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Alla Ricerca del Diez

Tonny Vilhena: l’Italia nel destino, nel segno della madre

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Dal sogno realizzato al Feyenoord al viaggio in Russia, fino all’approdo all’Espanyol e al suo primo gol “italiano”. Cosa ha portato Tonny Vilhena da Rotterdam a Salerno? Forse la voglia di mare che si respirava a Maassluis, il paesino dove il classe 1995 è nato, oppure, semplicemente il destino. Il trasferimento dell’olandese alla Salernitana ha, forse, fatto poco rumore, è stato probabilmente sottovalutato, e da molti non considerato un grande colpo, quale invece è.

Tonny infondo è un ragazzo cresciuto in fretta. Ha dovuto affrontare la cruda vita a soli 21 anni, quando è scomparsa sua madre Janet, per causa di un cancro, che l’ha colpita all’età di 52 anni. Dopo il passato da possibile “craque” al Feyenoord, Vilhena sbarca in Italia per dimostrare a tutti quanto ancora vale e magari sbocciare definitivamente. Lo deve a sé stesso. Lo deve a Janet.

TONNY VILHENA, IL RAGAZZO DI MAASSLUIS

Nato sulle sponde del Nieuwe Waterweg, un canale artificiale che collega il porto di Rotterdam con il Mare del Nord, Tonny Vilhena muove i suoi primi passi alla VDL-Maassluis, una delle tante squadre del suo paesino nativo, che conta poco più di 32mila abitanti. Bastano otto anni dalla sua nascita per attirare su di sé le attenzioni della miglior squadra della zona: il Feyenoord. Con la squadra di Rotterdam nascerà una storia d’amore, una di quelle da raccontare. Vilhena parte dal settore giovanile, facendo tutta la trafila, per poi esordire in Prima Squadra il 22 gennaio 2012 contro il Venlo. Da lì saranno 258 le presenze con gli olandesi, condite da 41 gol, una vittoria del Campionato Olandese, due Coppe d’Olanda e due Supercoppe d’Olanda.

A Rotterdam, Tonny diventa un vero e proprio idolo. Lo dimostra il canto di “You’ll never walk alone” di tutta la “de Kuip” per far sentire la vicinanza al giocatore nel giorno della scomparsa della madre. Tonny, appena ventunenne, rimane a bocca aperta e con gli occhi lucidi, così come tutti gli spettatori del match.

Il Feyenoord è casa sua, ma il momento del grande salto di qualità, per passare da buon giocatore a campione, non arriva. C’è il Krasnodar ad accoglierlo a braccia aperte, che investe ben 10 milioni su di lui. Vilhena sparisce un po’ dai radar, e dopo due anni e mezzo in Russia, si trasferisce all’Espanyol, a gennaio 2022.

L’ITALIA NEL DESTINO…MA LA MADRE NON VOLEVA

Come detto in apertura, l’Italia potrebbe essere nel destino di Tonny Vilhena. In tutto questo c’è un “però”, una di quelle storie controverse, che riportano al fato. Era il 2014, Vilhena aveva lasciato l’accademia giovanile due anni addietro. La madre, Janet, timida e riservata, due anni prima di lasciare il figlio, si concede ad un’intervista ad un giornale locale, Hand in Hand. Da mamma premurosa la sua unica preoccupazione era che, in qualsiasi squadra Tonny andasse “le persone fossero sociali”. Alla fatidica domanda: “In che squadra estera vorresti che andasse tuo figlio?” Janet risponde fermamente: Deve andare in un posto dove c’è il sole. Non in Inghilterra e non mi piace l’Italia“. Proprio l’Italia, il paese che più lo ha cercato in questi anni.

Prima l’Inter, poi la Sampdoria. Niente da fare. Tonny sceglie di rimanere in Olanda per stare vicino alla madre, gravemente malata. L’Inter ha scelto Banega. Io ho scelto mia madre. Non sta bene, io la amo e lei ama me. Non se la sentiva che io andassi all’estero”, dichiarò Vilhena ad Algemeen Dagblad. Di tempo, dal giorno della scomparsa di Janet, ne è passato. Tonny è cresciuto, ed è pronto per l’Italia e per conquistarsi Salerno, per dimostrare a tutti quel che vale. È una missione. Lo deve a sua madre.

