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TB Diez - Quando il Nottingham era imbattibile

Annate da sogno

TB Diez – Quando il Nottingham era imbattibile

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Correva l’anno 1957 quando Timothy Leary, una delle personalità più stravaganti e cervellotiche del secolo scorso, pubblicò il primo e con ogni probabilità anche il più importante dei suoi libri. Dopo anni passati a studiare la mente umana, Leary era riuscito a creare un modello in cui le caratteristiche assunte dalla personalità di un singolo nel rapportarsi con gli altri individui venivano ordinate in un cerchio. In altre parole, l’eccentrico statunitense cercò di semplificare il più possibile un concetto di una complessità estrema come il comportamento umano. Per capire la complicatezza della materia trattata basta leggere il titolo di quell’opera: “Diagnosi interpersonale della personalità”. Pare quasi contraddittorio pensare che la più che controversa mente di Leary sia riuscita a partorire un modello di tale funzionalità, eppure il risultato prodotto è notevole. Il suo “cerchio interpersonale” è ancora oggi oggetto di studio nelle università e ha segnato indissolubilmente la storia della psicologia moderna. Per farla breve, il cerchio si divide in otto spicchi, ognuno dei quali rappresenta un tipo di personalità; nella parte superiore si inseriscono coloro che dominano, mentre in quella inferiore i più sottomessi o adattati.

Nello stesso anno in cui il lavoro di Leary venne divulgato, i due principali artefici della storia che verrà raccontata oggi da Numero Diez, Brian Clough e Peter Taylor, stavano muovendo i primi passi l’uno al fianco dell’altro. Al tempo infatti entrambi vestivano la casacca rossa del Middlesbrough, il quale militava in quella che si chiamava Second Divison (l’attuale Championship). Di certo non si trattava del campionato più semplice da affrontare, in quanto ogni domenica si inscenavano rigidi e ferrei scontri sui fangosi terreni di gioco britannici, che per qualche ora diventavano dei teatri, anche se agli antipodi rispetto alla Scala o al Bol’šoj. Da quegli stessi prati, un paio di decenni dopo, avrebbe avuto inizio la fioritura dell’eterna gloria a cui Clough e Taylor erano destinati. Nonostante i loro nomi non fossero ancora internazionalmente conosciuti, già al Boro i due avevano mostrato una complicità tale da parere due pezzi di un puzzle perfettamente incastonati. Il primo si occupava di segnare i gol (e non sapeva smettere), il secondo invece si impegnava per non subirne. Ruoli totalmente diversi tra loro, ma imprescindibili e simbiotici.

Brian Clough (a destra) e Peter Taylor (a sinistra) ai tempi del Middlesborugh (fonte immagine: profilo Twitter @archive_NFFC).

Questa relazione complementare perdurò anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, trovando una forma ancor più determinante. I due infatti composero una delle più iconiche coppie in panchina che il football abbia mai conosciuto. Peter, assistente e tattico, individuava quello di cui la squadra aveva bisogno e lo affidava nelle mani di Brian, allenatore e motivatore, che doveva riuscire a trarne il meglio.

DA SOTTOMESSI A LEADER

L’ardua impresa a cui si confrontarono i due uomini inglesi (di cui trovate un ulteriore approfondimento qui) fu di fatto quella di scalare il modello di Leary. Entrambi erano nati nella labouring class del primo dopoguerra, perciò, per forza di cose, sono partiti dalla zona inferiore del cerchio interpersonale, essendo perennemente vincolati a causa dello stato sociale a cui appartenevano. Per chi cresceva tra ciminiere e palazzi a mattoncini rossi costruirsi un futuro splendente era tutt’altro che semplice. Un esempio concreto potrebbe essere quel Thomas Shelby, protagonista della celebre serie Tv Peaky Blinders, che trovava nelle periferie degli anni ‘20 il suo habitat naturale. Tra una sigaretta e l’altra, il personaggio interpretato da Cillian Murphy diceva: “Devi ottenere quello che vuoi con i tuoi mezzi”. Ed è proprio grazie alle loro capacità, sia tecniche che mentali, che Clough e Taylor riuscirono a fuggire dal fumo delle fabbriche, iniziando a respirare aria limpida e pura.

Immagine scattata a Middlesbourgh negli anni ’20, qualche anno prima della nascita di Brian Clough.

Eppure, come confessò lo stesso Clough al termine della sua ascesa al successo, aver trascorso l’infanzia in quelle zone è ciò che più lo ha formato, permettendogli di avviare un processo di crescita che lo ha portato alla gloria. L’umiltà di chi ha vissuto nella povertà, il senso di responsabilità di chi fin da piccolo doveva già badare ai fratelli minori, l’orientamento al lavoro di chi ha visto i genitori sudare per garantire ai figli una vita dignitosa. Sono tutti valori che apprese nella sua giovinezza e che diventarono i pilastri su cui poggiò tutta la sua fortuna. Con ogni probabilità erano infatti queste le virtù in cui si trovavano le radici della sua capacità di gestione che lo contraddistinse nei suoi anni migliori. Dagli spicchi più bassi e ininfluenti dello schema learyano riuscì a muoversi fino alla categoria di coloro che, dotati di notevole autorità e determinazione, potrebbero essere definiti come protagonisti. Sia lui che il suo collega e amico Taylor assunsero a tutti gli effetti la posizione di leader, sovvertendo il loro status nel cerchio. Fu come se, nonostante il libro della loro vita fosse già scritto e rilegato, avessero deciso di prendere in mano la penna e ridisegnare la parte centrale della trama, cancellando quanto c’era scritto in precedenza. D’altronde, da quando la loro carriera calcistica ha avuto inizio, tutti i loro sforzi e le loro qualità si concentrarono unicamente su quella. “Il gioco nutre l’anima, quando non c’è altro nella vita che possa farlo”. Mai come in questo caso le parole pronunciate da James Walsh in The English Game trovano un significato azzeccato.

