottobre 1970, ma trascorre l’infanzia in provincia di Gorizia.
A 13 anni entra a far parte delle giovanili dell’Udinese, club con il quale esordisce in Serie B l’11 settembre 1988.
Nella prima parte della sua carriera Negri fatica a trovare la via del gol, ma le sue prestazioni lasciano intravedere la possibilità di un futuro buon giocatore.
Nel 1991 passa alla Ternana, in Serie C1, dove segna le sue prime reti da professionista. Il primo centro arriva nello stesso stadio dove aveva esordito con l’Udinese, il Granillo di Reggio Calabria dove firma il gol decisivo di una vittoria fondamentale per il ritorno delle fere in Serie B.

UN SIMBOLO D’AMICIZIA

La stagione positiva di Negri gli frutta una chiamata dal Cosenza per la Serie B 1992/93. La cadetteria, nonostante qualche sprazzo di bel calcio e 4 reti all’attivo, rappresenta ancora uno scoglio troppo duro per l’attaccante milanese, che a fine stagione torna in C1, per militare in una nobile decaduta: il Bologna.
L’annata emiliana per Negri rappresenta la prima vera occasione per spiccare il volo.
Bologna, nonostante la categoria decisamente inusuale, resta molto vicina alla squadra durante tutto il campionato, che si chiude con la tremenda caduta in semifinale Playoff, per mano della Spal corsara al Dall’Ara.
Nonostante l’obiettivo sfumato, per Negri la stagione è più che positiva, con 8 centri, tutti decisivi, e la nascita di un’amicizia con Giuseppe Campione, ventenne attaccante di scuola rossoblu.
Campione, dopo l’esordio in massima serie a 16 anni da compiere, è un l’anima della squadra e riesce a legare immediatamente con Negri.
Nell’estate del 1994 il Bologna cede Campione in prestito proprio alla Spal, dove fa in tempo a giocare due partite, prima del tragico epilogo della sua vita, avvenuto il 14 settembre 1994 in un incidente stradale.
Da quel tragico giorno di fine estate, Marco Negri ha indossato un polsino bianco fatto di cerotti, in memoria del suo amico Giuseppe.

UN’IRADIDDIO

La stagione trascorsa al Bologna instaura nella mente di Negri la coscienza delle sue capacità, e l’attaccante milanese inizia a segnare a raffica.
Nella stagione 1994/95 Marco torna a Cosenza, nuovamente in Serie B, ma il risultato è decisamente diverso.
In 34 partite Negri segna la bellezza di 19 gol, che contribuiscono in maniera decisiva alla salvezza dei rossoblu, partiti con una penalizzazione di 9 punti per irregolarità amministrative.
Dopo un’annata del genere, inevitabilmente, anche le big delle Serie B iniziano ad adocchiare l’attaccante del Cosenza.
A spuntarla, al termine di un’estate rovente, è il Perugia di Luciano Gaucci, che supera anche le avances dell’Atalanta, squadra di Serie A.
Gli umbri sono una delle formazioni che, senza scaramanzie, parte con l’obbligo di tornare in massima serie, anche grazie alle solite spese pazze del presidente.
L’annata 1995/96 è splendida per Negri, che si conferma bomber implacabile con 18 centri e riporta i grifoni in Serie A.

LA MASSIMA SERIE

Eh già… la Serie A, il sogno di tutti i ragazzi che iniziano a giocare a calcio, diventa finalmente realtà anche per Marco Negri, che a 26 anni si sente maturato a sufficienza per il grande salto.
La partita d’esordio si gioca in casa, in quel Renato Curi che trascina i propri beniamini verso la vittoria.
L’8 settembre è la data segnata col circoletto rosso in casa Negri, che scenderà in campo per la prima volta in Serie A, sfidando la Sampdoria.
L’avversario è tutt’altro che morbido, i blucerchiati, seppur verso la fine dei loro anni magici, schierano campioni del calibro di Mancini, Veron, Karembeu, Mihajlovic e un giovane Vincenzo Montella, anche lui al primo ballo in massima serie.
Il Perugia, però, è squadra tosta e riesce nell’impresa di battere la Samp per 1-0. La rete decisiva la segna proprio lui, Marco Negri, che riparte da dove aveva lasciato.
La stagione dei grifoni, purtroppo, risulta decisamente travagliata, con un arrivo a quota 37, a pari punti con Piacenza e Cagliari, che significa retrocessione.
Negri, dal canto suo, non può che essere soddisfatto del suo battesimo nel grande calcio, con 15 gol segnati che lo piazzano in cima alla lista dei desideri di molti club; a spuntarla è una squadra decisamente particolare.

