Ultras è il primo film di Francesco Lettieri, regista napoletano classe ’85, diventato ormai famoso per aver prodotto i videoclip di Liberato, ma anche di Calcutta, Noyz Narcos, Carl Brave e Franco 126, Motta e tanti altri. Il suo esordio cinematografico – anche se poi Ultras al cinema non ci è andato a causa delle restrizioni imposte per la diffusione del Coronavirus – era dunque molto atteso e, infatti, è il film più visto su Netflix in Italia nel mese di marzo, nonostante sia uscito da appena una settimana. 

Le alte aspettative del pubblico sono state in parte soddisfatte e in parte no, in un film che alterna l’umanità di un vecchio capo ultras a un racconto banalizzante del mondo delle curve, il tutto costruito però da una regia che si fa apprezzare. Ultras di Francesco Lettieri è un film sicuramente ben fatto, ma che porta con sé una buona dose di delusione per chi si aspettava di approfondire un mondo spesso strumentalizzato e mai compreso fino in fondo dal grande pubblico. 

UN ROMANZO DI FORMAZIONE: L’UMANITÀ DI ULTRAS

Le quasi due ore di proiezione si costruiscono intorno a una trama piuttosto piatta, che non brilla sicuramente per i colpi di scena. Sandro ‘O Mohicano, interpretato magistralmente da Aniello Arena, è lo storico capo ultras degli Apache, ormai non può più andare allo stadio a causa del DASPO e, alla soglia dei cinquant’anni, si rende conto di volersi liberare del suo passato e abbracciare una nuova vita. Si innamora di Terry, Antonia Truppo, ma è costretto più volte a trascurarla perché nel frattempo nella curva del Napoli ‘O Pechegno (Simone Borrelli) e il Gabbiano (Daniele Vicorito) hanno formato un nuovo gruppo ultras con l’obiettivo di spodestare i vecchi Apache. Nel mezzo di questa lotta, che coinvolge anche due modi di intendere il tifo – quello più violento e ribelle dei giovani, quello ormai distaccato e rassegnato degli anziani – si svolge la vicenda di Angelo (Ciro Nacca), adolescente alle prese con le prime esperienze nel mondo della curva e fratello di un tifoso morto durante alcuni scontri. Senza padre e in perenne contrasto con la madre, ricerca la figura genitoriale proprio nel Mohicano, che prova a proteggerlo probabilmente a causa di una responsabilità nei confronti della morte del fratello. A questo proposito, dopo l’uscita della pellicola sono sorte alcune polemiche in quanto durante tutto il film sembra aleggiare la figura di Ciro Esposito, tifoso del Napoli ucciso durante gli scontri a Roma del maggio 2014 prima della finale di Coppa Italia. Il regista ha spiegato che in realtà la figura del fratello di Angelo rappresenta tutti quei tifosi rimasti uccisi negli scontri con altri gruppi o con la polizia, tutti quei caduti che sono ricordati da ogni curva in Italia. 

Mentre il racconto scorre, emerge con forza il tema principale della narrazione: il contrasto tra generazioni, un percorso ciclico che si ripete costantemente e che vede gli uomini protagonisti ricadere sempre negli stessi errori. È proprio il Mohicano, in una delle scene di maggior carica emotiva del film, a ricordare a Barabba che anche loro, quando erano giovani, agivano come Pechegno e il Gabbiano, andavano in trasferta per scontrarsi con gli altri gruppi e con la polizia, non rispettavano i divieti imposti dai prefetti. Questo contrasto è espresso in modo chiaro, oltre che dalla trama, anche dall’abbigliamento dei personaggi e dalla colonna sonora. Firmata Liberato, alterna brani inediti a classici della musica napoletana, ed è probabilmente il vero punto di forza del film, in quanto riesce nell’intento di contribuire alla narrazione. Emblematica a questo proposito la scena in cui gli Apache mangiano sugli scogli del pesce appena pescato e cantano Caruso di Lucio Dalla, improvvisamente interrotta dal suono di Tu t’e scurdat ‘e me di Liberato che accompagna i baci dei ragazzini sugli scooter. 

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LIBERATO CANTA ANCORA 💙🌹⛓ P.S. UAGLIÙ, JE NUN PARL’ MAJE, VUJE ‘O SAPÌT’. ME STONG SEMP’ ZITT ZITT, POST E BAST’ STAMM’ TUTT’ QUANT’ PASSANN’ ‘NU MUMENT ‘E MÈRD’ ’NZRRÀT CADDÌNT, ARTÉTECA P’ ‘NA JURNÀTA SANA. ’O VER’ STONG ASCÈNN PAZZ’, ‘O VER NUN SACCIO CCHIÙ C’AGGIA FÀ PERÒ UNA COSA ‘A SACCIO NAPULE NUN MORE MAJE STATEVE A CAS, MMOKKAKKIVESTRAMUÒRT’, MA VE PAR’ CA VE L’ADDA RICERE ‘NU SCEM’ CU ’NA BANDANA NFACC’ INT’A TUTT STU CAZZ E BURDELL FRATM FRANCESCO “TEMPISMO” LETTIERI HA FATT’ ASCÌ ‘O PRIMM’ FILM SUOJE (UÀ CHE CIORTA FRATÈ) E JE AGG’ FATT’ ‘E MUSECHE VERÌTAVÌLL CCÀ: https://www.netflix.com/ultras ER’ MEGLIO SI ‘O FFACÉVAN ‘O CIMENA MA SI NÒNN’M TENEV 3 PALLE ETC ETC MO’ NUJE CHÉST’ PUTIMM’ FA (CHÉST + SHOW SOME LOVE AI TEAM MEDICI E A CHI SE STA FACENN NU MAZZ’ TANT’ INT'ESPITÀL’) VE VOGLIO BENE ASSAJE 🌹❤🌹 BUONA VISIONE P.P.S. FATICÀ ‘NGOPP’ A STU FILM È STAT’ N’ONORE STU FILM È ‘NA LETTERA D’AMMORE P.P.P.S. FORZA NAPOLI SEMPRE

