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Uomini straordinari, ordinarie solitudini

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“Una perturbazione dolorosa più forte di ogni istanza moderatrice del volere”: è questa la sentenza proferita da Carlo Emilio Gadda, scrittore italiano del ventesimo secolo, per descrivere la sua idea di stato depressivo nell’uomo. La sede del suo illuminante giudizio si trova tra le pagine de “La cognizione del dolore”, romanzo scritto e ideato dalla stessa penna milanese. L’arte, quindi, accorre in nostro soccorso, lanciandoci un salvagente sotto forma di metafora che ci aiuta a dare un’immagine del tristemente famoso concetto di stato depressivo. Nella superficiale visione della massa, la tristezza e la depressione vanno erroneamente a braccetto: spesso, infatti, l’osservatore disattento confonde i due concetti ritenendoli simili e ignorando quanto, invece, essi siano diversi.

La malinconia, infatti, è uno stato d’animo connaturato nell’individuo con una funzione fondamentale a livello motivazionale e di auto-analisi del singolo. Lo stato depressivo, invece, influenza diversamente il genere umano ed è pericolosamente totalizzante, in quanto si traduce in un rallentamento sia fisico che emotivo. Normali e regolari gesti quali alzarsi dal letto o lavarsi i denti, si tramutano, improvvisamente, in una ripida scalata a mani nude su una cima inarrivabile: ogni azione, durante questo terribile stato emotivo, si scompone nel cervello in tante componenti, tutte con il proprio fardello morale e tutte senza un senso preciso.

Gianluigi Buffon, un giocatore che in passato ha sofferto di depressione ma che è riuscito brillantemente ad uscirne.

In una società iperattiva e prestazionale come la nostra, chi soffre di depressione è ancora soggetto ad una fortissima ostracizzazione: pertanto chi è affetto realmente da questo stato emotivo (non gli adolescenti dolenti che accompagnano selfies a citazioni di cui ignorano l’origine) tende a non pubblicizzare questa condizione perché ritiene che possa ledere la sua immagine pubblica o possa allontanarlo da persone care. La chiusura ermetica rispetto al mondo dei “non depressi”, è una tendenza comune tra chi soffre di depressione nonostante siano consapevoli che vi sono altre persone che versano in una condizione simile ma non uguale. E’ importante sottolineare il concetto di similitudine e non confonderlo con quello di uguaglianza: il depresso, infatti, ritiene di essere il più sfortunato di tutti, di essere unico nel suo genere. Il mio “Non valgo niente” ha maggiore valore rispetto al tuo, nonostante sia palese che stia meglio di te.

Si potrebbero battere un milione di queste parole per raccontare la piaga di questo triste stato d’animo ma noi di Numerodiez, umili e appassionati oratori del calcio, non ne abbiamo le competenze necessarie. E allora, quale è la ragione per cui abbiamo scomodato questo tema così delicato? Semplice: mostrare come, anche nel mondo del pallone, possa farsi largo questa triste condizione dell’uomo. Il pensiero che molti di noi hanno sulla vita dei calciatori è un’equazione banale e superficiale: fama, più soldi, più belle macchine uguale a vita perfetta. Tutto questo, tra l’altro, viene ingigantito dal mondo dei social: una vetrina di vita inarrivabile ai più, che aizza l’invidia del popolo. Nell’opinione approssimativa e nazional-popolare, quindi, l’idea che un calciatore possa soffrire di depressione, appare ridicola e quasi inaccettabile.

Gianluca Pessotto, ex giocatore della Juventus che, nell’estate del 2006, a seguito di un forte stato depressivo tentò l’estremo gesto. Fu salvato dalla macchina di Bettega.

Nella formulazione di questo pensiero, tuttavia, dimentichiamo un dettaglio importantissimo: prima di essere alieni o eroi da emulare, i calciatori sono esseri umani dotati di un carattere ben preciso e di fragilità come ciascuno di noi. Dietro gli abbaglianti fari della popolarità, ci sono strade buie fatte di sacrifici, pianti, rabbia e dolore. Abbandonare la propria famiglia, i propri amici e il proprio paese nel pieno dell’adolescenza non è semplice. Resistere allo spietato ring della concorrenza per un posto in squadra, è tutt’altro che facile. Non sprofondare sotto il peso delle critiche e non montarsi la testa è assai arduo. Queste sono solo alcune delle sfide a cui i calciatori devono far fronte: chi arriva in alto è dotato di una grande tenacia mentale, per questo la frase “Per arrivare in cima ci vuole la testa più del talento” non è un proverbio superficiale ma una grande verità.