PERCHÈ VILHENA È UN GRANDE COLPO

Dal punto di vista tecnico, Tonny Vilhena è uno di quei giocatori che ogni allenatore vorrebbe. Fisico, veloce e muscoloso allo stesso tempo. Il classico centrocampista box to box che con uno strappo o un inserimento può ribaltarti le partite, ma anche lo stesso, che con sacrificio e corsa, non mollano mai e fanno il tanto odiato “lavoro sporco”. Un’altra sua caratteristica è la duttilità. Tonny può essere impiegato come mezz’ala, ma anche come mediano o trequartista. Vi stupirete a sapere che può fare anche il terzino, ed oggi contro la Sampdoria lo ha fatto, spostandosi sul versante sinistro.

Il suo punto di forza? Gli inserimenti fulminei. Proprio così viene disegnato il suo primo gol in Serie A segnato oggi all’Arechi. La sua rapidità nel lanciarsi negli spazi lasciati vuoti e la sua capacità di rubare palloni, conditi da un’ottima visione di gioco, fanno di Tonny Vilhena un giocatore completo e dalle potenzialità ancora inespresse. L’ex Feyenoord, ora, ha le chiavi di una squadra intera in mano e di nuovo la 10 sulle spalle, quella che lo aveva accompagnato al “de Kuip”. La voglia di riscatto è forte, ma quella di regalare a sua madre, scomparsa, un sogno, ancora di più. Tonny è in missione per lei in Italia, è forte, e non vuole più mollare.

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Chi è Zeno Debast, il nuovo talento belga scuola Anderlecht

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CHI È ZENO DEBAST, IL NUOVO TALENTO BELGA SCUOLA ANDERLECHT, con già 21 partite con la prima squadra dei biancomalva. Zeno Debast, classe 2003, è nato e cresciuto tra le fila del club dell’omonima città e si è conquistato col tempo il suo spazio. La nazionale del Belgio ha messo nel mirino la manifestazione mondiale in Qatar nel 2022, consapevole che potrebbe essere “l’ultimo ballo” di una generazione di calciatori. Da Lukaku ad Hazard, da De Bruyne a Mertens. Tra queste colonne portanti, sbucano anche alcune nuove leve, che si propongono di ricevere l’eredità di questi campioni.

Zeno Debast potrebbe essere una di queste nuove leve. A soli 18 anni è passato dall’essere una brillante promessa ad una solida certezza del suo club. Sotto la guida di Felice Mazzù, un tecnico che ha dimostrato di saper valorizzare i giovani, può continuare a crescere e migliorare.

Roger Martinez, c.t. dei Diavoli Rossi, ha deciso di dargli fiducia, dopo l’ottimo inizio di stagione. E ieri, nella sfida di Nations League contro il Galles, Debast è sceso in campo dal 1′ nella linea a tre di difesa, completando il terzetto con Alderweireld e Vertonghen. Per lui si è trattato dell’esordio assoluto con la nazionale maggiore.

CONOSCIAMOLO MEGLIO

Zeno Debast è un solido difensore, dal fisico slanciato, rapido e agile, seppur con una muscolarità ancora da sviluppare. Con l’Anderlecht gioca nel ruolo di difensore centrale: più frequentemente braccetto di destra nella linea a tre; anche se a volte come centro-destra in una difesa a quattro. In fase difensiva garantisce buona copertura, ottime abilità in marcatura sull’uomo, garanzie sul gioco aereo ed una presenza fisica importante. Si destreggia anche in fase offensiva, dove sfrutta le sue grandi abilità per via aere, fungendo da minaccia per i portieri avversari.