LA TAPPA NODALE

L’esecuzione di un tuffo dal trampolino si può dividere in tre parti distinte: inizialmente si prende la rincorsa, poi, arrivati all’estremità della pedana, ci si dà lo slancio, e infine si spicca spettacolarmente il volo. Fingendo che il tempo si possa infinitamente rallentare, estendendo una manciata di decimi di secondo ad un’intera stagione, nell’annata 1977-78 Clough e Taylor si trovavano proprio nella fase centrale dell’esibizione. I passi iniziali erano già stati mossi anni prima alla guida del Derby County, club con cui la fantomatica coppia vinse sia la Second che la First Division (primo titolo nella storia dei Rams) nel giro di sei anni. La parte maggiormente scenografica sarebbe arrivata invece di lì a poco; all’orizzonte infatti il trofeo più ambito d’Europa, la Coppa dei Campioni, li attendeva impaziente.

Nel ‘75 Clough e Taylor si erano accomodati sulla panchina del Nottingham Forest. Va detto che con il termine “accomodarsi” non bisogna immaginarsi di certo che i due si sedettero su un sedile di business class dei moderni aeroplani. Al contrario, la panchina dei Tricky Trees in quel momento era più un posto in seconda classe di un treno regionale all’orario di punta. Ma era proprio quello il luogo in cui il tecnico e il suo assistente si trovavano a loro agio, lontani il più possibile dai borghi più chic e rinomati. Ci vollero due stagioni per garantire al Nottingham l’evasione dalle arene di Second Division, più che conosciute dall’allenatore e dal suo assistente, esperti delle province. La promozione rappresentò l’inizio della tanto ripida quanto clamorosa scalata dei Garibaldi Reds, che trovò nella stagione ’77-’78 il crocevia fondamentale.

CONTRO OGNI PRONOSTICO

Fin dalle prime gare di campionato, il Nottingham non dava affatto l’idea di volersi limitare a rispettare i pronostici di inizio stagione. Dopo aver affrontato nell’ordine Everton, Bristol e Derby County, la squadra neopromossa si trovava a punteggio pieno, in vetta alla classifica. Clough e Taylor erano addirittura sopra al Liverpool, compagine che al tempo dettava legge sia in Inghilterra che in Europa. Infatti l’anno prima, mentre al City Ground si festeggiava il ritorno nella massima serie, i Reds portavano a termine il Double, conquistando sia la First Division che la Champions League. Nonostante in estate il Merseyside fosse rimasto orfano di King Kevin Keegan, che coronerà in seguito il suo anno con il Pallone d’Oro, il Liverpool di Bob Paisley rimaneva un reale macchina da guerra, nella quale trovare un punto debole non era affatto facile. Proprio per questo motivo, seppur fossero passate appena tre giornate, vedere i rossi del centro sopra ai rossi dell’Ovest suscitava un certo stupore.

Tuttavia le ali dei Tricky Trees vennero immediatamente tarpate dall’aria di città. Alla quarta giornata infatti, all’Highbury di Londra, l’Arsenal sancì una sonora sconfitta per tre reti a zero, che frenò bruscamente gli animi. Chi non si lasciò scoraggiare da quella battuta d’arresto fu però Peter Taylor, che, come detto, aveva la capacità di captare all’istante le necessità della squadra. La sua bussola prodigiosa puntò in quel momento su Peter Shilton, estremo difensore dello Stoke City, e Archie Gemmill, vecchia conoscenza del Derby County. Entrambi si inserirono da subito nel gruppo dei titolari di Clough, dal quale nessuno li avrebbe più rimossi.

La rosa al completo della stagione 1977-78 (fonte immagine: sito ufficiale Nottingham Forest).

I due leader di periferia furono in grado di costruire una squadra compatta e rocciosa, che si muoveva in campo come un macchinario studiato a meraviglia. Non si trattava di un insieme di talenti che regalavano calcio nella sua forma più creativa, come all’epoca faceva il Barcellona di Cruijff, ma piuttosto di una corazzata capace di tenere testa a chiunque si trovasse di fronte. Gli attacchi avversari venivano prontamente stroncati da un comparto difensivo attento e organizzato, che trovava in un altro nuovo arrivo,  Kenny Burns, il suo centro nevralgico. Anche nei rari casi in cui rivali riuscivano a scavalcare il reparto arretrato non c’era da allarmarsi, perché tra i pali Shilton era più che una sicurezza. La manovra offensiva invece passava puntualmente dai piedi di Gemmill, abilissimo nel far ripartire l’azione innescando i contropiedi, l’arma più tagliente dell’arsenale Nottingham. A catalizzare le azioni in gol ci pensavano i due attaccanti, Peter Withe e Tony Woodcock (entrambi termineranno l’annata con 19 reti), insieme all’esterno John Robertson (18 reti in stagione). Quasi paradossalmente Clough e Taylor crearono una catena di montaggio simile a quella usata dalle fabbriche da cui erano evasi. Ciascun membro della formazione sapeva alla perfezione qual’era il suo compito e ognuno doveva svolgerlo in maniera corretta per non rischiare che l’intero meccanismo si inceppasse. Una volta che tutte le componenti avevano preso il proprio posto, ovvero dopo l’arrivo di Shilton e Gemmill, la catena dei Garibaldi Reds iniziò a produrre una serie sbalorditiva di risultati positivi, parendo incapaci di fermarsi.