Quest’oggi racconteremo, tramite alcuni esempi di calciatori, come il meteorite della depressione e il pianeta del pallone entrino spesso in collisione: vi è chi ne è rimasto schiacciato, chi è riuscito a superarla e chi invece sta ancora lottando per vincerla definitivamente.

 

IT’S NOT OK TO BE OK

Semplice, diretta e empatica. Una frase scritta e ideata dai tifosi del Celtic Glasgow, nei confronti del loro bomber Leigh Griffiths, inghiottito a soli 28 anni dalla spirale della depressione confluita nel gioco d’azzardo. L’attaccante scozzese è il classico centravanti di provincia che ha trovato nei biancoverdi la realtà ideale al punto che in 210 presenze ha segnato oltre 100 gol, contribuendo alla vittoria di 5 campionati scozzesi e 4 coppe di lega. Fisico magrolino e fronte stempiata, Leigh con la sua espressione da scapestrato ragazzo d’oltremanica sarebbe un profilo perfetto per quel capolavoro di film chiamato “Trainspotting”.

La sua routine quotidiana, sia in adolescenza che nella sua carriera calcistica gravitava, sostanzialmente, intorno a quattro poli: casa, campo di allenamento, pub e sala-scommesse. Un vizio comune a molti ma che nel giovane Leigh era diventato un vero tarlo. Il ragazzo era in grado di gettare grana nel mondo delle scommesse con la stessa semplicità con cui la domenica andava in gol ma soprattutto era sconcertante la sua insaziabile fame del rischio che lo portava a puntare soldi su qualsiasi cosa: dalle partite, alle gare di cavalli fino ad arrivare ai combattimenti fra animali, risse tra ubriaconi o, addirittura, su chi tra i suoi amici urinava più lontano.

Leigh Griffiths mentre esulta dopo uno dei tanti gol segnati con la maglia dei Celtic.

Una vera e propria dipendenza che sfocia in depressione quando l’estratto del suo conto, decisamente in negativo, lo colpisce come un violento pugno. Una situazione economica ingestibile, 5 figli sul groppone e l’umore pesante dei tifosi per il suo drastico calo lo portano a sprofondare in un tunnel che preoccupa tutti, dai compagni, alla società fino all’ormai ex allenatore, Brendan Rodgers. Proprio l’ex tecnico dei Celtic, di comune accordo, con la società decide di aiutare Leigh, ricoverandolo in una clinica riabilitativa per aiutarlo a superare questo stato d’animo che era sul punto di affossare definitivamente il calciatore. Una scelta coraggiosa, sintomatica dell’immediatezza dell’intervento: con Griffiths fuori uso, infatti, il Celtic si trovava con un uomo in meno in attacco, una situazione non facile da gestire.

Ma si sa certe cose hanno la precedenza e, in questo senso, la situazione dell’attaccante scozzese poteva essere bollata come una priorità assoluta. Leigh Griffiths sta compiendo il suo cammino con tenacia e con coraggio ma soprattutto con una intera città che gli guarda alle spalle ed è pronta a gridare ancora il suo nome. Perché come cita il celebre inno degli scozzesi: You’ll never walk alone.

Griffiths con Brendan Rodgers: un secondo padre prima che un allenatore.

DEPRESSIONE BLAUGRANA

Sono tanti gli epiteti affibbiati a quell’artista di nome Andrès Iniesta: da Don a maestro fino ad arrivare a genio, tutti questi splendidi aggettivi sottolineano come la modalità di pensiero dello spagnolo sia eccelsa e differente dalle altre. Solitamente si pensa che una persona dotata di un’intelligenza più acuta della media possa superare facilmente, o addirittura non essere scalfita dalle paranoie mentali che tormentano l’uomo comune. Nulla di più sbagliato, in quanto colui che ottiene grandi risultati è spesso vittima di grandi aspettative sia provenienti dal proprio io interiore che dall’esterno. Nella logica di pensiero popolare Andrès è sempre stato visto come un uomo dall’aspetto comune che faceva cose fuori dal comune: un supereroe simile a noi che con il suo sorriso trasmetteva tranquillità e non dava l’impressione di un uomo tormentato da demoni interiori. Solitamente agisce così la maledetta, si palesa dietro finti sorrisi di circostanza e esce allo scoperto nei momenti più felici di un uomo. “Tutto comincia dopo aver vissuto quella che sarebbe dovuta essere l’estate più gloriosa della mia vita”, parole del maestro Iniesta che confermano questa tesi e che si riferiscono alla celebre estate del 2010, coincisa con la vittoria mondiale della Spagna sull’Olanda con un suo gol decisivo.

