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I top e flop del weekend

Puntuale appuntamento del lunedì. Raccolta dei protagonisti e degli appuntamenti mancati nella due giorni di calcio. In Italia e non solo. Ecco la top e flop del weekend.

I TOP

FATAL VERONA

Di salvabile, di rossonero, la gara di mercoledì e i soli primi 35 minuti. Perché per quella prima mezzora tanto si era visto di quanto era mancato con Montella. Movimento e tante sacrosante verticalizzazioni. Addio allo stucchevole gioco orizzontale dell’aereoplanino, benvenuto al più pragmatico gioco meno spettacolare di Gattuso. Tante anche le occasioni gravemente fallite (due con Suso). Troppo poco comunque per sperare di uscire indenni dalla fatal Verona. Ormai il fatto è risaputo, l’antica paura che i rossoneri incutevano non è più abitante degli spogliatoi altrui. La gara dei gialloblù è stata ottimo mix di foga, grinta, voglia di vincere più forte di quella degli altri 11 e, sorprendentemente, anche qualche virtuosismo tecnico inaspettato. Il tabellino non lascia ne “se” ne “ma” ai rossoneri, solo ampie e fondate speranze per Pecchia e i suoi verso una salvezza non così improbabile come si prospettava a inizio stagione. Un po’ di fortuna poi certo non è mancata al Bentegodi. Fato cieco e spietato verso i più “forti” ma benevolo verso gli audaci veronesi che la fortuna forse se la sono cercata. Quello che si era prospettato come un pranzo domenicale da incubo si è capovolto 90esimo in un sogno realizzato. Perché se al 32esimo i forfait di Valoti prima e Cerci poi sembrano prospettare ennesima debacle, sono proprio quei due forfait a risolvere la questione e capovolgere le attese. Perché proprio Kean e Bessa si scatenano spietati sui rossoneri. Allora si, audaces fortuna iuvat.

NIENTE DA DIRE

Heats off!
Trovare nuove parole che disegnino sentimenti diversi dall’inconsapevole continua sorpresa, l’ammirazione e la venerazione per il City di Guardiola, per Guardiola stesso, è praticamente impossibile anche per chi di parole nutre queste righe. La totale superiorità territoriale e tecnica manifestata in ognuna delle 17 partite viste fin qui è quasi imbarazzante. Il pareggio alla seconda giornata contro il primo stagionale clamorosamente fallimentare Everton di Rooney era solo step in preparazione di rodaggi perfetti. Undici e più ingranaggi incastrati perfettamente, una macchina apparentemente perfetta e spaventosamente quasi priva di difetti che solo il tempo – forse – saprà scoprire e un ingegnere capace di assemblarla con pazienza e accuratezza. Questo è il vero City di Guardiola. L’allenatore giusto, perfetto, al posto giusto nella squadra perfetta per lui, nel campionato, forse, davvero adatto adatto a lui. Dopo aver conquistato Spagna e Germania ora l’Inghilterra è la nuova meta di possesso. Anche il Tottenham piegato. Stregato da un superlativo De Bruyne, pura e geniale invenzione del maestro spagnolo. Per questo City, davvero, non sembrano esserci più parole. Se non continua sorpresa. Ammirazione. Venerazione.

CAMPEONES…OTRA VEZ

Un biennio colorato blanco. Un biennio che sul piano internazionale ha convogliato i trofei verso un’unica direzione. Verso Madrid. Da San Siro nel Giugno 2016 al 16 dicembre 2017. Due stagioni senza rivali apparentemente. Due stagioni targate Zinedine Zidane. Insediato nel gennaio del 2016 capace di diventare campione d’Europa pochi mesi dopo alla prima vera esperienza da allenatore. Appunti presi tra Ancelotti e Benitez, una conoscenza calcistica che ne ha fatto uno dei giocatori più forti di tutti i tempi tutto mescolato nel mix di superiorità dell’ultimo biennio. Tutto concluso con il Mondiale per Club, il secondo consecutivo, alzato in faccia al Gremio.
Lo strapotere blanco si è catalizzato nel quinto pallone d’oro consegnato a Cristiano Ronaldo qualche settimana fa. Ma il vero artefice del successo madridista è probabilmente colui che siede in panchina la domenica. Lo confessano i trofei da lui alzati. Certo la squadra da sola è una delle più forti come organico, ma vicende italiane spiegano meglio di qualsiasi teoria che non bastano i nomi per vincere le partite. Una Liga, una supercoppa Spagnola, 2 Champions League, 2 Suercoppe Europee, 2 Mondiali per Club. 8 trofei in due anni. Con annessi tutti i premi individuali accodati tra cui l’Allenatore dell’anno IFFHS, il premio ONZE (miglior allenatore europeo dell’anno) eccetera eccetera. Un’altra volta campioni. Negli ultimi due anni di tutti, o quasi, i trofei che potessero alzare. Zinedine Zidane campione. Ora vez.

