L’incertezza è massima. Picchi così alti non si toccavano da tempo. Anni, forse decenni. L’evoluzione esponenziale del Coronavirus ha visto un’escalation di normative e decreti che hanno portato l’Italia – ma ora anche l’Europa e il Mondo in generale – a prendere contromisure massicce. E così il calcio, che è la “cosa più importante tra le cose meno importanti”, come brillantemente definito da Klopp, si è adeguato – in alcuni casi in colpevole ritardo – per il bene comune. Quello di comunità è un concetto che stiamo riscoprendo in questi ultimi giorni ma che ancora non abbiamo capito fino in fondo. Ed è un passaggio cruciale per debellare questo nemico comune. Quando si sacrificherà qualche vezzo personale per una sanità globale, allora sarà quello il momento in cui la tendenza si invertirà.

E così il calcio si è fermato. Congelato. Pensarlo fa impressione, viverlo ancor di più. Quale sarà perciò il futuro della stagione in corso? Al momento le decisioni ufficiali sono state quelle di rimandare l’Europeo e la Copa América 2020, al prossimo anno, il 2021, così da consentire la conclusione regolamentare di questa terribile annata durante l’inizio dell’estate. Ma, anche in questo caso, tutto è incerto. Fare ipotesi sul futuro ora è prematuro. Non resta che aspettare.

C’è stato un precedente in Italia simile a questo. Uno solo in tutta la storia. Ma bisogna tornare di tanto indietro nel tempo. Precisamente alla stagione 1914-1915, quando a causa della Prima Guerra Mondiale, il campionato fu sospeso.

TUTTO DIVERSO

Calarci in una realtà come quella del 1914-15 è complicato, perché tutto era differente da oggi. La realtà a cui siamo abituati va rasa al suolo per costruire quella di inizio ‘900 e poterci così immergere davvero in quella stagione.
La Prima Guerra Mondiale era iniziata il 28 luglio 1914, portando l’Italia a dichiararsi in un primo momento ufficialmente neutrale, senza perciò entrare nel conflitto bellico sin dalle prime battute. Ma le spaccature della politica italiana avrebbero presto portato a un cambiamento del quadro. Perché con la rottura degli equilibri creati da Giolitti, il Paese si ritrovava spaccato in due, tra una parte “neutralista” che optava per non entrare in guerra, e un’altra parte “interventista” che vedeva la guerra come un modo per far crescere l’Italia da un punto di vista economico, sociale e geografico. Le mire espansionistiche erano più forti che mai in quegli anni.

In questo dipinto globale si colloca il calcio italiano. Sin dagli albori, la stagione 1914-15 appariva fosca e turbolenta, perché gli scenari della Grande Guerra erano ancora indefiniti e non era possibile prevedere con certezza l’evoluzione e le conseguenze del conflitto. In questa situazione di caos generale i rapporti tra la Federazione e i club del Centro, del Sud e delle isole erano più che mai tesi, perché c’era la sensazione comune che ogni scelta ricadesse a vantaggio delle società del Nord, storicamente più vincenti e quindi potenti.

Ma si decise comunque di far partire quella 18a edizione del campionato italiano di calcio. E si decise in un giorno particolare e controverso: quello della dichiarazione di guerra della Germania alla Russia. In quella stessa giornata i membri della Federazione e dei club si erano riuniti, stabilendo che la Prima Categoria – questo il nome della Serie A a quei tempi – si sarebbe giocata a prescindere da tutto. Ma se all’alba tuona, al crepuscolo non può che lampare.

La Lazio di quell’anno

TRA LEVA MILITARE E REGOLAMENTI

E così quella stagione anomala iniziò nelle vesti più paradossali immaginabili. Anzi, prima ancora che iniziasse, sia accumularono immediatamente le prime problematiche. E ancora una volta sono problemi legati alla scontro mondiale che era in pieno atto. Il Re Vittorio Emanuele III, infatti, proprio per non far trovare impreparata l’Italia in caso di un sempre più improbabile ingresso in Guerra, stabilì una mobilitazione preventiva delle truppe tra il settembre e l’ottobre del 1914, chiamando così alla leva militare obbligatoria la classe 1894. Inevitabilmente molti dei ragazzi che dovevano rispondere alla chiamata erano giocatori, costretti ad abbandonare la loro squadra. Molti club di conseguenza si ritrovarono in difficoltà, tanto che il l’Itala Firenze si ritirò prima ancora della redazione dei calendari, il Savoia di Milano alla prima giornata e dopo un mese mollò anche il Piemonte FC.