Il mago Andres Iniesta in azione con la maglia blaugrana.

Dopo il trionfo di Johannesburg comincia, improvvisamente, a stare male. Un malessere fisico e mentale ritenuto erroneamente temporaneo e per questo inizialmente ignorato. Il proseguio di questa condizione, tuttavia, incomincia a suscitare in lui qualche preoccupazione. Si sente spossato e da inesperto in materia decide di affidarsi ai medici: esami su esami non riscontrano nulla e lì il timore cresce. Alla Masìa, centro tecnico del Barcellona e sua seconda casa, vive attimi di terrore quando ritorna ad allenarsi: è terrorizzato dal pallone, da quella sfera che sa trattare come pochi e che dovrebbe essere la sua migliore amica. Diventa schivo, cupo e vulnerabile: queste caratteristiche, prima a lui straniere, cominciano a prendere piede nella sua vita quotidiana rendendolo un’entità incapace di agire. L’obbiettivo quotidiano di Andrès, in quel grave momento di debolezza, era una solo: ingurgitare la sua pillola antidepressiva e filare a letto, evitando qualsiasi relazione umana sia con la famiglia che con la squadra. Ma è proprio ciò che si respinge che, spesso, rappresenta l’unico appiglio per ripartire: famiglia, amici intimi e i veterani compagni di squadra costituirono la sua clinica riabilitativa personale che lo riportarono sulla retta via e a palesare sorrisi genuini impregnati di gioia e non di tristezza.

L’inizio della fine, l’apoteosi e il baratro: tutto questo è racchiuso in questo gol di Andres, quello contro l’Olanda nella finale dei mondiali.

Dal genio all’erede designato di quest’ultimo, da Iniesta a Andre Gomes. Probabilmente qualche amante del calcio o qualche aficionado blaugrana storcerà il naso di fronte a questa nostra affermazione ma l’acquisto del Portoghese, nell’estate del 2016 dal Valencia, era stato dichiarato proprio con quell’intento. In effetti le giocate e il contributo offerto dal classe 93’ in maglia valenciana ricordavano, nel modo di intendere il calcio, quelle di Andres. 35 milioni più due di bonus fu la cifra necessaria per far sbarcare il regista conterraneo di Cr7 in Catalunya. I primi 6 mesi furono positivi e le sensazioni della dirigenza catalana erano quelle di aver azzeccato l’investimento. C’è una credenza non scritta, tuttavia, che insegna che quando tutto va bene qualcosa deve andare male. 

Una superstizione che trova il tempo che trova ma che, nel caso di Andre Gomes, si avverò: con l’ottima rendita della squadra, le pressioni sui componenti della rosa aumentarono, inesorabilmente. Vi è chi, abituato a conviverci, le sopporta e riesce a non farsi schiacciare dal suo peso e vi è chi invece come Andre che, sconcertato dalla loro mole, ne rimane schiacciato. Sotto il grande carico di fischi e aspettative catalane, Andrè compì un involuzione incredibile che gli costò, oltre che il posto in squadra, anche numerosi insulti da parte della tifoseria. Il ragazzo fragile, cadde anche lui vittima di quella maledetta piaga chiamata depressione: si chiuse in casa senza alcuno stimolo ad uscire, al campo arrivava tormentato dagli errori della partita precedente e, nonostante il supporto dei compagni, appariva un’ameba.

Andre Gomes in azione con la maglia blaugrana.

A detta dell’allenatore Luis Enrique, Andrè giocava col freno a mano tirato con la paura di commettere errori ma soprattutto con la consapevolezza di queste sue debolezze. Nonostante la sua presa di coscienza, Il portoghese non riuscì a trovare la forza di reagire al punto che in due anni di Barcellona furono soltanto 46 le presenze condite da 3 gol. La cessione apparì quindi inevitabile: erano tante le squadre interessate ma fu solo l’Everton, squadra di alta-media fascia della Premier League, a credere nel ragazzo perché consapevole delle sue qualità. Andrè,  in maglia Toffees si sta parzialmente riprendendo la sua vita ma vive alla giornata e sopratutto con la consapevolezza che il mostro è sempre lì in agguato.