THE MOODY ITALIAN

In Scozia il dualismo tra Celtic e Rangers è uno dei più famosi del calcio. Nel periodo storico di fine anni ’90 i biancoblu cercano un attaccante dal gol facile per rimpiazzare l’ormai logoro Ally McCoist.
La prospettiva di giocare addirittura in Champions League fa immediatamente accettare Marco, che fa le valigie e parte per Glasgow.
I Rangers dispongono di una rosa decisamente ben fornita, con i guizzi di Brian Laudrup, la sostanza degli italiani Gattuso e Porrini, la compattezza dello svedese Thern e il folle genio di Paul “Gazza” Gascoigne.
Con questi presupposti, l’avventura scozzese di Negri potrebbe sembrare quasi una vacanza, invece il centravanti milanese parte titolare già da inizio stagione ed inizia a brillare.
L’avvio do Scottish Premiership di Negri è da infarto: 23 gol (si, 23) in appena 10 partite, con il picco di 5 alla seconda giornata contro il malcapitato Dundee United, un inizio da strapparsi i capelli.
Un exploit del genere, nell’anno dei Mondiali di Francia ’98, mettono addirittura Negri nella lista dei possibili convocati per il torneo iridato.
A fine stagione la classifica marcatori reciterà 32 reti, primo posto solitario rispettivamente  a +14 e a +12 dagli inseguitori, gli svedesi Olofsson e Larsson, emblema di una stagione più irripetibile che rara.
Nonostante le cifre, però, le statistiche riportano qualcosa di decisamente strano.
Negri, dopo l’avvio clamoroso con 30 gol nel girone d’andata, ne segna solamente due al ritorno, un calo molto vistoso e preoccupante, ma che nessuno immagina derivi da un avvenimento incredibile.

“L’INFORTUNIO” PIÙ ASSURDO DI SEMPRE

Il mercoledì, per i calciatori che militano in Scozia, è giorno di riposo, il giorno in cui dedicarsi agli hobby con i compagni di squadra e non pensare al calcio.
Marco Negri e Sergio Porrini si cimentano nel loro secondo sport preferito: lo squash, che iniziava a diventare famoso proprio verso fine millennio.
Durante uno scambio, Negri si ritrova vicino al muro, proprio mentre Porrini colpisce la pallina, che finisce direttamente nell’occhio dell’attaccante.
Il colpo è tremendo, l’occhio di Negri si infossa nella cavità orbitale e ciò causa il distacco della retina al calciatore.
In quel momento, la carriera ad alti livelli di Marco Negri finisce improvvisamente, proprio mentre il ventisettenne si trova nel suo punto più alto, dove cadere fa più male.
Al rientro dopo la riabilitazione, per Marco inizia un calvario tremendo, fatto di ernie, fratture da stress, infezioni a ferite superficiali, tutti problemi che complicarono esponenzialmente il prosieguo della carriera dell’attaccante.
Dopo una breve parentesi a Vicenza e l’addio definitivo ai Rangers, Negri passa per Bologna, Cagliari e Livorno (con gli amaranto sembra anche ritrovare la vena realizzativa, ma è un episodio isolato), prima di chiudere la carriera nel 2005 a Perugia,  nel luogo dove aveva spiccato il grande salto che lo ha portato ad un passo dal Mondiale di Francia ’98.

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Coppa UEFA, l’incredibile vittoria del Galatasaray

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Galatasaray

Nel corso della lunga storia del calcio una sola volta un trofeo è andato in Turchia, si tratta della Coppa UEFA 1999/00, vinta dal Galatasaray di Fatih Terim.
Una vittoria davvero inaspettata e, per questo, unica nel suo genere, ottenuta da una squadra composta da buoni giocatori del posto, come il giovane Emre e Hakan Şükür e di alcuni stranieri d’eccezione, ossia il portiere brasiliano Claudio Taffarel e i romeni Popescu e Hagi.
Si, proprio lui, Gheorghe Hagi, il più forte calciatore romeno di sempre, all’ultimo acuto di una carriera sempre vissuta al limite tra estro e risse.
Questa la rosa che l’Imperatore Terim ha portato ad alzare il trofeo, nonostante ad ottobre 1999 la stagione dei turchi sembrava l’ennesima delusione internazionale.
Ecco il cammino dei giallorossi verso Copenaghen, partendo da Vienna, dai preliminari di Champions League.

