Dove trovarci

Un naufragio lungo un decennio

Non si è visto un brutto Milan contro il Torino, bruttissimo invece contro la Fiorentina. Forse il miglior Milan della stagione per sessanta minuti contro i granata per poi far tornare i fantasmi che da anni attanagliano Milanello. Mancanza di personalità, terrore di essere giocatori all’altezza della maglia rossonera e una falta – come si direbbe in spagnolo – di qualità che porta ad errori personali e collettivi. Gli episodi dei vari match, dalle parate dei portieri avversari ai presunti errori arbitrali, fanno il paio con la difficoltà mostrata in fase di gestione e confusione da parte del reparto offensivo del Milan, in una squadra che ha necessità di rendersi conto che così non va più bene. 

MOVIOLA 

Recriminazioni inesistenti? Niente di tutto questo: seppur possibile come motivazione da addurre ai mancati risultati il tempo da dare a squadra e ad allenatore per assimilare i concetti e le caratteristiche di ognuno, questa stagione del Milan – l’ennesima iniziata sotto auspici non esattamente idilliaci – riassume in breve ciò che i rossoneri hanno dentro di se: un atavico rifiuto psicologico nel capire chi si è e cosa sinceramente vada fatto per essere considerati idonei per i fasti di una squadra gloriosa in Europa e nel mondo. 

Fonte immagine: IG @Milan

Ai rossoneri manca, da tempo immemore oramai, una guida tecnica carismatica che sappia esattamente ciò che vuole da ogni giocatore a sua disposizione. Senza scadere nel banale, ciò che sta facendo Antonio Conte nell’Inter dopo anni di incertezze è la rappresentazione olio su tela di quanto servirebbe al Milan. Lungi da gettare ombre sull’operato tecnico di Giampaolo, encomiabile nel continuare a cercare di dare un gioco a giocatori che faticano a crearlo, la lacuna caratteriale è palese da anni tra gli inquilini della panchina rossonera. E tutto questo risiede in un mero fatto di esperienza: dopo Allegri, che fu cacciato dopo aver vinto uno scudetto a distanza di sette anni e una stagione successiva chiusa al secondo posto, nessuno dei pretendenti al cuore dei tifosi rossoneri aveva il pedigree per gestire un blasone come quello del diavolo. 

Filippo Inzaghi, Clarence Seedrof, Christian Brocchi, Sinisa Mihajlovic, Vincenzo Montella e Gennaro Gattuso: tutti, per un motivo o per un altro, inadeguati al momento storico e politico del Milan. Nel naufragio dell’avventura Berlusconiana durata un trentennio, i tecnici hanno visto passare meteore e acquisti discutibili davanti ai propri occhi mantenendo tra le mani un potenziale tecnico sempre inferiore. 

VALORI 

Non è esagerato dire che il valore della rosa, dalla partenza di Ibrahimovic e Thiago Silva in direzione Parigi, si sia vertiginosamente abbassato per poi risalire – solo a livello economico – grazie agli investimenti delle nuove società. Ecco, la questione che cerchiamo di evidenziare, per far capire che dalle parti di Milanello il problema non sono né i moduli né la posizione di Suso (per dirne uno dei tanti), è proprio questo: dall’ultima volta in Champions League, il differenziale di esperienza tra chi ha vestito la maglia rossonera dei tempi che furono e coloro che sono giunti come alternative di livello diverso ad essi è aumentato esponenzialmente. 

Fonte immagine: IG @Milan

L’ultima volta in Champions League il calendario segnava 2014 e l’avversario era quell’Atletico Madrid che avrebbe poi raggiunto la fatidica finale persa con il Real Madrid della “Decima”. Un’avventura, quella europea, propiziata dalle giocate di Taarabt, mai così ispirato in tutta la sua carriera, e dal ritorno in pompa magna di Ricardo Kakà, che senza bisogno di presentazioni è per il Milan tutto ciò che si possa desiderare per non soffrire di saudade da risultati. Da allora, un ottavo e un decimo posto in campionato, peggiori piazzamenti dall’inizio del nuovo millennio, due sesti posti, un settimo posto e un quinto posto, della scorsa stagione, affiancato a un fallimento totale nella campagna di Europa League, con l’uscita ai gironi a vantaggio dell’Olympiacos di Atene. 