La parziale serenità ritrovata di Andre Gomes in maglia toffees. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Uno dei più grandi giocatori della storia del calcio e una delle più interessanti promesse accomunate da qualità e fragilità, da un passato blaugrana e da quel terribile stato depressivo con cui hanno strenuamente lottato.

 

L’OSCURITA’ DEI RIFLETTORI

“L’Internazionale comunica di aver definito l’acquisto dall’Orebro FK di Martin Bengtsson, svedese, classe 1986, nazionale under 18, centrocampista centrale con caratteristiche da regista, uno dei talenti emergenti del calcio dell’Europa del nord”.

Alzi la mano chi si ricorda del polverone mediatico, suscitato dall’acquisto di questo ragazzotto in un freddo gennaio del 2004? Probabilmente un deserto di arti si paleserebbe davanti ai nostri occhi con l’eccezione di qualche addetto ai lavori neroazzurro. Tuttavia, 15 anni orsono, l’ingaggio di questo figlio della Scandinavia era stato accolto come un vero e proprio affare. Era un futuro craque, Martin, strappato dalle grinfie di vari top club europei quali le regine spagnole e i lancieri dell’Ajax.

Il biondo e gracile ragazzino, dalla parvenza timida ed educata, palesava una grande sicurezza di sé, mostrata già nelle prime dichiarazioni interiste: “Il mio unico obiettivo è diventare un calciatore e tutta la mia vita gira intorno a quello. C’era solo calcio”.Chiamasi fortuna del principiante o prontezza all’azione, all’inizio tutto andava a gonfie vele per Martin che, nella prestigiosa Coppa Carnevale di Viareggio, incantava, con gol e giocate, tutta la Toscana e la famiglia neroazzurra. Una fiammata del ragazzo di giaccio tanto sorprendente quanto breve: Martin, infatti, scomparì dai radar del gioco e dei tabellini diventando, in poco tempo, un perfetto candidato per “Chi l’ha visto”.

Bengtsson con la maglia della Svezia nel lontano 2004.

 A complicare il tutto arrivò anche l’infortunio al ginocchio, alla fine della prima stagione all’Inter. Durante quel periodo, non potendo essere protagonista in campo, Martin trascorreva intere giornate sul divano senza la minima idea riguardo a come passare il tempo. Giovane, solo, forestiero e infortunato: lo svedesotto fu lasciato alla deriva senza nessuno con cui sfogarsi o parlare. Rinchiuso in una prigione dorata, Martin non poteva uscire da solo in città, vivendo così in un regime a dir poco opprimente.  Una mole che ti schiaccia ma l’orgoglio che ti impedisce di mollare: questo è il paradosso di Martin che lo portò a una reazione di vergogna verso la rinuncia così forte, che lo condusse a pensare di togliersi la vita. Era un martedì, quando Martin decise di prendere un rasoioe tagliarsi le vene. Nella sua camera, dove fu salvato da una donna delle pulizie, il sottofondo portava la firma di un pezzo di David Bowie. Una cornice macabra, sprezzante, folle che sottolineava perfettamente la tragicità della depressione nel calcio.

Il Pirlo svedese: un grande talento, finito nel dimenticatoio.

“Il sistema calcio ti tratta come una macchina: se non funzioni, avanti un altro. Io ho capito di non funzionare e ho pensato al suicidio”.  Parole di Martin nella sua autobiografia, intitolata nell’ombra di San Siro; dichiarazioni forti che hanno suscitato scalpore in un mondo, quello del calcio, in cui le parole sono tutte ovattate e soppesate. Il tentato suicidio di un minorenne non deve esser nascosto dietro lo specchio del calcio che riflette solo il bello fregandosene dei suoi protagonisti, in virtù di uno share sempre maggiore. Una condizione da cui Martin è riuscito ad uscire a seguito di una rinuncia importante. Oggi Bengtsson ha 31 anni, scrive di musica e frequenta ambienti televisivi e teatrali. E il calcio? A questo, in particolare, ha dovuto dire di no per sempre, mettendoci volontariamente una pietra sopra e definendolo argomento chiuso.