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Ma il contrasto generazionale emerge anche nell’umanità di Sandro ‘O Mohicano, nella battaglia tra la sua volontà di cambiare vita, i suoi doveri nei confronti del gruppo degli Apache e il senso di responsabilità rivolto ad Angelo.

Questo dissidio interiore non è altro che la rappresentazione del romanzo di formazione che si svolge in questo racconto. ‘O Mohicano è alla fine del percorso, Angelo solo all’inizio, Pechegno sta nel mezzo: tutti e tre, però, rappresentano un’unica storia, quella dell’uomo, in questo caso calata nel contesto del tifo partenopeo. E nelle azioni del protagonista si scorge tutta l’umanità di Ultras: la dolcezza dell’amore e della giovinezza, la violenza dell’età adulta, il pentimento e la rassegnazione della maturità. La giornata felice di Ischia, accompagnata da E so cuntento ‘e sta’ di Pino Daniele, non è altro che una consapevolezza raggiunta, una serenità malinconica e non priva di rimpianti, l’ultimo baleno di felicità prima dell’inevitabile, e definitiva, resa dei conti. 

ultras

Uno scatto tratto da una delle scene della giornata ad Ischia passata da Sandro e Terry. Fonte immagine: Profilo Instagram @netflixit.

La trama, come detto, non brilla per i colpi di scena, ma Lettieri è riuscito a costruire un film piacevole grazie ad un’apprezzabile regia. In alcuni punti il regista sembra ricordare i videoclip (ad esempio durante Voce ‘e notte cantata in strada), in altri utilizza espedienti azzeccati (la scansione del tempo tramite le firme in questura), in altri ancora riesce a trasmettere emozioni (le scene di intimità tra Sandro e Terry). Il tutto accompagnato da una meravigliosa fotografia, che riesce a rendere giustizia alla bellezza di Napoli, ma anche da una scelta poco fantasiosa della scenografia, con il baretto, la palestra, il porticciolo e poco altro a costruire l’immaginario dei luoghi frequentati dagli ultras. Su questo, si poteva fare senza dubbio di più.

LO STADIO RIMANE SULLO SFONDO

Anche perché la scarsa attenzione per la scenografia dimostra anche che l’universo degli ultras in questo film è poco più di una cornice. Le aspettative non sono state soddisfatte per quanto riguarda il racconto di questo mondo, che funge più da ambientazione che da reale protagonista. In primo luogo un elemento su tutti: manca lo stadio, che appare solo in alcune scene iniziali. È apprezzabile infatti la scelta di non mostrare scene delle partite, sia per esigenze cinematografiche, in quanto sarebbero risultate poco verosimili e avrebbero finito per togliere drammaticità al racconto, sia per attinenza con la realtà: gli ultras, la partita, di solito non la guardano. Nonostante questo manca comunque la partecipazione alla gara, il momento in cui gli ultras sostengono la squadra, espongono striscioni e coreografie; il momento clou, il rito attraverso il quale lo spirito di una tifoseria si esprime, con le sue dinamiche, le sue gerarchie, i suoi sentimenti. Tutto questo manca, insieme con le riunioni (solo accennate dal Mohicano nel suo discorso al gruppo), la preparazione della gara, i viaggi in trasferta, i rapporti (spesso collusi) con le società, le iniziative dei gruppi. Nonostante l’approccio del film non sia documentaristico, anche con la finzione si può raccontare un mondo senza necessariamente scadere negli stereotipi. 

Ultras

Un ritratto dei protagonisti di Ultras. Fonte immagine: Profilo Instagram @netflixit

In tutto il film c’è invece solo una scena che permette allo spettatore di entrare davvero a contatto con la vita degli ultras, quella in cui ‘O Mohicano racconta ad Angelo di quando i tifosi atalantini li hanno invitati a Bergamo a partecipare alla loro festa. In quel monologo Sandro riesce a trasmettere il suo senso di appartenenza a questo mondo, a trasmettere un’idea di normalità che va oltre ai cori, agli striscioni e alla violenza. 

Violenza, sia fisica sia verbale, che ricorre per tutto il film, ma che anche in questo caso appare artefatta, non approfondita nella sua complessità. No, Ultras non è il Gomorra del calcio come qualcuno ha scritto, ma di certo non racconta allo spettatore qualcosa in più di quello che già sa, e non gli permette di andare oltre quell’opinione bigotta e semplicistica ben sedimentata nella sua coscienza che si fa viva ogni volta che si parla del tifo da curva.

 

Immagine in evidenza: locandina ufficiale del film Ultras.