NUMERI

I numeri, che dalla vittoria dello scudetto parlano di un declino vertiginoso del numero dei goal segnati e di un aumento esponenziale di quelli subiti partendo dagli 82 segnati nell’anno del tricolore ad arrivare alla misera cifra di 55 dell’ultima stagione e partendo dalla incredibile cifra di 24 incassati nell’anno dello scudetto arrivando ai 50 del 2014/15 quando i rossoneri finirono decimi per poi registrare un’inversione di tendenza fino ai 36 dell’ultima stagione, sono la chiara diapositiva del declino tecnico che il Milan sta attraversando negli ultimi dieci anni. 

Un decennio di discesa verticale che, se da una parte è dovuto a incertezze societarie che hanno portato giocatori non sempre all’altezza delle aspettative, dall’altra è dovuto alla mancanza di polso e personalità di guide tecniche alla loro prima esperienza (si vedano Inzaghi, Seedorf e Brocchi), adibiti a gestire piazze differenti rispetto alla platea di San Siro (Mihajlovic e Montella) o con un’esperienza ancora limitata per gestire una transizione societaria e tecnica come quella in corso negli anni Lee-Elliott (Gattuso). 

Dunque, se i nomi e i risultati numerici dei tecnici non bastano per dimostrare quanto asserito, ecco che ci rivolgiamo ai giocatori: sempre meno quelli che, nel corso degli anni, hanno vestito la maglia del Milan quando ancora vi era un’unità di intenti alla caccia dell’Europa e non un meltin pot di decisioni, crisi, problemi a cui Boban e Maldini stanno cercando di dare un ordine con molta difficoltà.

DA KAKÁ A SUSO 

Si, partiamo proprio da questo accostamento da cuore sanguinolento: Kakà e Suso, il trequartista che fu e il trequartista del momento rossonero. Due figure talmente distanti per impatto sulla partita da sembrare quasi banale non accostarle, ma se si vuole capire bene quale sia stato il percorso intrapreso dal Milan e il motivo per cui non sono più moduli e questioni tattiche il problema ma ben altro, ecco che dobbiamo necessariamente metterli uno affianco all’altro. 

Fonte immagine: IG @Kakà

Ricardo Kakà ha giocato nel Milan 307 partite, segnando 104 goal e fornendo 68 assist in un’epoca dove numeri del genere gli permisero di vincere il pallone d’oro. Di queste 304 presenze ben 62 sono state collezionate in Champions League e, se vi aggiungiamo le 24 giocate nella massima competizione europea con il Real Madrid il totale ci dà 86 presenze, 30 goal (in Champions League) e 26 assist. Numeri da marziano per il periodo pre duopolio degli extraterrestri, a cui sommiamo anche la bellezza di 120 presenze con il Real Madrid condite da 29 goal e 39 assist. Non esattamente un fallimento la sua avventura nella capitale iberica no? 

Ecco, dall’altra parte, giusto per sottolineare la diversa strada intrapresa dai rossoneri c’è l’attuale trequarti rossonera: Suso, insieme a Calhanoglu e Paquetà suoi compagni di reparto e concorrenti su quella zolla di terreno, hanno messo insieme 258 presenze (141 Suso, 96 Calhanoglu e 21 Paquetà) 37 goal (23, 13 e 1 nello stesso ordine) e fornito 63 assist (rispettivamente 36, 24, 3). Solo 20 le presenze in Champions League del solo Calhaonglu, quando alla soglia dei vent’anni giocava in Germania con il Leverkusen. In nessuna statistica, anche se presi complessivamente, si avvicinano ai numeri di Kakà in rossonero. 