IL MATCH DELLA SVOLTA

Inizialmente diversi addetti ai lavori britannici definirono il Forest come “flash in the pan”, un fuoco di paglia, destinato a durare qualche giornata appena. Ma, nel caso in cui non si fosse ancora capito, a Clough e Taylor non piaceva affatto rispettare le aspettative. La dimostrazione che Nottingham rappresentava una realtà affermata e non una favola effimera arrivò nel dicembre del ‘77, in uno dei borghi britannici più importanti a livello calcistico, Manchester. I Tricky Trees avevano appena superato un periodo difficile, in cui collezionarono unicamente una vittoria in quattro partite. Burns e compagni furono in grado di uscire da quel momento buio, tuttavia la sfida allo United rappresentava una vera e propria prova del nove, in quanto l’Old Trafford era uno dei terreni più ostici di tutto il torneo.

La gara rappresentò nel migliore dei modi l’essenza dello stile impiantato nella squadra dai due allenatori ed eseguito in maniera puntuale dai calciatori. Un gioco che si basava sulla capacità di attendere che l’avversario abbassasse la guardia, trafiggendolo poi nel momento giusto sfruttando gli spazi a disposizione. I 55’000 spettatori presenti all’Old Trafford restarono stupefatti nel vedere come il Nottingham annichilì con quattro reti i Red Devils, senza compiere eccessivi sforzi e senza subire minimamente la  pressione. Nel suo libro Forest Forever il giornalista Don Wright ricorda quel match come il punto cruciale di quel magico anno.

“Nella sua divisa gialla, il Forest ha sorpreso per il suo calcio fluido, giocato di prima, che ha spazzato via uno United in piena forza e, come ha osservato il commentatore della partita Barry Davies, li ha fatti sembrare dei ‘pedoni'”.

Da lì in poi i Garibaldi Reds non si sarebbero più fermati, incamerando una striscia di ben 25 risultati utili consecutivi in campionato. La loro imbattibilità sarebbe durata anche nella stagione successiva, per un totale di oltre un anno solare (dal novembre del ’77 al dicembre del ’78) senza sconfitte.

CAMPIONI D’INGHILTERRA (x2)

Il titolo di campione della First Division sarebbe finito, a questo punto viene da dire quasi inevitabilmente, tra le mani di capitan McGovern e dei suoi compagni. Tuttavia la bacheca del City Ground, che aveva aspettato a lungo prima di poter accogliere trionfi degni di nota, pareva non volersi accontentare di un singolo trofeo in quel periodo così propizio. A precedere l’esaltante conquista della massima serie, ci voleva qualcosa che permettesse di iniziare ad assaporare l’arrivo tra le grandi d’Inghilterra.

Nella sua storia antecedente, il Nottingham aveva ottenuto già due FA Cup, ma ciò che ancora mancava all’appello, oltre al campionato, era la League Cup. Indubbiamente non ci sarebbe stato momento migliore per alzare al cielo quella coppa se non all’inizio di un ciclo vincente che non sarebbe mai più stato replicato nell’East Midlands. Tuttavia lo scarso feeling tra Clough e Taylor e le metropoli blasonate inglesi, a cui già in precedenza si è accennato, aveva seriamente messo a rischio la vittoria.

Il 18 marzo del ‘78 si giocò la finale di League Cup a Wembley, per distacco lo stadio più nobile di tutta la nazione, davanti ad un pubblico di ben 100’000 persone. Non si trattava sicuramente di una cornice usuale per chi è abituato a vivere a tutto tondo la provincia. L’avversario del Forest era quel Liverpool pluristellato a cui aveva rubato i panni di protagonista a livello nazionale (e poco tempo dopo pure europeo). I Reds furono una delle poche compagini ad essere sfuggita alla trappola Nottingham in First Division, cavandosela con due pareggi. Anche nel pomeriggio londinese la gara si concluse senza un vincitore, con i Tricky Trees che subirono gli attacchi avversari, ma non mollarono in nessun modo la presa.

Tutti gli sforzi compiuti dai seguaci di Clough e Taylor nel resistere malgrado non si trovassero nel loro habitat naturale furono ricompensati quattro giorni dopo, quando si giocò il replay della finalissima. L’arena di gioco non era più l’elegante Wembley, bensì le due squadre si spostarono un paio di centinaia di miglia più a Nord, a Manchester. Proprio come accaduto qualche mese prima, il Forest si presentò all’Old Trafford in maglia e calzoncini gialli, sperando che la sorte gli regalasse un esito felice, esattamente nel modo in cui era avvenuto contro lo United. I Reds però non volevano certo farsi demolire come i Red Devils, e infatti il tasso di difficoltà del match si rivelò assai elevato. Una battaglia estremamente equilibrata, che non pareva volersi sbloccare in nessuna maniera. Il lampo che decise la partita arrivò nella ripresa. Il difensore O’Hare, avventuratosi in un’azione offensiva, stava per calciare verso la porta, ma venne sgambettato in area di rigore avversaria da Thompson. Dal dischetto andò Robertson, sotto la curva dei suoi tifosi; tre passi di rincorsa, piattone destro ad incrociare e palla alle spalle del portiere Clemence, che sfiora ma non respinge. I sostenitori ospiti impazzirono di gioia, cominciando un’esultanza che sarebbe durata fino al triplice fischio dell’arbitro e anche oltre.

Esattamente un mese dopo, il 22 aprile, con il pareggio ottenuto a Coventry i Garibaldi Reds raggiunsero l’apogeo della loro storia (fino a quel momento), ottenendo matematicamente la vittoria del campionato, con quattro giornate di anticipo.