Tuttavia il suo punto di forza rimane indubbiamente la sua abilità palla al piede. Difensore centrale con indole da regista e tocco educato, è un ottimo fulcro sul quale poggiarsi per imbastire la manovra e possiede grandi abilità di passaggio, sia nel lungo che nel corto. Ambidestro naturale, spesso è lui l’uomo designato ai calci piazzati, quando gioca nell’Anderlecht. Una scelta saggia, se si pensa che sui corner il club rinuncia ad un ottimo colpitore come lui. Talvolta, è stato anche utilizzato come centrocampista difensivo davanti alla difesa, con ruolo di regia.

Deve sicuramente migliorare dal punto di vista delle letture preventive e nella prestanza fisica, che non gli garantisce ancora sicurezze nei duelli spalla contro spalla o nei contrasti fisici. Ma a 18 anni, l’impressione è che sia sulla strada giusta per fare bene.

PROSPETTIVE FUTURE

L’Anderlecht, ma in generale l’intera Jupiler Pro League, è una vera e propria fucina di talenti per i maggiori campionati europei. Tra le fila dei biancomalva sono cresciuti alcuni dei più grandi calciatori belga della storia. E, negli ultimi anni, il club non disdegna neanche le giovani promesse estere, da coccolare e far crescere, arricchendosi. Basti vedere che la squadra di Mazzù in attacco ha due delle maggiori promesse classe 2002: l’italiano Sebastiano Esposito ed il portoghese Fabio Silva.

Zeno Debast potrebbe essere l’ultimo nome sulla lista dei talenti costruiti dall’accademia della squadra belga. Le prospettive, almeno in queste prime uscite in stagione da protagonista, conducono verso quella strada. L’Anderlecht vorrà, comprensibilmente, tenerlo per sè ancora per un po’. Anche perchè finora, Debast ha fatto vedere ottime prospettive e larghi margini di miglioramento, ma niente di concreto. Sembra, dunque, difficile che a fine anno possa arrivare già una sostanziosa offerta da parte di una squadra più quotata.

Tuttavia, se da qui a 18 o 24 mesi Debast dovesse confermare quanto di buono promette, trattenerlo in Belgio sarebbe difficile. Sia perchè, come detto, spesso il campionato belga funge da rampa di lancio per i giovani talenti. Sia perchè, probabilmente, sarebbe lo stesso Anderlecht a lasciarlo andar via, seppur a malincuore, incassando una lauta cifra, da reinvestire.

La duttilità tattica di Debast lo pone come un ottimo profilo per una squadra che propone un calcio cosciente e ragionato. Nei cui schemi tattici, il classe 2003 possa essere un protagonista di primo livello.

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El ultimo Diez dell’Uruguay: chi è Forlan?

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Se si gira per le strade di Montevideo e si cita il nome di Diego Forlan è impossibile che non venga in mente quell’Uruguay che, nel 2010, è andato vicino a vincere il Mondiale. L’ultimo numero dieci uruguaiano degno di nota, uno di quei giocatori che con il pallone poteva fare di tutto, soprattutto le magie. A testimoniarlo sono le giocate, le vittorie, i gol che, soprattutto con l’Atletico Madrid, hanno fatto esultare migliaia di tifosi. La Cachavacha, soprannome dato a lui data la somiglianza con la celebre strega dei cartoni animati del suo paese, oltre ad essere stato un grande giocatore è anche una persona di tutto rispetto. Forlan è membro fondatore della Fundación Alejandra Forlán, la quale è guidata da sua sorella minore, dove si esprime sui pericoli della guida pericolosa.

FORLAN, IL SUPEREROE DELL’URUGUAY

Diego Forlan Corazzo nasce a Montevideo, capitale dell’Uruguay, il 19 maggio 1979. El Rubio è figlio e nipote d’arte. Il padre era un terzino del Peñarol e poi del San Paolo, mentre il nonno era una colonna dell’Independiente negli anni trenta.

Diego prima di avvicinarsi al pallone si diletta con il tennis. In questo sport, a differenza del calcio dove il suo piede forte era il destro, era mancino. All’età di dieci anni si avvicina al futbol giocando prima nelle giovanili del Danubio e poi in quelle del Penarol.