Le squadre partecipanti erano 52. Un numero enorme se paragonato alla Serie A attuale a 20 squadre, ma bisogna prendere familiarità con quelle che erano le regole e le formule della Prima Categoria, che risultano essere alquanto contorte.
Innanzitutto c’era una grande divisione: il torneo settentrionale e quello peninsulare. Il primo era costituito da 6 gironi, ognuno formato da 6 squadre. Alla fase nazionale, ovvero quella successiva, passavano le prime 2 classificate di ogni girone, più le migliori 4 terze. La fase nazionale era la semifinale, ovvero due gironi composti da 4 squadre, le cui vincitrici si sarebbero scontrate in una finale per l’assegnazione del titolo del Nord. A sua volta, la vincitrice del Nord avrebbe scontrato la vincitrice del torneo peninsulare.

Esso era diviso a sua volta in 3 macro-aree: il torneo Centrale, quello Meridionale e quello Insulare. Tutte queste grandi Sezioni erano formate da gironi regionali, le cui vincitrici avrebbero preso parte a ulteriori gironi interregionali. Infine la primatista insulare avrebbe dovuto sfidare la primatista meridionale in un doppio scontro: chi vinceva, andava in finale contro la prima classificata della Sezione centrale.
Dal torneo settentrionale e da quello peninsulare perciò sarebbero uscite due squadre che avrebbero lottato per il titolo nazionale in una sfida andata e ritorno.

CAOS

Se si dovesse usare un solo termine per descrivere quell’edizione del campionato di calcio italiano, quel termine sarebbe sicuramente caos. Soprattutto nella seconda parte di stagione. A Nord tutto sembrava filare liscio, con le squadre più forti che vincevano e proseguivano senza problemi.
I problemi nacquero però alle semifinali, che furono rimandate per neve. Un dettaglio fatale, perché i rinvii portarono a un ritardo delle finali, che non si conclusero mai a causa dell’ingresso dell’Italia in guerra.

Al centro vinse invece la Lazio, che accedette alla fase finale contro la vincente tra Internazionale Napoli e Naples. Il doppio scontro fu vinto senza troppi patemi dall’Internazionale, ma le sfide vennero fatte ripetere a causa dell’irregolarità del tesseramento di 2 giocatori dell’Internazionale. La partita d’andata fu ancora una volta a favore dell’Internazionale. Del ritorno invece non ci sono certezze se sia stato giocato o meno. Ma l’avvento della guerra spazzò via ogni dubbio.

Il 23 maggio ci sarebbero dovute essere le partite decisive del Girone Finale Nord, con partite di cartello come Genoa – Torino e Milan – Inter. Solo che il 22 venne dichiarata la mobilitazione generale e il giorno dopo, appunto domenica 23, la FIGC sospese immediatamente il campionato senza neppure avere un confronto con i club.  E lo fece poco prima che iniziassero le partite, quando le squadre erano pronte a entrare in campo. Ma poi gli arbitri lessero il comunicato ufficiale e tutto si fermò. Quello stesso giorno l’Italia dichiarò guerra all’Impero austro-ungarico.

Quindi tutto fu bloccato a un passo dalla fine. Al momento della sospensione, il Genoa era in testa a tutte al Nord e necessitava di un solo punto per accedere alla finalissima nazionale. Ma, a onor del vero, anche Torino, Milan e Inter avrebbero potuto agognare alla finalissima in caso di risultati incrociati favorevoli.
Invece nel Centro-Sud restava ancora da giocare la finale tra la Lazio e una tra Naples e Internazionale Napoli – resta il dubbio se il ritorno fu mai effettivamente disputato. Perciò mancavano tante, troppe pedine per poter decretare un vincitore.
Ma il problema sembrava non sussistere, perché al momento dell’ingresso in Guerra tutti erano certi che si sarebbe trattato di una Guerra lampo e che in poco tempo tutto si sarebbe sistemato. Fu una Guerra di trincea. Fu una carneficina che sarebbe terminata soltanto il 4 novembre 1918.