LA CHAMPIONS, UNA RIMONTA PAZZA

Si, perché nella stagione precedente il Gala aveva vinto il campionato turco per un punto davanti al Besiktas, qualificandosi per il preliminare di Champions League.
Così, ad agosto, mentre in Italia ballavamo sulle note di “50 Special” dei Lunapop, il Galatasaray partiva verso l’Ernst-Happel Stadion di Vienna, per sfidare il Rapid di Andreas Ivanshitz.
La vera sfida, però, è tra i due fantasisti, da una parte Hagi, dall’altra il Genio, Dejan Savicevic, anche lui a fine carriera.
La sfida la stravince il romeno, che segna il gol del definitivo 0-3 nel finale, partendo dalla sua metà campo e concludendo con un morbido pallonetto dal limite. La partita di ritorno, decisamente superflua, finisce 1-0 per i turchi che accedono, dunque, al girone con Chelsea, Milan e Hertha Berlino. Non certo una passeggiata di salute.
L’esordio è in casa contro i tedeschi di Kiraly, che segnano due reti nel primo tempo, ma vengono ripresi da Şükür e da un rigore del solito Hagi nel finale.
Dopo il buon avvio il Gala entra in una spirale negativa che sembra irrimediabile. Perde tre partite di fila contro il Milan a San Siro (2-1) e contro il Chelsea, che vince 1-0 a Stamford Bridge e poi, clamorosamente, 0-5 all’Ali Sami Yen. L’avventura europea dei turchi sembra al capolinea.
Proprio in questo momento, però, la squadra si compatta e fa il colpaccio all’Olympiastadion, battendo 1-4 l’Hertha in rimonta.
La partita decisiva, dunque, sarà in casa contro il Milan. I rossoneri devono vincere se vogliono passare il turno, mentre con un pareggio andrebbero in Coppa UEFA.
All’87’ il Milan è avanti 2-1, grazie alle reti di Weah e Giunti e sembra ormai certo della vittoria, ma accade l’incredibile. Un gol di Hakan Şükür ristabilisce la parità e al 90’ l’arbitro Antonio Lopez Nieto, concede un rigore ai padroni di casa. Senza Hagi, uscito nella ripresa, si incarica della battuta Ümit Davala, che trasforma e fa esplodere lo stadio turco. Il Galatasaray è in Coppa UEFA, il Milan, incredibilmente, è fuori da tutto.

ANCORA ITALIA

Sul cammino degli uomini di Terim c’è ancora l’Italia, più precisamente il Renato Dall’Ara di Bologna.
I rossoblu di Guidolin hanno già eliminato due squadre toste come Zenit e Anderlecht e ora vogliono fare lo sgambetto anche ai turchi.
In Emilia il match sembra pendere verso i padroni di casa, ma l’imprecisione degli attaccanti fa rimanere il risultato sullo 0-0. Al 66’, però, Beppe Signori trova il gol del vantaggio e il più sembra fatto per il Bologna, ma i turchi non muoiono mai.
All’81’, infatti, un bel colpo di testa di Şükür ristabilisce la parità. Nel finale, poi, una conclusione di Nervo viene respinta, provvidenzialmente, sulla linea dal brasiliano Capone, che salva il punteggio.
Il ritorno i terra turca, invece, si sblocca subito, con Hasan Şaş e Ventola che segnano nei primi 10 minuti e mettono tutto perfettamente in equilibrio.
Alla mezz’ora arriva il gol decisivo di Davala, che regala il passaggio del turno al Galatasaray, nonostante l’arrembaggio finale del Bologna, ridotto in 10 per l’espulsione di Paramatti.

IL CAPOLAVORO DI TERIM

Al turno successivo l’urna non è benevola ai turchi, che pescano il Borussia Dortmund di Lehmann, Kohler, Reuter e Ricken, una squadra senza dubbio difficile da affrontare.
In realtà i tedeschi non se la passano molto bene, i calciatori nominati in precedenza iniziano ad accusare il peso dell’età e la campagna europea sta procedendo a singhiozzi. Come il Galatasaray, infatti, i gialloneri hanno chiuso il proprio girone di Champions League al terzo posto, dietro al Feyenoord e alla sorpresa Rosenborg, e in Coppa UEFA  hanno avuto bisogno dei calci di rigore per avere la meglio sui Rangers.
Il Gala, come uno squalo, sente l’odore del sangue e azzanna la preda già nella partita di andata al Westfalenstadion. Poco dopo la mezz’ora un cross di Arif trova in area Şükür, che controlla e calcia in un attimo, eludendo l’intervento dell’avversario e segnando un gran gol.
Nel recupero del primo tempo, poi, Hagi conclude da fuori e il suo tiro, deviato da Nijhuis, batte ancora Lehmann.
Il match di ritorno ad Istanbul è una lunga agonia per i tifosi giallorossi, ma il Borussia non sfonda e il Galatasaray può festeggiare il passaggio del turno.

SENZA STORIA

Se gli ottavi sono stati difficili, lo stesso non si può dire dei quarti, dove i turchi affrontano la sorpresa Mallorca, che davanti sfodera un duo di ragazzini terribili, entrambi 18enni: Dani Güiza e Samuel Eto’o.
Gli spagnoli, sul loro cammino, hanno eliminato Ajax e Monaco, impressionando per tenuta fisica e mentale.
I turchi, però, sembrano infermabili e dominano al Son Moix, vincendo 4-1, con reti splendide, in particolare quella del 2-0 di Emre, che sfodera un pallonetto senza senso dopo una splendida azione.
Anche al ritorno in casa non c’è storia, il Gala vince 2-1 con reti di Capone e Şükür, aprendosi le porte per la semifinale.