Dopo non aver superato qualche provino in Europa il giovane fantasista uruguaiano firma con l’Independiente di Avellaneda. Con i Diablos Rojos si farà notare a livello internazionale. Con quest’ultimi, in 80 partite, segnerà 37 gol.

ALLA SCOPERTA DEL VECCHIO MONDO

Nell’inverno 2002 Forlan vola in Europa dato che venne acquistato dal Manchester United di Sir Alex Ferguson. Con la maglia dei Red Devils, data la presenza di altri campioni, l’uruguaiano fa molta fatica. Con quest’ultimi, in 97 partite, colleziona 17 gol e 9 assist. Dato l’arrivo di Wayne Rooney in squadra, nel settembre 2004, viene venduto dato che non avrebbe avuto tanto spazio in rosa.

Viene ceduto al Villareal e con quest’ultimi regala tante magie e prestazioni degne di nota che fannoo entusiasmare i tifosi del Submarino Amarillo. Con loro raggiunge diversi traguardi societari ed individuali. Nella stagione 2004-2005 la squadra con sede nella provincia di Castellón conclude il campionato con il terzo posto, qualificandosi in Champions League per la prima volta nella storia del clubIn questa stagione, l’attaccante dell’Uruguay, Forlan, vinse il trofeo Pichichi con 25 reti in 36 giornate. Inoltre vinse la Scarpa d’oro assieme a Thierry Henry. Nel 2005-2006 il Sottomarino Giallo raggiunge, in Champions, le semifinali (dove vengono eliminati dall’Arsenal).

Nel calciomercato estivo del 2007 viene ceduto all’Atletico Madrid per circa 21 milioni di euro. Assieme all’argentino Sergio Aguero, Diego, forma uno dei due offensivi più pericolosi ed emozionanti d’Europa. Nella stagione 2008-2009, Forlan, “el ultimo diez del Uruguay“, vince il premio Pichichi, con 32 reti in 33 partite. Inoltre vinse, per la seconda volta, la Scarpa d’oro. Nella stagione successiva, non iniziata benissimo dai Colchoneros, Forlan è uno degli uomini chiave che porterà, a fine stagione, alla vittoria dell’Europa League dell’Atleti.

Nell’agosto 2011 viene acquistato dall’Inter per sopperire alla partenza di Samuel Eto’o. Con la maglia dei nerazzurri, per colpa anche dei diversi infortuni che lo hanno tenuto fuori, non riesce a convincere. In 20 partite colleziona solo 2 gol e 3 assist, troppo poco per un giocatore del suo calibro. Conclusa la stagione, all’apertura del mercato, rescinde il proprio contratto. 

FINE CARRIERA E OGGI

Dopo l’esperienza italiana, si trasferisce ai brasiliani dello Sport Club Internacional. Con quest’ultimi, in 42 partite giocate, segna 13 gol e fornisce 4 assist. Nel gennaio 2014 rescinde dall’accordo con la società.

Dopo essersi svincolato dai brasiliani, si trasferisce alla squadra giapponese Cerezo Osaka. Nel giugno 2015 rescinde il contratto con la società. Con loro segna, in 51 gare, 19 gol ed ha fornito 5 assist per i suoi compagni di squadra.

Il 9 luglio 2015, Forlan, ritorna, finalmente, in Uruguay.  In patria veste, dopo 21 anni, la maglia del Peñarol. Con i gialloneri, in 34 partite giocate, colleziona 8 gol e 13 assist

Dopo aver vestite diverse maglie in giro per il mondo, tra cui quella dei Mumbai City e Kitchee, il 7 agosto 2019 annuncia il suo ritiro dal calcio giocato.

Attualmente è un allenatore.

Diego Forlan è stato uno dei calciatori più iconici della sua generazione che, tra club e Uruguay, ha collezionato ben 701 partite. In quest’ultime il fantasista ha regalato giocate, emozioni, gol (259), assist (89) e momenti che hanno fatto entusiasmare tantissime persone. In patria dicono che lui è stato l’ultimo Diez uruguaiano e dato tutto quello che lui ha fatto, difficilmente, nascerà un giocatore come lui.