Brian Clough regge il trofeo della First Division insieme a Frank Clark (sulla sinistra), mentre Peter Taylor e Martin O’Neil (sulla destra) sollevano la League Cup (fonte immagine: profilo Instagram @efl).

La scalata del Nottingham di Clough e Taylor rimane ancora oggi un mito assoluto, perché è testimonianza di umiltà e sacrificio, ma al contempo anche di genialità e successo. Il ciclo glorioso di del Forest si concluse con un complessivo di due League Cup, una Community Shield, una First Division, una Supercoppa UEFA e due Coppe dei Campioni, diventando uno dei corsi più romantici dell’intera storia del calcio. Quel Nottingham forse non era affascinante e spettacolare, ma era, davvero, imbattibile.

(Fonte immagine in evidenza: profilo Instagram @nottinghamforestbrasil)

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L’ultima grande Lazio: la stagione 1999/2000 e la Champions League

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veron lazio

La Lazio torna dopo due anni di assenza a competere nella Champions League. I biancocelesti, nel gruppo E con Atletico Madrid, squadra con cui esordirà questa sera, Celtic e Feyenoord, potranno dire la loro per il passaggio del turno. Sarri dovrà trovare la migliore Lazio possibile nonostante il brutto avvio in campionato ma che ha fatto vedere le migliori qualità ad esempio nella vittoria contro il Napoli. Fra giocate di squadra nello stretto ed individuali, come Luis Alberto, probabilmente il miglior giocatore in questo momento, la formazione schierata dal tecnico toscano cercherà di esprimere il calcio migliore da proporre contro un avversario ostico, che preferisce lasciar giocare gli avversari.

A ritrovarli nel loro esordio della massima competizione europea sarà l’Atletico Madrid, con il Cholo Simeone sempre a guidare i Colchoneros. Proprio l’argentino ha vissuto uno dei migliori momenti della carriera nella Capitale, sponda ovviamente biancoceleste. All’epoca giocatore e centrocampista, Simeone ha fatto parte di una rosa straordinaria che ha conquistato il titolo di campione d’Italia nella stagione 1999/2000. Proprio in quella cavalcata, parallelamente alla Serie A, la Lazio ha raggiunto il miglior risultato di sempre nella sua storia in Champions League.

Andiamo quindi a scoprire la rosa diventata storica per il club visti i traguardi raggiunti.

“Mi viene la pelle d’oca ricordando gli anni in cui i tifosi mi amavano tantissimo e mi davano sempre tanto calore. Sono stati anni di calcio ben giocato qui e abbiamo vinto tanto insieme”.

Diego Simeone nella conferenza stampa pre Lazio-Atletico Madrid

LA ROSA CAMPIONE D’ITALIA

La miglior Lazio capace di raggiungere i quarti di finale della Champions League ha una rosa storica e iconica per ogni tifoso della squadra capitolina. Guidati da Sven-Goran Eriksson, allenatore svedese conosciuto per il suo gioco combattivo e cinico, i biancocelesti saranno infatti una formazione molto unita, che non verranno spesso trascinati da un singolo. Una vera e propria coesione dove titolare o subentrante sapeva perfettamente cosa svolgere in campo. Lo dimostra soprattutto la cifra dei gol segnati dal principale attaccante, Marcelo Salas, che siglerà 12 gol in Serie A e sarà anche l’unico della rosa a superare la doppia cifra.

In porta, Luca Marchegiani era il titolare. La difesa veniva composta da una linea a 4 con Giuseppe Pancaro e Paolo Negro, sulla corsia sinistra e di destra, a completare il reparto difensivo composto dai due centrali Nesta e Mihajlovic, difensori forti nel contrasto ma dalla tecnica raffinata, soprattutto per il serbo, data anche la grande quantità di punizioni segnate in carriera. Abili dunque a far ripartire l’azione, i centrali venivano spesso schermati ed aiutati nella fase difensiva da un mediano: Sensini in primis e Almeyda poi erano designati perfettamente in questo ruolo. L’ex Parma e Udinese riusciva a ricoprire anche più ruoli come il terzino o il difensore centrale per via delle sue grandi doti difensive, ma dal piede abile per l’impostazione.

Il centrocampo era poi formato da altri due argentini ad accompagnare l’azione: Juan Sebastian Veron e Diego Simeone appunto, autore del gol che riaprirà la corsa scudetto contro la Juventus. Per l’ex Parma sarà a livello realizzativo la miglior stagione dal punto di vista realizzativo, con doppia cifra raggiunta fra Serie A e Champions. Per il Cholo invece, dotato di grande corsa e anche senso dell’inserimento per colpire di testa, veniva affidato un ruolo per aiutare il regista. Sugli esterni, ecco che si trovavano i due equilibratori della squadra, abili nell’aiutare la squadra anche in fase difensiva ma soprattutto a cambiarne il volto in attacco. Nedved a sinistra e Conceicao sulla destra erano in grado mettere in difficoltà l’uomo, il primo con la palla al piede e dagli strappi micidiali, il portoghese invece con la sua intelligenza tattica per gli inserimenti.

In attacco, troviamo due attaccanti principali: Marcelo Salas, che come detto in precedenza è risultato il miglior marcatore della squadra, e Simone Inzaghi. I due attaccanti non risultavano quasi mai in campo contemporaneamente, con il cileno preferito da Eriksson per la sua abilità nel giocare sul corto per via della tecnica eccelsa, mentre Inzaghi preferito per il lancio lungo alla ricerca della profondità. In rosa erano poi presenti altri elementi dove spiccano soprattutto i nomi di Dejan Stankovic, ancora acerbo per guadagnare un ruolo fondamentale con questi giocatori in campi, e l’ex Juventus Boksic che insieme a Mancini hanno svolto per lo più il ruolo di seconde punte. Per via dei tanti problemi fisici i due non hanno saputo dare il contributo decisivo alla squadra.