IL MALEDETTO UNITED

Il penultimo atto della Coppa UEFA riserva a gli uomini di Terim il Leeds United, ex nobile del calcio inglese negli anni ’70. I Peacocks stanno vivendo un ottimo periodo, tanto da essere tornati a frequentare le competizioni europee e le prime posizioni della classifica in Premier League.
Nella Coppa UEFA 1999/00 hanno già estromesso il Partizan Belgrado, le due squadre di Mosca, Lokomotiv e Spartak, la Roma, al termine di due partite tiratissime (0-0 all’Olimpico e 1-0 a Elland Road) ed infine lo Slavia Praga.
La squadra guidata da David O’Leary in panchina e da Harry “The Jewel” Kewell sul campo, ha tutte le carte in regola per arrivare in finale.
Il Gala, però, non vuole stare a guardare e la partita di andata ad Istanbul ne è la conferma. Il match finisce 2-0 per i padroni di casa, con le firme di Şükür e di Capone, vero e proprio uomo simbolo dei turchi.
Per il Leeds il doppio svantaggio rappresenta una montagna davvero dura da scalare, ma ad Elland Road tutto è possibile e gli inglesi ci credono, nonostante il rigore trasformato da Hagi dopo appena 5 minuti.
Al quarto d’ora i padroni di casa pareggiano con il norvegese Bakke, di testa su corner. Il gol dell’1-1 ha un effetto tonificante per gli inglesi, che iniziano ad attaccare a testa bassa. Solamente un super Taffarel impedisce al Leeds di trovare il gol della speranza.

Nel momento migliore dei Peacocks, arriva la mazzata decisiva per la qualificazione. Un rinvio della difesa turca pesca a metà campo Hagi, che si libera con una vera e propria magia dell’avversario e parte in contropiede, per poi servire il solito Şükür, che firma il suo decimo centro stagionale in Europa e ammutolisce Elland Road.
Il gol del 2-2, firmato ancora da Bakke, serve solamente per le statistiche. Il Galatasaray è in finale di Coppa UEFA.

LA FINALE

Ed eccoci arrivati all’atto finale, nel meraviglioso teatro del Parken Stadium di Copenaghen.
L’avversario per il Gala è uno di quelli da far tremare le ossa, l’Arsenal di Arsène Wenger, che sta iniziando a formare la squadra che verrà denominata “The Invincibles” qualche anno più tardi.
La partita è decisamente divertente, l’Arsenal attacca, ma anche i turchi non stanno a guardare, nonostante l’assenza del faro del centrocampo Emre, espulso contro il Leeds.

Le emozioni più forti arrivano nella ripresa, quando il solito Şükür colpisce un palo clamoroso, mentre sul fronte opposto una sgroppata di Henry libera Martin Keown a pochi passi dalla porta vuota, ma l’inglese mette clamorosamente alto.
La partita va ai supplementari e, con il Golden Gol in agguato le due squadre si coprono maggiormente. Nel secondo tempo supplementare arriva la Sliding Door del match, con Henry che si vede respingere un colpo di testa ravvicinato da un Taffarel mostruoso, che porta la sfida ai rigori.
Dal dischetto iniziano i turchi con Ergün che trasforma il primo penalty. Poi arriva Davor Šuker, il capocannoniere degli ultimi Mondiali, che colpisce il palo.
Dopo questo errore segnano Şükür, Parlour e Davala, poi Patrick Vieira spedisce una bomba sulla traversa e il Gala ha il match ball.
Sul punto di battuta va l’altro Gheorge, Popescu, che non sbaglia e scatena la festa dei ragazzi di Terim, che hanno realizzato una vittoria storica.

EPILOGO

Il Galatasaray, dunque, è la prima (e finora unica) squadra turca a vincere un trofeo europeo, a conclusione di una stagione epica, con la conquista di uno splendido Triplete, formato da Coppa UEFA, Campionato Turco e Coppa di Turchia.
L’inizio di millennio dei turchi non finisce di stupire, visto che il 25 agosto 2000 il Gala vince anche la Supercoppa Europea contro il Real Madrid, vincendo 2-1 con doppietta di Mario Jardel (con Golden Gol al 103’).
Insomma, un anno veramente indimenticabile per i tifosi giallorossi, che hanno raggiunto vette mai viste, né prima, né dopo.

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L’Aberdeen di Ferguson, tra il New Firm e la Coppa delle Coppe

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La scorsa settimana il Real Madrid ha vinto la sua decima finale europea consecutiva, battendo il Liverpool; l’ultima sconfitta dei Blancos nell’atto finale di una coppa risale al 1983, quando fu battuta dall’Aberdeen.
I Dons raggiunsero quel giorno l’apice della loro storia, guidati in panchina da un 41enne di Glasgow, che ha portato l’Aberdeen a dei livelli mai vissuti prima: Alex Ferguson.