I FLOP

CADUTA DALLA SCALA DEL CALCIO

Non una settimana idilliaca per le sorelle milanesi. Più nerazzurre che rossonere le difficoltà in termini di meri risultati. Perché la Coppa Italia ha visto un Milan passeggiare sopra l’Hellas Verona. Tutt’altro che rigenerante la passeggiata dell’Inter entro il Pordenone. 120 minuti non sono bastati per sostenere l’indubbia superiorità contro però l’eroica squadra friulana militante in Lega Pro. Fatto sta che il 27 dicembre, comunque, San Siro si riempirà per il secondo derby stagionale fin qui. Insolito appuntamento del 27 dicembre con un clima particolare e fanciullesche natalizie figure al quale appellarsi per posticipati regali. Piuttosto il weekend di Serie A ha riservato carbone per le due sorelle. La sconfitta tanto acclamata dai proverbiali gufi ha colpito Spalletti. Esaltazione totale per l’opera di Oddo alla terza vittoria consecutiva e antidoto per l’avvelenato Udinese. Debacle inaspettata ma che l’antipasto del mercoledì aveva presagito e fatto temere in casa nerazzurra. In un solo colpo perse la prima e la seconda posizione. Nessun allarmismo comunque. Allarmi ormai assordanti invece in casa rossonera. La vendetta veronese è arrivata spietata e senza appello. I primi trenta minuti milanisti avevano illuso (gol escluso) di ritrovata fiducia e pericolosità. Caracciolo, Kean e Bessa hanno smontato false speranze facendo crollare il Milan in un baratro profondo e oscuro. Un labirinto dal quale non sembra esserci uscita e che l’esonero di Montella ha solo reso più fitto. Aspettative e chili programmi sull’immediato futuro sembrano, purtroppo, non esserci.

DISCORSI DA VAR

Tecnologia non è sempre sinonimo di perfezione. Di certo quello che ha offerto la VAR fin qui le si avvicina ma con grandi macchie difficili da pulire. È indubbio che tanto sia stato risolto e che non esistano più avulse classifiche con la pesante variabile dell’errore arbitrale. Ma come detto Tecnologia non coincide necessariamente con perfezione. E la 17esima giornata ha catalizzato in sé tutte le lacune che ancora la VAR in se convoglia e il concetto di interpretazione che, ancora, latita fra i campi della Serie A.
Iniziamo da sabato sera. Un sabato romano con rincorsa culminata al 94esimo in una partita tutt’altro che facile. Il minuto, il 94, il protagonista, Fazio, e l’episodio dubbio. Il gol assegnato, l’insolita pausa di sgomento e incertezza che avvolge il campo e il gesto che ormai non lascia tranquillo nessuno dei 22 in campo. Passare da un sospetto rigore all’espulsione per l’attaccante in questione è un attimo. Chiedete a Immobile. Tutto può ormai essere. Dicevamo, il gol, la verifica e la conferma. Nessun potere arbitrale delegittimato – accusa fra gli scettici all’innovazione – ma la perfezione e indiscutibilità del mezzo lascia qualche spiraglio di scetticismo visto che di fatto, Fazio, si aiuta col braccio prima di spingere la palla in rete.
Secondo episodio in un veneto pranzo domenicale. Il gesto in questione è lo schiaffo di Borini. Nessuna protesta apparentemente per un frame passato ai più inosservato. Ma non ai temuti e “inesistenti” soggetti rinchiusi nell’angusto stanzino a vagliare ogni comportamento nel rettangolo di gioco. Lì allora il momento di paura. La corsa dell’arbitro verso lo schermo a bordo campo e l’epilogo. Ammonizione per Borini. Si crea così il precedente. Perché da regolamento, in caso di consultazione VAR, in discussione entrerebbe solo e soltanto il provvedimento disciplinare più pesante, il cartellino rosso. Sia in caso di gesto andato a segno che, sembrerebbe in questo caso, di semplice tentativo.
Il colore del cartellino, da meccanica applicazione del regolamento, sarebbe dovuto essere un altro per l’11 rossonero. Seconda lacuna, dunque, per l’imperfetta perfezione.
Non c’e due senza tre. Perché qualche ora più tardi a Genova non viene concesso un rigore clamoroso al Sassuolo dopo la respinta della prima parata di Viviano al rigore di Politano.
La vera e propria parata di Torreira sul cross basso è clamorosa. A stupire, oltre che la svista dell’arbitro in campo, è la totale assenza di aiuto che il VAR abbia, o meglio non abbia, dato. L’episodio è talmente lampante e inequivocabile che rimane inspiegabile e sorprendente il mancato intervento della nuova tecnologia. Rigore ed espulsione sarebbero stati sacrosanti. L’arbitro non vede e il VAR Tagliavento non interviene su un clear mistake, principio di promozione del VAR.

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