L’AVVENTURA IN CHAMPIONS LEAGUE

La Lazio nel 1999/2000 disputa la sua prima Champions League della storia. Qualificata come seconda nel campionato precedente e dalla forza della squadra, giunge come formazione più forte del suo girone. Sorteggiata nel gruppo A, finisce insieme all Dinamo Kiev, Bayer Leverkusen e Maribor. Rispettando le aspettative, la Lazio conclude alla grande la prima fase a gironi vincendo 4 partite e pareggiando le restanti. Nelle seconda fase le cosi si fanno più complicate visto anche il livello degli avversari: nel gruppo con il Chelsea di Zola, il Feyenoord e Marsiglia i biancocelesti perdono la loro prima partita con gli olandesi. Ma il pareggio all’Olimpico e la decisiva gara giocata a Stamford Bridge vinta contro i Blues per 2-1 grazie alla rete da vero numero 9 di Inzaghi ed alla straordinaria punizione di Mihajlovic. Con i francesi invece arrivano due vittorie.

La corsa verso il sogno più importante si interrompe però ai quarti di finale, quando la Lazio pesca il Valencia, futura finalista di quella competizione. Prima al Mestalla gli spagnoli si impongono con un grande 5-2, quasi impossibile da rimontare. Infatti, il gol di Veron risulterà inutile nella gara di ritorno, finita 1-0 per i padroni di casa.

I TRAGUARDI RAGGIUNTI

Nonostante l’amarezza dell’eliminazione in Coppa, a livello europeo la Lazio può vantarsi di un prestigioso trofeo internazionale vinto a inizio stagione: la Supercoppa Europea. Contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson campione d’Europa in carica, con un gol di Salas la squadra di Eriksson si impone per 1-0. Dopo un match di campionato contro il Sunderland, tanti anni dopo lo scozzese rilasciò questa intervista riguardo ai ricordi più amari dopo 25 di fila sulla panchina dei Red Devils. Uno di questi fu proprio legato alla Supercoppa del 1999:

“Nel 1999 abbiamo perso la Supercoppa Europea contro la Lazio che in quel momento era la migliore squadra al mondo ed è forse questo il ricordo più amaro”.

Oltra alla Serie A conquistata all’ultima giornata, anche la Coppa Italia, terza nella storia della Lazio, viene vinta dai biancocelesti, assoluti dominatori in Italia in quella stagione. Nella doppia finale contro l’Inter è decisiva la gara di andata vinta per 2-1, mentre al ritorno ci sarà solo uno 0-0.

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Tre italiane in finale nelle coppe europee: fortuna o rinascita del nostro calcio?

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Inter, Lautaro viene insidiato da Barella nel ruolo di nuovo capitano interista

È indiscutibilmente l’anno dell’Italia, almeno per quanto riguarda il mondo del calcio. Tre italiane in finale nelle tre coppe europee era qualcosa di difficilmente pronosticabile a inizio anno. E non solo: quello che stupisce ancora di più è il numero delle squadre che sono riuscite a farsi strada durante il loro cammino nelle competizioni continentali. Abbiamo portato ben tre team ai quarti di finale di Champions League, due in semifinale di Europa League (in cui abbiamo sfiorato una finale tutta italiana) e, per la seconda volta consecutiva, una in finale di Conference League.

Non si può non elogiare il percorso e la crescita di quasi tutte le compagini della nostra nazione e in molti si sono chiesti se questo non possa essere il punto di partenza per un nuovo dominio italiano in Europa, come fu a cavallo fra gli anni ’90 e i primi del 2000. La domanda ha ovviamente senso, non solo considerati i risultati di questa stagione ma anche per il fatto che la nostra Nazionale (pur non riuscendo tristemente a qualificarsi per il Mondiale) è la detentrice del titolo europeo, conquistato appena due anni fa.

Altri, un po’ più pessimisti, hanno tirato in mezzo anche la fortuna di aver avuto dei sorteggi favorevoli. E quindi a cosa credere? Abbiamo realmente avuto solo fortuna o c’è qualcosa in più? Affrontiamo la questione con una semplice analisi dei fatti per scoprire a che punto è il nostro calcio e se potremmo rivedere questo exploit delle nostre squadre nel prossimo futuro.

LE DIFFERENZE FRA CHAMPIONS, EUROPA E CONFERENCE LEAGUE

Sarebbe fuorviante affrontare la questione in maniera unica per tutte le squadre italiane e anche farlo non considerando le differenze fra le tre coppe europee. Champions, Europa e Conference League sono, infatti, tre competizioni studiate per fini diversi e per compagini diverse. Prendiamo in considerazione l’Europa League e la Conference League. Come sappiamo queste coppe sono un’opportunità per le squadre di medio/alto livello del panorama calcistico continentale. Non indicano la squadra più forte d’Europa ma ci aiutano a valutare un parametro importantissimo: il livello dei vari campionati europei.

La salute della classe media è in molti casi un sintomo della salute di una società e, nel mondo del calcio, queste due competizioni sono quelle che più di tutte ci indicano lo stato di salute di un movimento. Nel caso dei club italiani, possiamo tranquillamente dire che, visti i risultati in queste competizioni in questi ultimi anni, il nostro calcio sta molto più che bene.

In EL abbiamo avuto quattro squadre arrivate almeno in semifinale nelle ultime quattro edizioni e in ECL per la seconda volta di fila una nostra squadra può giocarsi la coppa. Questo ci porta a ragionare sul fatto che il livello medio della Serie A è molto alto anche rispetto agli altri campionati europei di punta. Se ci riflettete, questo è anche il motivo per il quale la lotta Champions in queste ultime stagioni del campionato italiano si è fatta sempre più avvincente.