 

 

 

 

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Martin Palermo, l’uomo dai gol impossibili

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Se si parla del Boca Juniors è impossibile non citare il nome di una leggenda Azul y Oro come è stato quello di Martin Palermo. Quest’ultimo, conosciuto in patria come “el hombre de los goles imposibles” (l’uomo dai gol impossibili), è ricordato, per sua sfortuna, solo come “colui che ha sbagliato tre rigori nella stessa partita“, ma è stato solo quello? Stiamo parlando di un giocatore da 162 reti e 38 assist in 364 partite, del miglior marcatore di sempre dei Xeneizes, di uno dei calciatori argentini più iconici di tutti i tempi. Andiamo a scoprire meglio quel giocatore particolare come Palermo, un giocatore che del fegato faceva la sua arma migliore. Ci voleva fegato nel segnare i suoi gol, ma ce ne voleva tanto anche nel farsi fotografare vestito da donna dai giornali nel tentativo di condannare l’ambiente maschilista come quello del calcio.

GLI INIZI

Martin Palermo nasce a La Plata, città capoluogo della provincia di Buenos Aires, il 7 novembre 1973 da una famiglia di origine italiana, più precisamente siciliana. Martin si avvicina al mondo del calcio sin da bambino e, dopo essersi fatto valere nelle giovanili, debutta nel 1992 con la maglia dell’Estudiantes de La Plata nel campionato argentino. Dopo i suoi inizi con la maglia dei Los Pincharratas, con i quali in 99 partite (5 stagioni) segna 27 gol, si trasferisce, nel 1997, al Boca per circa 4 milioni di euro. Tale acquisto non fu ben accolto dai tifosi i quali ritenevano la somma spesa fin troppo alta per un ragazzo che, nonostante il suo ruolo da attaccante, aveva segnato così poco. Proprio quest’ultimi, però, dovranno ricredersi molto velocemente perché davanti a loro avevano il giocatore che segnerà più gol per la loro squadra.

PALERMO AL BOCA JUNIORS, L’INIZIO DI UNA LEGGENDA

“Boca es grande por su gente no por los jugadores”

Con la maglia del Boca Juniors la sua carriera ha la svolta. L’attaccante segna tantissimo e fa esultare tanto i suoi tifosi. Basti solo pensare che, nel 1998, viene premiato con il Pallone d’oro sudamericano. Grazie alle sue prestazioni da cecchino dell’area di rigore “el señor de los gritos imposibles, el hombre que no le teme al ridículo” il Boca vince nel 2000 la Coppa Libertadores battendo ai rigori il Palmeiras. Sempre nello stesso anno, grazie ad una doppietta in finale, la sua squadra batte il Real Madrid nella Coppa Intercontinentale. Grazie ai suoi gol si aggiudica il premio come miglior giocatore della manifestazione. Con il Boca Juniors, nella sua prima avventura, Palermo vince il campionato d’Apertura nel 1999, nel 2000 e quello di Clausura nel 1999.

ALLA SCOPERTA DELLA SPAGNA

Grazie alle sue prestazioni con il Boca Juniors, Palermo attira l’attenzione di numerosi grandi club europei. Nel 1999 è molto vicino a trasferirsi alla Lazio, addirittura il trasferimento venne ufficializzato dal club argentino, ma a causa di un grave infortunio ai legamenti l’affare salta. Nel 2001 il suo cartellino viene acquistato per circa 7 milioni di euro dal Villareal. Con quest’ultimi resterà fino al 2003, collezionando 18 gol. Tra il 2003 e il 2004 gioca, con scarsi risultati, nel Betis Siviglia e nell’Alavés.