CICLO FINITO: TEMPO DI RICOMINCIARE?

Detto delle varie attenuanti del caso e ben lontani da immolare i tre ragazzi sull’altare della crisi rossonera, va compreso quanto il problema non stia più nei moduli, nelle posizioni o nelle percentuali di possesso palla, ma che effettivamente il tutto risieda in questa pietra tombale qualitativa che il Milan ha posto sulla propria rosa dalla partenza di Ibra, Thiago Silva, Kakà, Inzaghi e se proseguiamo oltre rischiamo di non fermarci più. Un ciclo che si è chiuso dopo anni gloriosi è corrisposto a un decennio catartico nel quale rivedere i propri conti e riassettare una società che oggi vanta uno dei proprietari più sicuri dal punto di vista finanziario a disposizione ma che, priva dei risultati che la contraddistinguono, fa fatica a riaffermarsi ai livelli che le competono. Il calcio di oggi, più business che passione, vive di regole ferree a livello finanziario ed economico, e la mancata qualificazione alla Champions League taglia le gambe a qualsiasi potenziale investimento: basti pensare all’arrivo della coppia Piatek-Paquetà nello scorso gennaio. Quando Leonardo decise di investire circa 80 milioni sui due talenti individuati per risollevare la squadra, l’Uefa in pochi mesi decise per l’esclusione dall’Europa League dei rossoneri così da punire un comportamento finanziario uscito dai parametri impostati. 

Fonte immagine: IG @Milan

É tempo dunque di ricominciare? Boban e Maldini, questo è condivisibile se si osserva il loro operato, stanno provando a ritrovare una strada da percorrere che sia coerente agli obbiettivi a medio lungo termine per la squadra e che non venga intralciata dalla scure dell’uefa. Un tentativo di ritornare Milan in modo differente rispetto a quanto fatto all’epoca da Berlusconi, in linea però con il mondo calcistico attuale, anche se molto difficile se si parla di risultati immediati. 

BASTA PAROLE

É per questo che, evitando inutili critiche dirette ai protagonisti dell’attuale stagione, si mette in atto un ragionamento che dall’accostamento impossibile e iperbolico Kakà-trequartisti attuali del Milan si espande a macchia d’olio su tutti i reparti, le stagioni, gli allenatori. Dopo Ancelotti, Leonardo ed Allegri il Milan ha arrancato come non accadeva da tempo senza un vero druido della panchina capace di erigersi a barriera nei confronti dei suoi uomini e condottiero nei momenti di tempesta; dopo Kakà, Seedorf e Ibrahimovic (per citarne tre sul numero infinito di campioni) i rossoneri non hanno trovato più una guida tecnica in campo in grado di trascinare i compagni nel momento del bisogno; dopo l’ultima partecipazione alla Champions League, il Milan non è più nemmeno arrivato vicino al livello richiesto per la massima competizione europea, tant’è che nella stagione scorsa, scranno più alto di questa rincorsa, il punto di differenza tra Atalanta e Milan ha rappresentato un abisso in termini di prestazioni, mentalità, bellezza. 

Dunque, anche se analizzare ogni singolo giocatore passato sotto i colori rossoneri negli ultimi cinque anni potrebbe rappresentare un lavoro utile alla crescita del club, le parole vanno fatte tacere. A Milanello i moduli, le posizioni in campo, i rigoristi e quant’altro risulta accessorio a un’anima che manca da tempo e che ci si ostina a non voler prendere in considerazione, o almeno a farlo in parte. Si necessita un cambiamento, ma prima di tutto una presa di coscienza di ciò che manca. Con buona pace di Giampaolo che non è colpevole ma complice, dell’annunciato naufragio rossonero lungo un decennio. 

Fonte immagine copertina: profilo IG @ACMilan

Lascia un commento

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Altro in Generico