Se vi capita di affacciarvi da un balcone che dà sul golfo di Trieste, assicuratevi di coprirvi a sufficienza; si tratta di una raccomandazione principalmente legata al clima invernale, ma talvolta soffia anche d’estate, compromettendo improvvisamente giornate da gita fuori porta: è la bora, abitante di questa variopinta città dall’alba dei tempi.

Ha visto nascere poeti, soggiornare autori da ogni parte del globo e modificare la cultura e le tradizioni di un centro abitato soggiogato al potere dei più, nel corso della storia. Nel contempo, però, ha visto palleggiare sia sull’erba che sul parquet, con sfere rispettivamente a rombi ed a spicchi: Trieste è connubio di due culture, dinamicamente espresse dal calcio e dal basket.

È la storia di una comunità strattonata dalle due sfere d’influenza per antonomasia: ad Est, con i conseguenti risvolti calcistici, e ad Ovest, con quelli cestistici. Il perché è presto spiegato, basta seguire il percorso del pallone: ecco Trieste, la città dove un canestro è il perfetto completamento di un goal.

Truppe italiane a Trieste

Fonte: profilo Twitter @Corriere

A MASSACRO FINITO

Tutto nasce da quel 3 novembre 1918: Trieste è libera ed italiana, con la prima guerra mondiale alle spalle. Il problema, però, era sorto a combattimenti in corso: più volte, infatti, la città fu bombardata da milizie simboleggiate dal tricolore, andando a creare simpatie in determinati strati della popolazione per le truppe slave. Anche a guerra finita, come prevedibile, Trieste non è coesa.

In quel clima di inquietudine post-bellica, nasce la compagine calcistica cittadina: è l’Unione Sportiva Triestina, venutasi a creare dalla fusione tra il Ponziana (che ritroveremo tra poche righe) ed il Foot-Ball Club Trieste. Tutto sembra filare liscio, fino ad un’inaspettata decisione del regime fascista nel 1928: la Ponziana, che si era venuta a ricreare separandosi da un ramo della Triestina, è costretta ad unirsi all’Edera, compagine d’ispirazione repubblicana. Il motivo? Semplice: eliminare le associazioni sportive contrarie alle volontà di Mussolini. La fusione avviene, ma la Ponziana rinascerà per una seconda volta: sono gli anni del secondo conflitto mondiale, con Trieste tutt’altro che in una botte di ferro.

Bandiera cittadina

Fonte: profilo Twitter @TriesteLibera

La nuova Ponziana, ribellatasi alla volontà di Mussolini, partecipa al campionato calcistico d’Alta Italia, per ovvi motivi; le qualità tecniche, però, sono misere. Il risultato è un ultimo posto in classifica ed una montagna di soldi che arrivano dall’influenza jugoslava, direttamente dalle tasche del maresciallo Tito. Le conseguenze hanno dell’incredibile: nasce l’Amatori Ponziana, che svia la burocrazia italiana per iscriversi al campionato jugoslavo.

Al comunale Giuseppe Grezar di Trieste, dunque, si assiste ad un vero e proprio doppio campionato: un weekend scendono in campo i giocatori della Triestina per la competizione italiana, mentre quello successivo è caratterizzato da una sfida della Prva Liga, con l’Amatori Ponziana in campo. È una Trieste politicamente spartita a metà, con le volontà dei due popoli che si esprimono su un unico terreno da gioco; ancora, però, deve entrare la terza componente.

L’ARRIVO DEGLI AMERICANI

Tra i due litiganti, il detto tende a privilegiare l’ingresso di un terzo contendente; la storia viene incontro alla proverbistica, perché Trieste ne è la testimonianza concreta. Dopo la liberazione della città da parte degli jugoslavi, gli Alleati si assicurarono che Stalin non fosse disposto a sostenere la campagna militare di Tito: inizia il periodo d’occupazione americana della città.

La Trieste che aveva sempre vissuto di calcio, si rese repentinamente conto dell’esistenza di un campo più piccolo in cui poter giocare; la palla era diversa, a spicchi e più pesante, così come il campo, notevolmente più ristretto e privo di un manto erboso: fu da subito un colpo di fulmine con quello sport, così popolarmente diffuso dalle truppe americane stanziatesi in città.

Così, si passava da un insegnamento sulla regola dei passi (che, diciamoci la verità, non viene rispettata alla grande in NBA) all’incitamento sul campo da calcio della squadra di Nereo Rocco, che nel ’46/’47 era riuscita nell’impresa di un secondo posto, dietro al leggendario Grande Torino.

MJ E NON SOLO

Gli strascichi di un bagno nella cultura sportiva a stelle e strisce si vedono nell’estate 1985. Un giovane di nome Michael e di cognome Jordan è ospite di una sfida tra Stefanel Trieste e Juve Caserta, per il lancio sul mercato europeo delle nuovissime Air Jordan. Il patto è che giochi un tempo con una divisa e l’altro cambiando colori e schieramento, ma decise di tenere l’arancionera triestina per tutta la durata della partita. Niente d’importante da sottolineare, se non per una prestazione da alieno ed un vetro in frantumi, l’unico in tutta la sua carriera.

Quella Stefanel, però, non fu solo “la squadra per cui giocò una volta MJ”. Quel gruppo fu molto di più, soprattutto sotto la guida di un serbo, Bogdan Tanjevic; curioso il destino, eh? Capace di creare una leggenda partendo da due elementi in contraddizione: uno jugoslavo che rende onore allo sport statunitense per etimologia. Fu alchimia all’ennesima potenza, tra la città e quel curioso personaggio che la porterà sulle prime pagine delle riviste specializzate: Trieste è LA città del basket negli anni ’90.

Bodiroga, Gentile, Fucka: è il trio delle meraviglie, coloro che riusciranno a trionfare a Milano dopo l’addio di patron Stefanel. Trieste perde i suoi campioni, ma la passione per la palla a spicchi rimane.

Trieste è Umberto Saba, Italo Svevo e la seconda casa di James Joyce. Trieste è vento glaciale e sole rasserenante allo stesso tempo. Trieste è calcio, ma è anche basket: quando guardate il tramonto sul golfo, non stupitevi se una sfera di fuoco finisce dentro alla rete. Che sia un goal o un canestro, beh, non importa più di tanto.

Fonte immagine in evidenza: profilo IG @comuneditrieste