RITORNO AL BOCA E FINE CARRIERA

Palermo, nel 2004, ritorna al Boca Juniors, dove è uno degli idoli dei tifosi. Nella sua seconda permanenza, ha vinto con gli Xeneizes il campionato di Apertura del 2006 e la Coppa Libertadores 2007. Nell’agosto 2008 subisce un grave infortunio, la rottura dei legamenti del ginocchio destro, che lo costringerà a uno stop di circa 6 mesi. Il 15 maggio 2011 segna contro il River Plate nel suo ultimo Superclasico. Il 18 giugno 2011, dopo 20 anni di carriera, “El Titan de los goles imposibles” annuncia il suo ritiro dal calcio giocato.

COLOMBIA-ARGENTINA, QUELLA SERATA MALEDETTA

Se si parla di Martin Palermo, se da una parte vi è la gloria con il Boca Juniors dall’altra vi è la disfatta con l’Argentina. Soprattutto in quella serata maledetta del 1999 dove l’attaccante argentino è riuscito nell’impresa di sbagliare tre rigori nella stessa partita. I suoi si sfidavano contro la Colombia in una partita di Coppa America vinta da Los Cafeteros 3 a 0. In quella partita l’arbitro concesse 5 rigori: gli altri due alla Colombia, che ne realizzò solo uno.

Con la maglia dell’Albiceleste Palermo segnerà 9 gol in 15 partite disputate.

 

 

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Chi è Baldanzi, il giovane talento 2003 dell’Empoli

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Chi è Baldanzi

CHI È BALDANZI – In una giornata primaverile del lontano 23 marzo 2003, nella città di Poggibonsi, nasceva il piccolo Tommaso Baldanzi. Nello stesso giorno, pochi chilometri più a sud, l’Empoli di mister Silvio Baldini sfidava il Brescia di Roberto Baggio e Guardiola, quando negli ultimi minuti del match Antonio Buscé sostituisce Totò Di Natale.

Sedici anni dopo Tommaso Baldanzi e Filippo, il figlio di Totò, giocano nella formazione Under 16 dell’Empoli allenata da Antonio Buscé. Potrebbe essere una coincidenza o un semplice aneddoto, ma il legame che si crea tra le parti rende il tutto più affascinante, a tratti magico, come se quel percorso, culminato poi nella vittoria del campionato, fosse stato designato dal fato.

Proprio il percorso alla corte di Antonio Buscé, che ha conosciuto il suo culmine in Primavera nelle ultime due stagioni, ha permesso al giovane Baldanzi di affacciarsi in prima squadra. Tre giorni fa è arrivato l’esordio da titolare in Serie A, oggi invece la prima gioia personale. Momenti indimenticabili per un talento molto promettente.

CHI È BALDANZI – IL TALENTO

Tommaso Baldanzi è un trequartista che ha giocato per dieci anni nelle formazioni giovanili dell’Empoli. Per i toscani il settore giovanile ha sempre avuto un’importanza particolare, in quanto il principale obiettivo è quello di forgiare giocatori dotati di grandi qualità tecniche. Tommaso Baldanzi di tecnica ne ha da vendere.

Non occorre essere grandi esperti di calcio per percepire quanto sia un calciatore speciale, destinato a lasciare il segno e diventare uno dei più forti. Sarebbe riduttivo soffermarsi solamente sugli enormi margini di miglioramento, attualmente il toscano fornisce costantemente prestazioni di spessore dalle quali si evince la sua immensa qualità ma anche la mentalità e la determinazione di un calciatore che ha tutte le stimmate del predestinato.

Le sue giocate combinano estetica ed efficacia: ha lo smalto dei calciatori che incidono e l’intelligenza di quelli che lo insegnano. I suoi filtranti chirurgici, calcolati al millimetro, dimostrano che è capace di vedere calcio laddove gli altri vedono uno spazio chiuso o una difesa schierata.

TECNICA E LIBERTÀ

Tommaso Baldanzi da bambino ha giocato nella scuola calcio di Castelfiorentino e di Monteboro. A 8 anni alcuni osservatori lo notarono, venne quindi selezionato per un’amichevole dopo la quale venne prelevato dall’Empoli.