L’ARRIVO DI FERGUSON E LA NASCITA DEL NEW FIRM

Nell’estate del 1978 la dirigenza dell’Aberdeen sceglie come tecnico l’ex attaccante Alex Ferguson, reduce da una salvezza con il St. Mirren.
I Dons, presenza fissa in Premiership dal 1905, non banchettano al tavolo dei grandi da tempo, precisamente dal 1955, anno dell’unico campionato scozzese vinto dal club.
Dopo la prima stagione di ambientamento, terminata con un buon quarto posto, nel 1979/80 Ferguson inaugura il proprio palmarès, portando l’Aberdeen al titolo scozzese.
Nel 1982/93, invece, il titolo viene vinto, a sorpresa, dal Dundee United, mentre i Dons vincono la Scottish Cup.
È uno dei rari casi in cui sia Celtic che Rangers restano a secco di titoli in Scozia: si apre l’era del New Firm.
Se l’Old Firm è, da sempre, l’evento più atteso nel paese dei kilt e delle cornamuse, il New Firm, negli anni ’80, rappresenta una sferzata di aria fresca, alimentata dal turbolento rapporto che lega Dundee e Aberdeen. I Tangerines, purtroppo, non riusciranno a mantenersi per troppo tempo ad alti livelli, ma l’atmosfera nelle partite contro i Dons resta tutt’oggi infuocata.

1982/83: LA STAGIONE DEL MITO

Già nel 1981 l’Aberdeen aveva trionfato nella Scottish Cup, ottenendo il diritto di partecipare alla Coppa delle Coppe nella stagione successiva.
La rosa presenta un gruppo compatto e grintoso, nel quale spiccano, su tutti due elementi. Il primo è il portiere, Jim Leighton, 23enne dalla spiccata personalità, che difenderà per ben 16 anni i pali della Nazionale scozzese. Il secondo è Gordon Strachan, piccolo centrocampista grintoso e onnipresente, che Ferguson si porterà a Manchester.
Il 18 agosto 1982 il Pittodrie, uno degli stadi più pittoreschi d’Europa, apre i battenti per il preliminare di Coppa delle Coppe. L’avversario dei ragazzi di Ferguson è il Sion, squadra svizzera decisamente abbordabile.
Tra l’andata e il ritorno, giocato al Tourbillon di Sion, l’Aberdeen segna ben 11 reti, mandando a segno mezza squadra.
Attenzione particolare a John Hewitt, 19enne nato e cresciuto ad Aberdeen, che segna due gol e inaugura al meglio la competizione.

ALLA CONQUISTA DELL’EST

Passato agevolmente il preliminare, i Dons pescano la Dinamo Tirana dall’urna, avversario da non sottovalutare.
La partita di andata, il 15 settembre al Pittodrie è spigolosa e combattuta, entrambe le squadre la mettono sul piano fisico e la qualità del gioco ne risente. Il match finisce 1-0 per i padroni di casa, con rete decisiva del ragazzino, Hewitt, che fa impazzire i tifosi.
Il ritorno, all’Arena Kombëtare, è ancora più bloccato, con l’Aberdeen che riesce a contenere alla grande l’arrembaggio degli albanesi e a portare a casa uno 0-0 che significa passaggio del turno.
L’urna porta i Dons ancora più a Est, per la precisione in Polonia, contro il Lech Poznan.
Ancora una volta, l’andata si gioca in Scozia, dove l’Aberdeen è quasi impossibile da affrontare. Nel giro di un minuto, in avvio di ripresa, McGhee e Weir firmano il 2-0 che mette i Dons con un piede in semifinale.
La partita di ritorno, invece, viene decisa da un colpo di testa di Bell al 59’, rete che permette agli scozzesi di archiviare la pratica senza troppi patemi.

L’AVVERSARIO PIÚ GRANDE

L’urna, che finora aveva sorriso all’Aberdeen, stavolta mette sul piatto di Ferguson un incrocio da brividi contro il Bayern Monaco. I tedeschi, finalisti l’anno prima della Coppa dei Campioni, possono contare su nomi terrificanti come Augenthaler, Breitner, Hoeness e, soprattutto, Karl-Heinz Rummenigge.
L’andata si gioca all’Olympiastadion di Monaco e vede un vero e proprio assalto dei padroni di casa alla porta difesa da Leighton. Gli scozzesi, come da tradizione, si battono come leoni e portano a casa uno 0-0 che vale oro. Si deciderà tutto a Pittodrie.
Lo stadio è stracolmo la sera del  16 marzo 1983, la partita rappresenta un appuntamento con la storia e i tifosi rispondono presenti.
Dopo nemmeno 10 minuti, però, una punizione battuta di seconda da Augenthaler si infila in rete, facendo scendere il gelo su Pittodrie. A fine primo tempo, però, l’Aberdeen riesce a pareggiare, grazie a Simpson, bravo a mettere dentro un pallone vagante in area.
Al 61’ i bavaresi tornano avanti, grazie ad Hans Pflügler, ala che ha legato tutta la sua carriera al Bayern Monaco e che, inoltre, ha giocato una partita del Mondiale 1990, diventando a tutti gli effetti Campione del Mondo.
Una rete subita a metà ripresa, contro un avversario come il Bayern, taglierebbe le gambe a molte squadre, ma non all’Aberdeen.
Nel giro di due minuti, tra il 77’ e il 79’, gli scozzesi ribaltano la situazione, con McLeish, che segna di testa dopo una punizione e con il solito Hewitt. Questa volta il ragazzino terribile di Ferguson, appena entrato in campo, sfrutta una respinta difettosa di Manfred Müller e mette dentro in spaccata, facendo esplodere l’intero stadio.
A sorpresa, l’Aberdeen è in semifinale di Coppa delle Coppe, e ora sognare non costa davvero nulla.