Un livello tale che ha fatto sì che venissero create delle rose altamente competitive per queste due competizioni e l’auspicio per il futuro è che le italiane possano ambire di anno in anno alla vittoria di queste due coppe europee. Purtroppo, va fatto un discorso diverso per la terza coppa, la più importante, la Champions League.

IL CAMMINO DELLE ITALIANE IN CHAMPIONS LEAGUE

La coppa “dalle grandi orecchie” è quella che racchiude l’élite del calcio europeo. Non solo, è anche innegabile come siano sempre i soliti top club del continente ad accedere alle fasi più avanzate del torneo. Squadre come Manchester City, Real Madrid, Bayern Monaco, tutti squadroni pensati per vincere il trofeo ogni anno. In questa stagione abbiamo però assistito a un vero e proprio dominio del nostro calcio anche nella manifestazione più importante.

Tolta la Juventus, l’unico club che rispetto ai precedenti anni ha avuto una flessione, Inter, Milan e Napoli hanno dimostrato, aiutate anche da un campionato maggiormente competitivo e, dunque, più “allenante”, di avere delle rose molto ben attrezzate anche per poter dire la loro. E, soprattutto, di poter giocare un calcio al livello di quello dei top club europei.

L’Inter, per arrivare fino in fondo, ha dovuto superare un girone di ferro con Bayern Monaco e Barcellona. Il Napoli ha affondato il Liverpool, finalista della precedente edizione, e ha, per lunghi tratti, giocato un calcio tra i migliori d’Europa. Il Milan è rinato grazie allo strepitoso lavoro di Pioli e Maldini. Tutte realtà in crescita, come lo sono anche Roma, Lazio e Fiorentina. Ma, dunque, possiamo ripetere l’exploit di quest’anno anche nelle prossime Champions League?

QUANTO HA INFLUITO LA FORTUNA?

Purtroppo dobbiamo anche affrontare il fatto che, probabilmente, abbiamo anche avuto un po’ di fortuna. Come ci ha insegnato Niccolò Machiavelli non dobbiamo sottovalutare l’operato di questa forza che l’uomo può a volte controllare, ma che spesso va al di là delle nostro operato.

È innegabile, quindi, che il sorteggio dei quarti di finale, che ha posto ben tre italiane in un lato del tabellone, è stata una contingenza che ha influito molto sul prosieguo della competizione. Una situazione che difficilmente potremo rivedere nei prossimi anni, salvo eventuali ulteriori aiuti della Dea bendata. Quindi? Dovremmo prendere questa strepitosa stagione delle italiane nelle coppe europee come unica e irripetibile e frutto solo della fortuna?

RIPARTIRE DA QUI

Come abbiamo detto, è innegabile il miglioramento di quasi tutte le nostre squadre da un punto di vista tecnico, tattico e gestionale. È vero, la fortuna ha in parte influito, ma non si possono nascondere le virtù delle nostre società. Ecco, proprio questa parola sarà il cardine dei prossimi anni del calcio italiano. Non a caso un concetto nuovamente machiavellico: la virtù, ovvero la forza che l’uomo contrappone alla fortuna, quando questa decide di voltarci le spalle.

Se per Europa League e Conference League la forza delle nostre squadre ci permetterà di lottare sempre per la vittoria, per la Champions League ci troveremo, già dall’anno prossimo, a fare i conti con delle realtà superiori a noi. Ma non possiamo lasciarci sfuggire l’opportunità che questa stagione calcistica ci ha offerto, ovvero quella di dimostrare che anche noi possiamo tornare ad ambire a grandi traguardi.

Il nostro movimento può e deve ripartire da questa stagione per poter progredire ulteriormente e le nostre società muoversi per far sì che questo non sia un anno unico e irripetibile, ma che, col tempo, diventi la norma. Far sì che, con le proprie forze, i club italiani riusciranno a raggiungere posizioni di vertice nelle coppe europee (anche in Champions League) a prescindere dall’aiuto che la fortuna sceglie di offrirci.

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Henrikh Mkhitaryan: l’equilibratore dell’Inter

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Mkhitaryan

L’acquisto di Henrikh Mkhitaryan nella scorsa finestra estiva di mercato da parte dell’Inter è stato uno di quei colpi che non hanno di certo esaltato i tifosi. Non che sia stato un acquisto criticato, ovviamente, ma neanche uno di quei colpi col botto. Un centrocampista, arrivato a parametro zero, in grado di aggiungere qualità alla manovra ma, in fin dei conti, solamente un buon rimpiazzo per Calhanoglu o Barella. Nulla di più di un completamento del roster nerazzurro.

In pochissimi di noi si sarebbero però aspettati una sua centralità nello scacchiere tattico di Simone Inzaghi oggi, alla vigilia di una storica semifinale di ritorno di Champions League. In una stagione in cui Mkhitaryan è sì partito inizialmente dietro nelle gerarchie dell’Inter, ma è risultato, alla lunga, decisivo per lo strepitoso percorso dei nerazzurri in tutte le competizioni.

DUTTILITÀ

L’intelligenza, qualora volessimo prendere dei parametri per giudicarla, si nota anche dalla flessibilità e dalla duttilità di una persona. Al sapersi ambientare al contesto anche a prescindere dalle difficotà. Ebbene, questo concetto calza perfettamente alla personalità di Mkhitaryan. Una persona, prima ancora che un calciatore, che ha saputo adattarsi e trarre il meglio da ogni esperienza. Parla sette lingue: armeno, russo, inglese, portoghese, francese, tedesco e, ovviamente, l’italiano. Con un laurea conseguita all’Istituto di Cultura Fisica in Armenia.