 

TOCCANDO IL FONDO SI PUO’ SOLO RISALIRE

Un’altra regola non scritta, un’altra credenza che si avvera solo se si prende consapevolezza della veridicità di questa frase. Una sfida che supera solo chi è dotato di una grande forza caratteriale che lo spinge a non mollare, nonostante l’oceano di negatività da cui si è circondati. Il pozzo della depressione calcistica è fatto di pareti scivolose, incrostate di insulti e sconforto: lo sa bene Andrea Ranocchia, ora eroe neroazzuro ma in passato capro-espiatorio del biscione. Arrivato con le aspettative di nuovo pilastro della difesa neroazzurra, il difensore marchigiano ha vissuto i recenti anni di declino dell’Inter da principale imputato della crisi neroazzurra: la superficialità del tifo, infatti, non imputa a tutta la squadra le colpe ma a quel giocatore che per limiti tecnici è visto come la zavorra del gruppo. Prima i subissanti fischi dagli spalti, poi, con l’esplosione del fenomeno social, Andrea è diventato la succulente preda dei leoni da tastiera: insulti pesanti, gratuiti e denigranti che hanno fatto sprofondare l’umore del classe 88’.

Ad un passo dal tracollo il Ranocchione nazionale ha trovato nella Kick Boxing una valvola di sfogo e nel motivatore Stefano Tirelli, un amico e una guida nell’arduo sentiero della depressione. Alla base del suo cambiamento vi è anche la modalità di ricezione delle critiche: non più lo sconforto bensì una piccata ironia che toglie l’appetito ai predatori dei social. Rimesso a lucido dopo le esperienze extra-neroazzurre, Andrea è tornato alla casa madre sovvertendo e stravolgendo le concezioni dei tifosi: innamorato dei colori del biscione, ogni volta che è sceso in campo recentemente ha sempre dato tutto senza alcuna lamentela o capriccio e ricevendo indietro il grande amore dei tifosi.

Ranocchi libero di esultare e abbracciato dai compagni per il gol contro il Rapid Vienna. (Photo by Claudio Villa – Inter/Inter via Getty Images )

Una delle esperienze extra- interiste di Ranocchia è stata in Inghilterra, all’Hull City, società storica che ha contribuito al suo cambio di personalità. Proprio oltremanica vi è un esempio perfetto di chi, toccato il baratro della depressione, è riuscito a risalire sino alla cima della positività, diventando un paladino della lotta a questo terribile stato emotivo. E’ il caso di Clarke Carlisle, 40enne ex difensore di Queens Park Rangers, Burnley e Northampton, che ha tentato per due volte l’estremo atto del suicidio. Prima il baratro finanziario dopo il ritiro, poi il licenziamento dal ruolo di opinionista tv: una doppia spinta che lo ha fatto precipitare nella cavità della depressione e lo ha spinto fino all’atto estremo.

E’ stato lo stesso Carlisle a raccontarlo alla CNN tramite una testimonianza cruda e fortemente reale. Mi sono gettato sotto un camion da 10 tonnellate a 96 chilometri all’ora e non mi sono rotto nessun osso, è stato un miracolo che io sia sopravvissutodice Carlisle riguardo all’episodio occorso nel 2014.  Tre anni dopo il difensore inglese ha avuto una grave ricaduta e si è dato per disperso. Fu trovato a vagare per le strade di Liverpool conl’intenzione di togliersi la vita. Camminava per le strade pensando al posto dove morire ma la sua esitazione ha permesso ad alcuni passanti di impedirgli l’estrema azione. Grazie ad un’intensa opera di riabilitazione, all’aiuto della famiglia e di tutta la comunità dei calciatori Carlisle è riuscito a ripartiree addirittura a diventare lui stesso un appiglio per le persone con la sua stessa patologia. E’ stato inoltre eletto presidente dell’assocalciatori inglesecominciando, con il suo mandato, una grande opera di sensibilizzazione sul tema della depressione.

Clarke Carlisle in azione con la maglia del Burnely.

Oltre alle cifre da capogiro, oltre ai gol e agli scatti dei paparazzi, oltre alle auto fiammanti e alle ville, possono nascondersi i timori del più comune tra gli uomini. La depressione è una patologia vera e propria, imprevedibile e variegata come i dribbling di Messi, più forte di una conclusione di Hulk e più letale dei gol di Cristiano Ronaldo. In quanto tale è difficile fermarla ma, come insegnano le imprese di alcune squadre contro questi campioni, per affrontarla bisogna perseguire un proverbio famoso e mai banale: “l’unione fa la forza”. Perché solo grazie all’unità di intenti del proprio io e all’unione con la propria famiglia questa corazzata sarà sconfitta.