GENOA CAMPIONE: MA PERCHÉ?

Alla fine l’Italia uscì dalla Prima Guerra Mondiale dalla porta principale, al fianco dei vincitori – Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Ma in conflitto come questo non ci sono vincitori reali. E infatti la situazione peggiorò sotto ogni punto di vista. Economico, industriale, sociale e umano, perché più di 700.000 morti tra cause belliche, malattie e stati di prigionia, sono un dato straziante solo da leggere.
Anche molti giocatori di quella fatale Prima Categoria del 1914-15 morirono al fronte. I nomi sono tanti, ma il primo a cadere è ancora oggi ricordato ed è il simbolo di quell’anno: è  Luigi Ferraris, giocatore del Genoa e tenente d’Artiglieria da Fortezza. Il 1 gennaio 1973 lo stadio di Genova fu dedicato a lui e ancora oggi porta il suo nome.

Il Genoa campione

Ma restava da risolvere la questione del campionato 1914-1915. Naufragò ovviamente l’ipotesi di far concludere quell’edizione, perché quelle poche settimane di guerra che ci si aspettava si erano trasformate in 3 anni.
Per capire – o almeno provarci – il perché della decisione finale della Federazione, bisogna ricordarci quelle che erano le polemiche di inizio anno: le società del Nord erano troppo tutelate rispetto a quelle del resto d’Italia. Ecco con ogni probabilità perché alla fine lo scudetto fu assegnato al Genoa. Non esistono documentazioni ufficiali che spiegano la decisione di assegnarlo al Genoa e non alle altre squadre in lizza per la vittoria, la Lazio su tutte, ma anche Torino, Milan, Inter e una tra Internazionale Napoli e Naples. Tutto ciò che è stato valutato è che il Genoa era in testa al girone finale del Nord, che era il più competitivo di tutti, e che di conseguenza era più forte.

A causa di proteste e reclami da parte di Inter e Torino la decisione sull’assegnazione si dilungò sino al 1921, quando a settembre la rivista sociale genoana dichiarò la vittoria del campionato. La cerimonia si svolse l’11 dicembre 1921, anche se ci sono ulteriori tesi che posticipano addirittura fino al 1929 l’ufficialità dello scudetto. Ad ogni modo i festeggiamenti furono senza dubbio monchi, perché ben 25 membri del Genoa, tra dirigenti e giocatori, morirono in guerra.

ATTUALITÀ

E questa storia è di grande attualità per due ragioni. La prima è che ci troviamo in un triste periodo storico caratterizzato dal Coronavirus che mette a serio rischio la lineare conclusione del campionato. La speranza è che qualsiasi cosa accada il finale sia più limpido di quello del 1914-15.

La seconda è che la storia dell’assegnazione di quello scudetto non è ancora stata archiviata. Dal 2015 infatti, il presidente della Lazio Claudio Lotito, aiutato dall’avvocato Gian Luca Mignogna, ha proposto che quello scudetto fosse assegnato ex aequo a Genoa e Lazio. Da lì si è aperta un’enorme causa che è ancora in piedi, soprattutto da quando Tavecchio nel 2016 ha nominato una Commissione di Saggi per analizzare il caso, scoprendo che non ci sono atti ufficiali dell’attribuzione di quel titolo al Genoa.

Il 30 gennaio 2019 il presidente della Federazione Gabriele Gravina ha proposto la creazione di una commissione volta proprio a sciogliere ogni dubbio su quella maledetta annata. Non c’è ancora certezza su come possa finire la storia, ma ciò che resterà è l’enorme confusione che si è generata da una stagione che probabilmente nemmeno doveva iniziare.

È per questo che con la storia non si gioca.
La storia va studiata e usata come memoria, per evitare che errori del passato possano ripresentarsi.
Bisogna sempre prima pensare al bene comune e poi a quello individuale.
Oggi come nel 1915.
Perciò ognuno agisca nel proprio piccolo.
Solo così si può costruire un futuro di enorme splendore.