Nel frattempo ha insegnato calcio in Germania, al Borussia Dortmund di Jurgen Klopp, poi in Inghilterra all’Arsenal e al Manchester United. Ed è proprio qui che la sua intelligenza calcistica prende forma. Mkhitaryan è un tuttofare, un centrocampista in grado di ricoprire ogni zona del campo, dal trequartista all’esterno, con una tecnica unica ma, soprattutto con uno spirito di sacrificio unico.

Infine, l’arrivo in Italia. Alla Roma parte da trequartista, giocando in maniera superlativa, salvo poi arretrare il suo raggio d’azione come mediano insieme a Cristante. Ruolo in cui il suo apporto passa molto più in sordina ma grazie al quale diventa essenziale per Mourinho, sia in Campionato che in Conference League. Da questa stagione all’Inter, per Mkhitaryan si prospettava un progressivo declino, soppiantato dai vari Brozovic, Barella e Calhanoglu, titolari inamovibili per Inzaghi. Ma ecco che il suo apporto è tornato a essere determinante anche a Milano in un nuovo ruolo, quello di mezzala, grazie al quale l’armeno è diventato fondamentale per i nerazzurri.

LA SUA IMPORTANZA PER L’INTER

La sua intelligenza rara lo ha portato a rendersi indispensabile per le logiche tattiche di Inzaghi. Certo, nel suo passaggio a un ruolo da titolare ha inciso molto l’infortunio di Brozovic, ma la sostituzione del croato con Calhanoglu come vertice basso di centrocampo è stata anche permessa proprio dall’armeno.

Come dicevamo, il sapersi adattare è una delle caratteristiche delle persone illuminate, e Mkhitaryan ha un’abilità speciale nel sapersi muovere in sintonia con i suoi compagni di reparto. La sua accuratezza nei movimenti senza palla gli permette di smarcarsi per offrire una linea di passaggio. La tecnica gli permette di gestire il possesso, sia facendo fluire il pallone con velocità, sia portando egli stesso la sfera in conduzione. La sua tenacia e il suo spirito di sacrificio (pur essendo un 34enne) lo portano, inoltre, a unire alle sue doti qualitative quelle quantitative che per caratteristiche non dovrebbero competergli.

È così che lo si trova spesso a intercettare le linee di passaggio avversarie o andare a contrasto. O anche a sopperire alle avanzate offensive di Calhanoglu, retrocedendo ulteriormente la sua posizione. O, al contrario, sfruttare le sue doti nell’inserimento per spingersi in area quando Barella è impossibilitato a farlo. Sono tutte doti che il numero 22 mette di partita in partita a disposizione dei nerazzurri. Mkhiratyan è il tuttocampista perfetto per l’Inter, l’ago della bilancia essenziale sia in fase offensiva che difensiva.

Non a caso, anche la sua collocazione tattica la dice lunga. Il ruolo di mezzala sinistra, che possiamo definire a tutti gli effetti come il secondo regista della squadra, che, prima di lui e Calhanoglu, fu di un altro illuminato del gioco come Christian Eriksen. E in cui lo stesso Inzaghi adattò, nei suoi anni alla Lazio, Luis Alberto, la fonte creativa di maggior spicco dei biancocelesti in quegli anni. Un ruolo che, dunque, richiede doti uniche per un giocatore, soprattutto per quanto riguarda l’intelligenza tattica. E chi se non Henrikh Mkhitaryan poteva essere l’uomo giusto per ricoprirlo?

 

 

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Annate da sogno

L’eterno Modric contro lo scorrere del tempo

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modric arabia saudita

È ormai quasi certo il rinnovo di Luka Modric con il Real Madrid. Il centrocampista croato prolungherà ulteriormente la sua già strepitosa carriera, regalandoci il lusso di vederlo giocare anche nella prossima stagione con la camiseta blanca, quando compirà 38 anni. Quasi a non volerci concedere i commenti lusinghieri con il quale vorremmo elogiarlo al termine della sua carriera. No, lui è e continuerà ad essere il faro che illumina le notti del Santiago Bernabeu, beffandosi persino del Padre Tempo.

Certo, ormai siamo sempre più abituati a vedere le carriere dei giocatori prolungarsi fino a tarda età. Visto che siamo in un’epoca di veri e propri super atleti che, in alcuni casi, riescono a fronteggiare anche l’inesorabile scorrere del tempo. Ma per Modric bisognerebbe fare un discorso a parte, visto il ruolo peculiare che riveste, quello del centrocampista. Un giocatore che dovrebbe teoricamente essere il “motore” della squadra, sia dal punto di vista mentale che fisico. Ebbene, il diez croato ha sicuramente dovuto sviluppare un’intelligenza fuori dal comune (e non solo calcistica) per saper essere ancora così decisivo in uno dei club più prestigiosi al mondo e nelle competizioni più importanti. E soprattutto, a saper andare oltre i limiti impostigli dall’età.

UN DOMINIO CHE DURA DA UN DECENNIO

Grazie al suo imminente rinnovo con il Real Madrid, Modric si appresterà a vivere la sua undicesima stagione con le Merengues. Un traguardo assurdo se consideriamo che la carriera del Folletto di Zara in Spagna non era iniziata nel migliore dei modi. Dopo la prima stagione, molti sostenitori madridisti lo additavano addirittura come il peggior acquisto della storia dei Galacticos.

Serve l’arrivo di Carlo Ancelotti l’anno successivo per porlo definitivamente al centro del Real Madrid e a portarlo nell’Olimpo del calcio. Già dalla vittoria della Décima, propiziata proprio da un suo assist per il gol di Sergio Ramos allo scadere della finale contro l’Atletico Madrid.