L’academy azzurra coltiva minuziosamente il talento del baby prodigio, la sua statura non eccelsa è compensata da colpi di prima scelta. Il ragazzino calcia con entrambi i piedi abbinando potenza e precisione; ama dribblare gli avversari e prendere il pallone in ogni zona del campo sviluppando una spiccata dote sia da costruttore che da rifinitore.

La sua intelligente gestione della palla gli permette di plasmare calcio. La fantasia, la libertà e l’istinto caratterizzano i suoi colpi che sfociano puntualmente in efficacia e utilità. Impressionante è la velocità di calcolo fra il rischio e l’eventuale produttività della decisione presa. Il merito dei suoi allenatori è stato quello di non bloccarlo in rigidi tatticismi lasciandolo libero di mostrare il suo talento.

TRA VITTORIE E MIGLIORAMENTI

La stagione 2018/19 è stata quella della sua consacrazione a livello giovanile. Con l’Under 16 di mister Buscé ha vinto il campionato siglando il gol decisivo nella finale contro l’Inter. Tra l’ex centrocampista campano ed il giovane trequartista si è instaurato un rapporto viscerale: il primo ha continuamente elogiato le qualità del ragazzo mentre il secondo ha sottolineato più volte l’importanza che il tecnico ha avuto nella sua formazione.

Nella stagione 2019/20 è stato il trascinatore e il fulcro del gioco dell’Under 17: sviluppa la sua abilità nel trovare autonomamente lo spazio dove collocarsi in campo, svariando sia sugli esterni sia tra le linee. Mister Cesare Beggi sfrutta il suo estro per rompere gli schemi delle squadre avversarie.

La sua capacità di destreggiarsi sapientemente nello stretto e in campo aperto è un’arma che può diventare devastante in ogni situazione. Nonostante abbia ricoperto diversi ruoli lontano dalla porta avversaria ha dimostrato anche di essere un’eccellente finalizzatore: in 17 presenze ha segnato ben 10 gol. Nell’ottobre 2019 mister Daniele Zoratto lo ha convocato per la prima volta in Nazionale Under 19.

LA STRADA CHE CONDUCE AL SUCCESSO

CHI È BALDANZI – All’inizio della stagione 2020/21 ha riabbracciato Antonio Buscé in Under 19. Il suo impatto con il Campionato Primavera è stato devastante; ha collezionato 32 presenze, 16 gol e 11 assist. Il 28 ottobre 2020 ha anche esordito in prima squadra nel match di Coppa Italia contro il Benevento. Nei 14 minuti giocati ha mostrato sprazzi di alta qualità, e da una sua giocata di tacco è nato l’ultimo dei quattro gol rifilati alle Streghe.

Alessio Dionisi l’ha portato più volte in panchina nel corso della stagione, concedendogli un’altra manciata di minuti sempre in Coppa Italia, contro il Napoli.

Il presidente Fabrizio Corsi stravede per lui e l’ha anche paragonato al “Papu” Gomez. Baldanzi ha invece dichiarato di ispirarsi al suo idolo, Paulo Dybala, dal quale studia le movenze e le giocate. Ragazzo umile e determinato, ha espresso il suo sogno di giocare in attacco con Lewandowski e di essere allenato da Klopp:

“La mia passione per il calcio è nata all’età di 5 anni, quando ho iniziato questo meraviglioso sport, e posso dire che questa passione me l’ha trasmessa mio nonno: con lui passavo giornate a guardare tutti i tipi di partite. Questo sport rappresenta la mia più grande passione”.

Nell’ultima stagione nel Campionato Primavera ha collezionato 10 gol e 3 assist in 28 partite e nello scorso giugno ha anche segnato la rete dell’Italia al Campionato Europeo U19.

Un gol per niente banale che rivela qualità. La stessa di cui si è accorto Paolo Zanetti che, alla luce della situazione di Bajrami, al centro di voci di mercato, non ha avuto paura a lanciarlo dall’inizio domenica scorsa, contro il Lecce. Oggi, tre giorni dopo, la conferma dal primo minuto. Sono bastati 26 minuti al numero 35 per segnare il suo nome nel tabellino.

Tommaso Baldanzi, un classe 2003 in ascesa.

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