UNA SEMIFINALE PARTICOLARE

Sono rimaste in quattro a contendersi la Coppa. Oltre all’Aberdeen ci sono il Real Madrid, che ha battuto l’Inter ai quarti e ormai è il candidato numero 1 alla vittoria finale e due imbucate.
a prima è l’Austria Vienna, che a sorpresa ha avuto la meglio sul Barcellona, la seconda è una squadra belga, lo Waterschei Thor (non il Dio Norreno) che ha eliminato il PSG ai quarti.
I Dons pescano proprio la squadra belga, che meno di cinque anni più tardi, nel 1988, si fonderà con il KFC (non quello dei polli) Winterslag, dando vita al Genk, la squadra che ha lanciato, tra gli altri Koulibaly e De Bruyne.
Tornando al 1983, la partita d’andata è una vera e propria ecatombe per lo Waterschei, che subisce 5 reti e dice addio ad ogni possibile sogno di gloria. L’Aberdeen si dimostra cinico e spietato, deciso a conquistare una finale che sa di storia.
Il ritorno all’André Dumont Stadion finisce 1-0 per i padroni di casa, che si tolgono una piccola soddisfazione, contro un Aberdeen già con la testa all’atto decisivo.

L’UOMO DEL DESTINO

“Sing a song of sorrow and grieving, carried away by the moonlight shadow”
L’11 maggio 1983, la finale della Coppa delle Coppe ha anche una colonna sonora. È la splendida “Moonlight Shadow” di Mike Oldfield e Maggie Reilly, uscita da qualche giorno e già sparata da ogni stazione radio.
La cornice della partita è l’Ullevi Stadion di Göteborg, uno dei più grandi della penisola scandinava.
Davanti a quasi 18mila spettatori, molti dei quali scozzesi, va in scena una partita combattuta ed equilibrata.
Dopo sette minuti l’Aberdeen passa in vantaggio, con Black che insacca da pochi passi, dopo un colpo di testa di McLeish. Il vantaggio scozzese, però, dura pochi minuti, perché al 15’ Juanito trasforma un calcio di rigore, concesso per fallo su Santillana.
La partita è sempre più in bilico, ma il risultato non cambia e quindi si va ai supplementari.
All’88’, Ferguson ha buttato nella mischia Hewitt, sperando nella voglia e nella verve di quel ragazzo nato con la maglietta dei Dons addosso.
Il numero 15 lo ripaga al 110’ minuto, quando McGhee fugge via ad un avversario e mette al centro un gran pallone; Hewitt arriva sul pallone in corsa e di testa lo mette alle spalle di Agustin, facendo esplodere la gioia dei tifosi dell’Aberdeen.
Nemmeno 10 minuti dopo l’arbitro, l’italiano Menegali, fischia tre volte, consegnando l’Aberdeen di Alex Ferguson alla Storia del Calcio.

GLI ULTIMI SUCCESSI

Dopo la clamorosa vittoria in Coppa delle Coppe, l’Aberdeen non si ferma e  conquista due campionati di fila, nel 1984 e nel 1985, oltre alla Supercoppa Europea, vinta contro l’Amburgo. I tedeschi, dopo uno 0-0 in casa, soccombono nel fortino del Pittodrie per 2-0, grazie alle reti di Simpson e Mcghee.
Dopo questi successi (e due Scottish Cup), Ferguson nel 1986, sostituisce Jock Stein, morto durante una partita di qualificazione al Mondiale in Galles sulla panchina della Scozia. Il tecnico, dopo la parentesi in Nazionale, a novembre passa al Manchester United, dove scriverà giusto un paio di pagine di storia del club.
Hewitt, il mattatore della Coppa delle Coppe, invece, resta ad Aberdeen fino al 1989, prima di passare al Celtic. Nelle due stagioni in biancoverde, però, Hewitt non riuscirà a confermarsi sui livelli di Aberdeen e inizierà il suo girovagare tra squadre di bassa classifica, chiudendo con il Ross County nel 1997.
Jim Leighton, invece, diventerà un personaggio, non solo per le sue abilità in campo. Durante il Mondiale di Francia 1998, infatti, si presenterà in campo senza incisivi (risultato di una delle sue uscite spericolate) e con le sopracciglia ricoperte di vaselina, per evitare (almeno secondo lui) brutti colpi nelle mischie.
Quella dell’Aberdeen anni ’80 resta una delle storie sportive più belle di sempre, oltre che l’inizio di una vera e propria leggenda: quella di Sir Alex Ferguson.