Da lì inizia la mistica del Real di questo decennio, capace di dominare il calcio continentale come nessuno mai nella storia. Dopo la Décima, arriva il trittico di trionfi dal 2016 al 2018. Un three-peat che non era mai successo in epoca moderna. Modric è al centro del gioco. La stella è ovviamente Cristiano Ronaldo, ma il tempo saprà anche effettivamente svelare che, dietro al magistrale lavoro di CR7 sotto porta, si celava anche il genio tattico e tecnico del trequartista croato. Che, infatti, sopravanza il portoghese proprio nel 2018. Al Mondiale in Russia, Modric trascina la Croazia a una storica finale, che gli vale anche il Pallone d’Oro della stagione, scavalcando proprio il nativo di Madeira.

Ecco, sembrava proprio quello il canto del cigno. Dopo quell’incredibile anno, sia il talento di Modric che l’efficienza di quel Real Madrid parevano affievolirsi fino a sembrare anche anacronistici per il calcio ultra fisico di questi ultimi anni. O forse era solo una pausa scenica, prima del ritorno della scorsa stagione. In cui la Casa Blanca torna a dettare legge in campo europeo, ammantata da un alone di invincibilità che ha più a che fare con il misticismo che con le logiche sportive. Il trionfo in Champions e in Liga della stagione 2021/22, il ritorno della Croazia sul podio mondiale, tutte gesta in cui Modric è uno degli artefici massimi. Decisivo come non mai nonostante il sacrificio dal punto di vista fisico che il tirannico Padre Tempo gli chiede di volta in volta.

Eppure Modric è sempre lì, all’apice, quasi come se anche il tempo, oltre che lo spazio sul terreno di gioco, si pieghino al suo volere. A un passo dall’ennesima semifinale in Champions League con il suo Real Madrid, che prima di accantonarlo deve prima scontrarsi sempre con il fatto che il croato è sempre e comunque fondamentale.

COME FA A SFIDARE IL TEMPO?

Purtroppo c’è da dire una cosa importante. Non sarà il nativo di Obrovac a sconfiggere il Padre Tempo e continuare a giocare all’infinito. Per il semplice fatto che questo è un avversario al quale, prima o poi, ogni mortale è costretto a piegarsi. E, infatti, anche a veder giocare Modric adesso, nel Real Madrid o nella Croazia, si può notare come il suo dominio tecnico e fisico nelle partite va via via affievolendosi.

Si deve purtroppo constatare come Modric non ha più la corsa, la resistenza, il fisico per poter illuminare ogni singolo momento della stagione. Il Padre Tempo, che gli ha dato la gloria, sta pian piano chiedendogli il conto, togliendogli la dinamicità dei giorni migliori. Ma è proprio qui che risiede l’immensa intelligenza di Modric. Anche lui ha capito che non può sconfiggere l’avanzare inesorabile dell’età. Ma grazie alle sue doti intellettive fuori dal comune ha anche capito come dilatare il più a lungo possibile i suoi giorni di maestosità.

Non riuscendo più a rendere al 100% sul lungo periodo, non gli resta che rimanere quasi dormiente, anche per lunghi tratti della partita e della stagione. Ma scegliendo accuratamente i momenti clou, in cui riversare, anche se per un periodo limitatissimo di tempo, tutta la sua classe. È così che nei big match della scorsa fase finale della Champions League o al Mondiale in Qatar, è risultato ancora una volta determinante. Mutuando un’espressione del basket NBA, Modric è diventato il giocatore clutch per eccellenza. Magari non sempre ai suoi massimi livelli in stagione, ma ingigantendo il peso specifico delle sue giocate in proporzione alla crucialità del momento.

È IL MIGLIOR CENTROCAMPISTA DI SEMPRE?

Che Modric sia già nel Pantheon dei grandi del calcio è un fatto assodato da tempo. Ciò che rimane da chiedersi è se non sia addirittura il migliore del suo ruolo in ogni epoca. Può sembrare un’affermazione forte, divisiva, ma probabilmente non lontanissima dalla verità.

Ovviamente, lungi da noi sbilanciarci in questo modo in suo favore, visto che, nella quasi totalità dei casi, è impossibile rispondere a certe domande. L’unico dato che possiamo analizzare è però questa sua abilità nel poter dilatare il tempo, che in pochissimi hanno avuto in passato. Parliamo di una ristrettissima élite di centrocampisti, come Iniesta, Pirlo, Xavi e Zidane. Probabilmente gli unici che hanno vinto quanto Modric in carriera e che hanno spinto il loro fisico nell’impresa di duellare con i limiti imposti dall’età.

Pirlo e Xavi, per esempio, hanno smesso di giocare ad altissimi livelli lo stesso giorno, dopo la finale di Champions League fra Barcellona e Juventus del 2015, rispettivamente a 36 e 35 anni. L’ultimo atto della carriera di Zizou è stata l’indimenticabile finale del Mondiale 2006 contro l’Italia, lasciando il calcio da trascinatore della sua nazionale a 36 anni. Iniesta (che comunque è ancora un giocatore del Vissel Kobe, in Giappone) lascia il Barça a 34 anni da Campione di Spagna. E poi c’è Luka Modric che, in realtà, sulla carta, ha solo un anno meno di Don Andres, ma che sa ancora regalare emozioni ai più alti livelli di questo sport. E lo farà anche l’anno prossimo, quando compirà 38 primavere. Almeno questo possiamo tranquillamente affermarlo: nessuno ha saputo duellare con il Padre Tempo più a lungo di lui.

 

 

 

 

 

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