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Calcio Internazionale

Brasile-Svizzera 1-0, le pagelle: gran gol di Casemiro, la Svizzera molla all’ultimo

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Brasile

Allo Stadio 974, il Brasile di Tite batte 1-0 la Svizzera con un gol di Casemiro all’83’. Partita combattuta, in cui la Svizzera ha saputo respingere per gran parte del tempo le iniziative dei verdeoro. Specialmente nel secondo tempo però, i brasiliani hanno aumentato il ritmo del gioco spingendosi di più in attacco rispetto al primo tempo, e come succede molte volte in questi casi, prima o poi il gol lo fai. Infatti la Svizzera, che veniva dalla vittoria per 1-0 contro il Camerun, si è dimostrata ordinata in campo, tenendo botta al Brasile, ma nel finale è calata e nulla ha potuto contro quel tiro di Casemiro. Svizzera a 3 punti non ancora certa della qualificazione, mentre per Thiago Silva e compagni secondo successo di fila: si vola agli ottavi.

LE PAGELLE DEL BRASILE

Alisson 7: mantiene la porta inviolata e poche volte viene impensierito.

Militao 6.5: bene sulla fascia, si spinge più volte in attacco, giocando in un ruolo diverso rispetto a quello che fa al Real.

Thiago Silva 6: nonostante non sia più un ragazzino, è sempre il leader della difesa. Soprattutto nel primo tempo, Embolo non gli rende la vita facile, ma è sempre stato sul pezzo.

Marquinhos 6: guida bene la difesa, imposta per le manovre offensive e contiene con i compagni dietro le iniziative dell’attacco svizzero.

Alex Sandro 6.5: sembra un altro giocatore rispetto a quello molto discusso a Torino. La veronica in mezzo a due giocatori svizzeri effettuata ad inizio primo tempo lo carica per il resto della partita, in cui non fa mai mancare il proprio apporto sulla fascia sinistra (dall’86’ Alex Telles SV).

Fred 6: svolge un lavoro di collante tra difesa e attacco, affiancando Casemiro (dal 58′ Bruno Guimaraes 6.5: sicuramente ha dato quel brio in più che Fred non è riuscito a dare al centrocampo, dando una grossa mano alla fase offensiva verdeoro).

Casemiro 7.5: MVP della partita per via del gol segnato, ma è anche il centrocampista che svolge il lavoro “sporco” in mezzo al campo, che è preziosissimo. Si fa trovare nel posto giusto al momento giusto inserendosi nell’area della Svizzera e tirando di controbalzo di mezzo esterno destro, tiro che finisce sotto l’incrocio, alla sinistra di Sommer.

Paquetà 6: non incide come ha fatto contro la Serbia, anzi, si lascia andare a preziosismi non necessari: in certi casi servirebbe più concretezza (dal 46′ Rodrygo 7: sembra davvero essere l’arma in più dalla panchina per questo Brasile. Sta crescendo molto e quando ha la palla tra i piedi sembra sempre che possa succedere qualcosa di pericoloso, infatti realizza lui l’assist per Casemiro).

Raphinha 6: anche lui, come Paquetà, è brillato di meno rispetto alla gara contro la Serbia (dal 73′ Antony 6: anche se ha giocato per pochi minuti, gioca meglio di Raphinha. Anche lui spesso pericoloso, sembra quasi che chi entra dalla panchina sia più incisivo di chi parte titolare).

Vinicius jr 7: incontenibile. Con le sue accelerate, fa spesso impazzire la difesa svizzera, che però allo stesso tempo è riuscita, a volte, a contenerlo come ha potuto. Realizza un gol che poi viene annullato per fuorigioco di Richarlison.

Richarlison 6: non brilla come quando ha realizzato la doppietta giovedì scorso contro la Serbia (dal 73′ Gabriel Jesus 6: entra per creare scompiglio nella difesa elvetica e ci riesce).

LE PAGELLE DELLA SVIZZERA

Sommer 6: prende gol da Casemiro, ma effettua molti salvataggi: è sempre un portiere affidabile.

Widmer 5.5: la sua partita è da alti e bassi, compie dei buoni interventi e realizza bei passaggi, mentre altre volte cerca di fermare come può i giocatori brasiliani sulla fascia (dall’86’ Frei SV).

Akanji 6: fa un gran lavoro per cercare di contenere Vinicius, a volte riuscendoci anche. Discreta partita, ha reso difficile la vita agli attaccanti verdeoro. Non era facile oggi.

Elvedi 5.5: insieme ai suoi compagni difensori non ha una serata semplice, ma si fa trovare meno pronto di Akanji.

