A 39 anni si possono fare molte cose nella vita.

Si può essere all’apice della carriera in tanti settori, grazie ad opportunità colte al volo, frutto dell’esperienza maturata e delle competenze riposte gradualmente nel bagaglio personale. Le persone comuni mostrano sempre un po’ di timore nell’affermare il passaggio dagli -enta agli -anta, forse ridacchiando un po’ nel tentativo di cercare approvazione sui volti degli altri presenti.

Ecco, questa è una premessa valida per i comuni mortali, non di certo per un agglomerato di talento, strapotere fisico e mentalità vincente.

Non di certo per Zlatan Ibrahimović.

Ibrahimović e Theo Hernandez (fonte: radioradio.it)

RITORNO DA LEADER

Il ritorno di Ibra a Milano non è stato accolto subito di buon grado da parte di tifosi e addetti ai lavori. Certo, si tratta di un’affermazione da contestualizzare, per non attribuirle una connotazione alquanto banale.

Vi erano diversi dubbi a proposito dell’età e delle condizioni fisiche, perché una struttura come quella di cui Ibrahimović dispone è una vera rarità, ma bisogna considerare l’infortunio rimediato con la maglia dei Red Devils. Quando un giocatore non è solito infortunarsi, si teme sempre che al primo vero infortunio la musica possa cambiare drasticamente. Il rischio c’è stato e Ibra non lo ha mai nascosto, nemmeno nell’intervista post Milan-Verona.

“Dopo l’infortunio mi sento come un bimbo, sono contento di giocare, era possibile che non potessi più farcela.”

È un passaggio da non sottovalutare.

La forma fisica che Zlatan sta mostrando settimana dopo settimana è qualcosa di veramente unico, senza considerare il fatto che le statistiche parlano molto chiaro. 5 presenze in campionato e 8 reti messe a segno, con due turni di stop a causa del COVID-19, e una rete realizzata nei preliminari di Europa League, contro lo Shamrock Rovers. Ibrahimović ha preso il Milan, il suo Milan, per mano portandolo ad un livello superiore. Ha compreso in pochissimo tempo che si trovava nella condizione ideale per ricoprire quel ruolo di leader che, dati alla mano, non era mai riuscito a cucirsi addosso. Compagni dalla carta d’identità e dalle doti tecniche a dir poco intriganti, un allenatore che non ambiva ad imporgli regole ferree ed etichette particolari e un progetto – termine di cui si abusa spesso e volentieri – da modellare strada facendo. Dopo il lockdown in primavera, il Milan si è dimostrata la squadra con la forma migliore e dotata di un grado di fiducia che a Milanello non si vedeva, forse, dalla precedente esperienza dello stesso Ibra in maglia rossonera.

Ha cambiato tutto, senza stravolgere nulla, perché ha preso ciò che il contesto gli ha fornito e lo ha valorizzato, mettendoci gioco e faccia, in pieno stile Ibrahimović.

ZLATAN, SEI TU?

Dall’ammissione di colpa in occasione del rigore sbagliato, alla lettura lucida del suo atteggiamento in campo.

Dopo il match di San Siro contro l’Hellas Verona, l’analisi di Ibra ai microfoni ha lasciato un po’ tutti a bocca aperta, mettendo in risalto una serie di aspetti che spesso e volentieri passano in secondo piano. È difficile attribuirgli il valore dell’umiltà, anche se risulterebbe folle non definire umile un giocatore con le sue origini e che ha raggiunto traguardi di grande rilevanza attraverso il sudore e tanto sacrificio. Madre Natura è stata molto generosa con Zlatan, ma ciò che si è costruito anno dopo anno, stagione dopo stagione, non possono non collocarlo tra i più grandi giocatori di tutti i tempi. Ed ecco il collegamento con la questione Pallone d’Oro, una tematica che sembra non disturbarlo eccessivamente e che non risulta, secondo lui, una discriminante con lo scopo di farlo sentire più forte.

La rete del 2-2 contro l’Hellas Verona
(fonte: Spada/LaPresse)

“Ce l’avevo con me stesso, quando la fatica entra in testa non sei al 100%. Giochiamo tante partite in poco tempo, meno male che arriva questa sosta. Anche oggi mi mancava lucidità e cattiveria davanti alla porta, oggi non c’ero.”

Essere esigente sempre. Con sé stesso, con i compagni, con l’ambiente circostante. Zlatan è sempre stato così e dopo le partite contro Lille e Verona si è fermato a dare un giudizio sulla lucidità e sulla stanchezza. Qualcosa di nuovo? Forse sì. È sembrato contento e rinfrancato per la sosta dedicata agli impegni con le nazionali, in cui ha punzecchiato la federazione svedese, con tanto di risposta stizzita del presidente Nilsson, ma pur sempre manifestando una necessità sia personale che a livello di squadra.

Non vuole che i compagni perdano la fiducia ed esige che l’obiettivo sia quello di vincere ogni singola partita. E sì che se non considerassimo il rendimento del Milan negli ultimi mesi, penseremmo ad un Ibra che parla di fantascienza.

GOD, SUPREMACY, HUMAN

Si è detto tutto a proposito di Ibra, eppure sembra sempre che sia ancora molto da dire.

Il prossimo autunno, in Italia arriverà “I am Zlatan”, il film che racconta i primi anni di carriera di un giovane Ibra, ispirato alla biografia scritta da David Lagercrantz e dallo stesso Ibrahimović. Un personaggio e un giocatore unico, di quelli che “ne nasce uno ogni cinquant’anni”.

A fronte di tanta grandezza, deve essere però abbinata quella componente umana che è sempre sembrata un po’ nascosta, messa in un angolo per far sì che potessero prevalere altre caratteristiche. È una sensazione strana quella che Ibra ha lasciato a tutti coloro i quali si trovavano davanti allo schermo durante l’ormai chiacchierata intervista post Verona. La pausa gli servirà per riacquistare quella lucidità che probabilmente gli ha impedito di essere decisivo anche dagli undici metri, da quel dischetto dal quale Zlatan ha sempre voluto sfidare il portiere avversario. Non ha guardato Silvestri, è stato provocato e ha calciato alle stelle, ma non ne fa un dramma. Ha sbagliato complessivamente 3 rigori che avrebbero facilitato le cose ai suoi, se realizzati, qualcosa che stride se pensiamo alla sua carriera.

Pioli, Ibra e Donnarumma
(fonte: Getty Images)

Certo, non sta scritto da nessuna parte che il prossimo penalty verrà affidato al destro di Kessié, ma la sua intenzione è proprio quella, stando alle sue parole, ovvero di responsabilizzare sempre di più i compagni di squadra. D’altronde, l’ultima volta in cui ha assunto un atteggiamento di questo tipo è arrivato lo scudetto e di anni ne sono passati parecchi, ma nessuno si dimentica la stagione di Antonio Nocerino, per citarne uno, in cui arrivò la doppia cifra in termini realizzativi.

A Ibra piace così. Non gli pesa accostare la sua figura a quella di una divinità in campo, non gli pesa prendersi le critiche, purché intorno a lui il sistema funzioni. E questo Milan, con un 39enne che ha raggiunto questa maturità e un Normal One in panchina, può fare davvero grandi cose.

Parola di Zlatan.