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Milan, dall’Atalanta all’Atalanta: il cerchio si è finalmente chiuso

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Tonali

Il Milan di Stefano Pioli ha conquistato lo Scudetto. Per i rossoneri, infatti, è stata decisiva la vittoria del Mapei Stadium contro il Sassuolo per conquistare il diciannovesimo titolo della loro storia. Prima del match finale contro il Sassuolo, il Milan aveva affrontato l’Atalanta, diavolo contro dea. Proprio contro gli orobici tutto ebbe inizio, con quella batosta rifilata dagli uomini di Gasperini che mise in dubbio il futuro del Milan ma dal quale Pioli e i suoi ragazzi sono riusciti a rialzarsi.

5 GOL DALL’ATALANTA, PROGETTO IN CRISI E TECNICO IN BILICO

Il Milan della stagione 2019-20 è una squadra che sta provando a rinascere. Per farlo, la proprietà ha avallato il ritorno di due ex pilastri rossoneri: Paolo Maldini e Zvonimir Boban. I due saranno gli uomini mercato insieme a Frederic Massara, al posto del dimissionario Leonardo. In panchina per unire il bel gioco ai risultati è stato chiamato Marco Giampaolo. In estate Maldini porta Theo Hernandez in rossonero andandolo a prelevare dal Real Madrid. Arrivano anche l’ex Fiorentina, Ante Rebic, dall’Eintracht Francoforte, con André Silva che effettua il percorso inverso, e un giovane portoghese di nome Rafael Leao dal Lille.

La squadra è un’amalgama di volti nuovi e il centravanti designato, Krzysztof Piątek, non riesce a trovare continuità sotto porta. L’avvio di stagione è pessimo e nonostante arrivi una vittoria, Marco Giampaolo viene esonerato. Al suo posto un normalizzatore, chiamato a vestire i panni di allenatore ad interim: Stefano Pioli. Con l’arrivo del nuovo tecnico la squadra riesce a trovare nuova verve ma al Gewiss Stadium di Bergamo arriva una sconfitta netta e sanguinosa contro l’Atalanta per 5-0, peggiore sconfitta in campionato dal lontano ’98.

IBRA, PANDEMIA E RINASCITA

La brutta sconfitta pone interrogativi sul percorso intrapreso dai rossoneri e, nonostante una politica di mercato incentrata sulla linea verde, gli uomini mercato del Milan decidono di riportare casa un giocatore non più giovane, ma dalla leadership e dal carisma unico: Zlatan Ibrahimovic. Insieme a lui arriva dall’Atalanta il danese Simon Kjaer, difensore esperto ex Roma che in nerazzurro non aveva quasi mai visto il campo e che al Milan diventa vero e proprio cardine difensivo. Dall’Anderlecht il Milan acquista inoltre Alexis Saelemaekers, giovane belga di belle speranze. A lasciare il diavolo sono Piątek, Suso e Caldara.

milan, Kjaer

Nel marzo 2020, a causa del rapido diffondersi del Covid-19, il campionato si ferma. Seguono mesi di pausa ed allenamenti in videocall, situazione surreale per lo sport ma per il mondo in generale. Questo stop forzato compatta il Milan che, sotto la guida di Zlatan, alla ripresa del campionato sembra inarrestabile. Il Milan rimane imbattuto mettendo in fila 12 risultati utili consecutivi con una consapevolezza da grande squadra.

2020-21: IL DIAVOLO CI VA VICINO MA SI ACCONTENTA DELLA CHAMPIONS

Nella stagione successiva il Milan è impegnato su tre fronti: Serie A, Coppa Italia ed Europa League. Maldini e Massara, rimasti orfani di Boban che per incomprensioni ha deciso di lasciare, investono su due giovani talenti: Sandro Tonali dal Brescia e Brahim Diaz dal Real Madrid. Dopo un lungo tira e molla la dirigenza decide, inoltre, di confermare Stefano Pioli alla guida della squadra e spegnere una volta per tutte le voci che volevano il tedesco Ralf Rangnick protagonista nel nuovo progetto Milan. La conferma di Pioli diventa anche la conferma di Ibra, vero trascinatore di questo gruppo di giovani terribili, ma fuori dagli ipotetici piani del tedesco.