Rodriguez 5.5: cerca di contenere come può le avanzate dei brasiliani respingendo via il pallone, non poteva fare molto altro, perchè le occasioni di spingersi in avanti sono state poche.

Sow 5: viene sovrastato dai centrocampisti del Brasile e non può nulla (dal 76′ Aebischer SV).

Freuler 5.5: oggi il lavoro di interdizione era davvero difficile, ha cercato di limitare al massimo le iniziative del centrocampo brasiliano ma i risultati sono stati pochi.

Xhaka 6: il capitano della Svizzera è un giocatore di spessore e anche oggi, per quanto ha potuto, si è fatto sentire.

Rieder 5: non incide nell’attacco elvetico, e si fa anche ammonire per una gomitata data a Rodrygo che lo aveva saltato (dal 59′ Steffen 5: quasi non pervenuto, ovvero che non ha mai impensierito la retroguardia verdeoro).

Embolo 6: oggi non era facile contro Thiago Silva e Marquinhos, ma soprattutto nel primo tempo ha lottato coraggiosamente contro i due pilastri brasiliani lavorando di fisico, proteggendo la palla per cercare di far avanzare i propri compagni (dal 76′ Seferovic SV).

Vargas 5.5: solo qualche lampo nel primo tempo, ma poi si spegne. Non basta questo per impensierire il Brasile (dal 59′ Fernandes 5: non incide e non apporta niente all’attacco elvetico).

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Calciomercato

Chi è Luka Vuskovic, il 2007 da10 milioni

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Juve Stabia

CHI E’ LUKA VUSKOVIC – Classe 2007, Luka Vuskovic si appresta ad essere uno dei nuovi baby fenomeni del calcio europeo.

Nato il 24 febbraio in Croazia, Vuskovic, milita da sempre nel settore giovanile del Hajduk Spalato. Egli viene da una famiglia di calciatori, infatti il fratello Mario gioca nell’Amburgo, mentre suo padre Daniel  ha giocato per lo più in patria. Vuskovic copre il ruolo di difensore centrale, dove grazie ai suoi 193 cm di altezza riesce ad eccellere. Nonostante giochi nel reparto arretrato, non disdegna il gol. Infatti, durante questo campionato, ha già messo a referto tre reti in 9 presenze. Gol che portano il suo rendimento attuale ad una rete ogni 259 minuti, numeri da paura per un centrale. Anche in Nazionale U-17, Vuskovic è un punto fermo, viste le tre presenze su tre, condite anche queste da una rete nel match contro la Svezia. Nonostante abbia appena 15 anni è già stato aggregato più volte ai suoi compagni più grandi, dove ha anche esordito in dei turni di Youth League.

Attualmente il suo Hajduk Spalato si trova al quarto posto del campionato primavera croato, a -8 dalla capolista Rijeka ma con due match da recuperare. In questa stagione, Vuskovic ha già totalizzato 8 presenze da titolare su 9 in cui è stato convocato con l’Under 19, quindi vedendosela con ragazzi ben più grandi di lui. Numeri che hanno già iniziato a fare rumore del calciomercato europeo, dove anche le italiane si sono mosse, come Inter, Roma, Milan e Juventus. Tentativo anticipo delle italiane che probabilmente risulterà vano, dato che il PSG pare abbia messo sul piatto la bellezza di 10 milioni di euro. Il club francese potrebbe dare la giusta dimensione a questo ragazzo che per molti in patria è considerato un talento generazionale.

 

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Calcio Internazionale

Portogallo-Uruguay, duello a centrocampo: Fernandes contro Valverde

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Ndicka

PORTOGALLO-URUGUAY, DUELLO A CENTROCAMPO: FERNADES CONTRO VALVERDE – Tra le gare più interessanti della seconda giornata di Qatar 2022, impossibile non citare la sfida tra Portogallo e Uruguay. Partita fondamentale per gli equilibri del gruppo H, nonché occasione di vedersi sfidare due tra le squadre più attrezzate dell’intero torneo. Sfida che, in virtù di quanto successo nella prima partita, assume valori diversi per le due nazionali. Il Portogallo di Cristiano Ronaldo è infatti a caccia della vittoria che varrebbe il passaggio matematico agli ottavi. I sudamericani invece, essendo reduci da un pareggio, dovranno tentare il tutto per tutto per non ridursi all’ultima giornata.

Una partita dunque che offre diversi spunti interessanti ed altrettanti duelli. Uno su tutti è quello riguarda i motori di entrambi le squadre: Bruno Fernandes e Federico Valverde. Due centrocampisti con caratteristiche diverse ma entrambi fondamentali nel gioco dei rispettivi allenatori. Andiamo nel particolare ad analizzare questo importante duello in mezzo al campo.

 

COSTRUZIONE DEL GIOCO

I due calciatori ricoprono la stessa posizione in campo, ma per caratteristiche si differenziano di molto nelle diverse fasi. Per quanto riguarda la costruzione di gioco il portoghese si lascia preferire, anche se di poco. Le trame offensive del Portogallo, infatti, passano spesso dai piedi di Bruno Fernandes. Molto più geometrico, offre oltre ad una grande visione di gioco, anche un’ottima tecnica che gli consente di trovare più soluzioni, soprattutto in verticale.

Valverde non è però da meno. Anche il suo bagaglio tecnico gli consente di rendere efficace la costruzione della manovre, ma rispetto al centrocampista dello United,  ha caratteristiche meno da regista. Più che abbassarsi e smistare, preferisce lo scarico per poi andare ad attaccare lo spazio.

Nella prima giornata si è già intravista la differenza tra i due in questa fase. Contro il Ghana, Fernandes si è reso protagonista con due assist. In particolare nell’assist per il 2-1 di Joao Felix, l’imbucata con cui taglia fuori la difesa e mette l’attaccante solo davanti al portiere, certifica l’eccezionale visione di gioco dell’ex Sporting Lisbona.

FASE OFFENSIVA

La fase offensiva li vede entrambi grandi protagonisti. Partendo stavolta dall’uruguayano, le sue qualità si sono già ampiamente viste quest’anno al Real Madrid.  In stagione fino ad ora, ha già realizzato 8 gol, in cui ha messo in mostra il suo ampio repertorio. In particolare il tiro da fuori, potente e preciso, si è rivelato letale nella maggior parte delle occasioni. Contro la Corea del Sud ci ha provato in 3 occasioni, ma senza trovare lo specchio della porta.

Altra importante qualità è l’inserimento nello spazio, essendo molto veloce tra le linee. Bruno Fernandes invece, i grandi numeri delle prime stagioni al Manchester United, sembra aver arretrato il proprio raggio d’azione. Resta però  la chiave degli attacchi portoghesi. Oltre a contribuire allo sviluppo del gioco, resta un pericolo per le difese avversarie.

Anche lui abile nell’inserimento, preferisce però partire da dietro. Dotato anche lui di un ottimo tiro da fuori, è abile nel tiro a giro sul secondo palo. Con la sua fantasia, ha dimostrato più volte di poter inventare dal nulla la giocata vincente, anche direttamente da calcio piazzato.

INTERDIZIONE

Entrambi i centrocampisti risultano abbastanza completi, essendo abili anche nella fase di non possesso. In questo caso però, a brillare è Valverde. Veloce, fisico ed intelligente tatticamente, copre più zone del campo. Il centrocampista del Real Madrid offre grande copertura anche a livello difensivo e non si sottrae neanche agli interventi più vigorosi.

Altrettanto intelligente in fase di interdizione, Fernandes offre però caratteristiche ben diverse.  Abile nel leggere la traiettoria della trama offensiva avversaria offre comunque copertura, ma non garantisce la stessa sostanza del Pajarito. In particolare fa fatica nell’uno contro uno, avendo caratteristiche più da trequartista.

Un duello sulla carta equilibrato dunque e che potrebbe soprattutto essere decisivo nell’economia di un match si preannuncia infuocato.

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Calciomercato

Salernitana-Bakayoko, affare complicato: la situazione

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Bakayoko

Molte squadre stanno approfittando della sosta Mondiali per sondare il terreno in vista della sessione invernale di calciomercato; la Salernitana starebbe pensando a Bakayoko, in partenza dal Milan.

Quello del centrocampista francese sarebbe il primo nome in cima alla lista degli esuberi e il club rossonero starebbe cercando di piazzarlo. A tal proposito, ci sarebbe stata una prima chiacchierata informativa con il ds dei granata Morgan De Sanctis. Le intenzioni della Salernitana sono chiare: la trattativa può andare in porto soltanto con un’eventuale cessione di Coulibaly o con l’ingaggio del centrocampista a carico del Milan. 

Bakayoko, quest’anno, non è mai sceso in campo. Il club campano rifletterà sulla proposta ma al momento sembrano non sussistere le condizioni necessarie affinchè la trattativa si concretizzi.

 

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