Ibra

La partenza del Milan è sprint e per lunghi tratti del girone d’andata i rossoneri guidano la classifica. Il Milan la vetta prova a tenerla, ma i tre fronti su cui è impegnato e i numerosi infortuni, portano il diavolo ad un calo fisico e fisiologico in favore dei cugini nerazzurri. Dopo essersi laureato campione d’inverno, il Milan abbandona le chance di Scudetto nel girone di ritorno con la decisiva sconfitta nel derby contro l’Inter. A fine anno, però, i rossoneri festeggiano comunque, dopo 7 lunghissime ed interminabili stagioni il Milan torna a casa sua, torna in Champions League e lo fa battendo proprio l’Atalanta 2-0 all’ultima di campionato

ESPERIENZA E VOGLIA DI STUPIRE, ADESSO IL DIAVOLO FA SUL SERIO

Per affrontare il ritorno in Champions le idee rossonere sono chiare, unire giocatori in rampa di lancio a profili più maturi e con esperienza internazionale. Le mosse di mercato più importanti sono le riconferme di Tomori, prelevato dal Chelsea nel gennaio 2021, e di Brahim Diaz, insieme all’acquisto del portiere francese Mike Maignan. Diaz e Maignan vanno a sostituire Calhanoglu e Donnarumma, andati a parametro zero rispettivamente all’Inter e al PSG. Maldini chiude il mercato rossonero con gli acquisti di Junior Messias dal Crotone e la ciliegina sulla torta: Olivier Giroud dal Chelsea.

Il ritorno in Champions League non è dei migliori. I rossoneri, pur disputando una partita di alto livello, escono sconfitti da Anfield. La bella partita, però, dà la consapevolezza di non essere ancora al livello di una top europea come sono i reds, ma che il percorso intrapreso sia quello giusto. In campionato, sin dall’inizio, si preannuncia una corsa a tre con Inter e Napoli, squadre molto forti e temibili. Il girone d’andata del Milan è più che buono, al giro di boa la squadra di Pioli è seconda dietro l’Inter. Unica nota stonata, i continui infortuni di Zlatan Ibrahimovic che ne limitano l’apporto in campo e il crack del ginocchio di Kjaer.

DALL’ATALANTA ALL’ATALANTA: LA VOGLIA DI CHIUDERE IL CERCHIO

Alla terza del 2022 il Milan incappa in una rocambolesca sconfitta contro lo Spezia, decisa da una clamorosa svista arbitrale. Segue uno scialbo 0-0 contro la Juventus. Sembra l’inizio della fine del sogno Scudetto, ma nel derby della Madonnina Olivier Giroud prende per mano la squadra e la conduce alla vittoria con una doppietta in pochi minuti. I pareggi contro Salernitana e Udinese rischiano di compromettere il cammino rossonero, ma le concorrenti non ne approfittano mancando anche loro la vittoria. Il centravanti francese si ripete contro il Napoli, segnando di rapina il gol vittoria contro i partenopei.

Un’altra vittoria cruciale della squadra di Pioli è quella maturata nei minuti finali del match dell’Olimpico. Contro la Lazio i rossoneri avevano rischiato di perdere la vetta. Sul Milan, però, ha aleggiato per tanto tempo il peso di una classifica virtuale. L’Inter, infatti, pur trovandosi dietro aveva disputato una partita in meno che, in caso di vittoria, la proiettava in testa davanti ai cugini. Nel recupero della ventesima giornata, Sinisa Mihajlovic fa un favore alla sua ex squadra battendo l’Inter e rendendo il diavolo padrone del proprio destino. Da quel momento il Milan ha ottenuto due difficili vittorie contro Fiorentina e Verona che hanno avvicinato i rossoneri al sogno.

A due giornate dal termine e a quattro punti di distanza, il Milan si ritrovava ad affrontare l’Atalanta, squadra che aveva impartito al diavolo la lezione più pesante degli ultimi 25 anni. Il Milan che affronta l’Atalanta è molto diverso. Theo è diventato uno dei migliori, se non il migliore esterno basso del campionato; Saelemaekers ha trovato quella continuità che gli ha permesso di arrivare in nazionale; ma soprattutto l’esplosione di Rafael Leao, oggetto misterioso e definito “fumoso” al suo arrivo a Milano e diventato vero e proprio trascinatore della banda di Pioli, con le big d’Europa alla finestra. Da sottolineare anche la crescita di giocatori come Tonali, Bennacer e Davide Calabria, a lungo fischiato dai suoi stessi tifosi e adesso titolare inamovibile della corsia di destra.

I rossoneri trionfano 2-0 con gli uomini copertina del nuovo corso Leao ed Hernandez. La vittoria contro il Sassuolo nel segno di Giroud ha sancito infine il ritorno al vertice del diavolo che detronizza l’Inter e sale sul tetto d’Italia.  Dall’Atalanta all’Atalanta ora il cerchio è chiuso e il Milan è tornato grande.

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