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La depressione e il calcio: mondi diversi ma non poi così lontani

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Uomini straordinari, ordinarie solitudini

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“Una perturbazione dolorosa più forte di ogni istanza moderatrice del volere”: è questa la sentenza proferita da Carlo Emilio Gadda, scrittore italiano del ventesimo secolo, per descrivere la sua idea di stato depressivo nell’uomo. La sede del suo illuminante giudizio si trova tra le pagine de “La cognizione del dolore”, romanzo scritto e ideato dalla stessa penna milanese. L’arte, quindi, accorre in nostro soccorso, lanciandoci un salvagente sotto forma di metafora che ci aiuta a dare un’immagine del tristemente famoso concetto di stato depressivo. Nella superficiale visione della massa, la tristezza e la depressione vanno erroneamente a braccetto: spesso, infatti, l’osservatore disattento confonde i due concetti ritenendoli simili e ignorando quanto, invece, essi siano diversi.

La malinconia, infatti, è uno stato d’animo connaturato nell’individuo con una funzione fondamentale a livello motivazionale e di auto-analisi del singolo. Lo stato depressivo, invece, influenza diversamente il genere umano ed è pericolosamente totalizzante, in quanto si traduce in un rallentamento sia fisico che emotivo. Normali e regolari gesti quali alzarsi dal letto o lavarsi i denti, si tramutano, improvvisamente, in una ripida scalata a mani nude su una cima inarrivabile: ogni azione, durante questo terribile stato emotivo, si scompone nel cervello in tante componenti, tutte con il proprio fardello morale e tutte senza un senso preciso.

Gianluigi Buffon, un giocatore che in passato ha sofferto di depressione ma che è riuscito brillantemente ad uscirne.

In una società iperattiva e prestazionale come la nostra, chi soffre di depressione è ancora soggetto ad una fortissima ostracizzazione: pertanto chi è affetto realmente da questo stato emotivo (non gli adolescenti dolenti che accompagnano selfies a citazioni di cui ignorano l’origine) tende a non pubblicizzare questa condizione perché ritiene che possa ledere la sua immagine pubblica o possa allontanarlo da persone care. La chiusura ermetica rispetto al mondo dei “non depressi”, è una tendenza comune tra chi soffre di depressione nonostante siano consapevoli che vi sono altre persone che versano in una condizione simile ma non uguale. E’ importante sottolineare il concetto di similitudine e non confonderlo con quello di uguaglianza: il depresso, infatti, ritiene di essere il più sfortunato di tutti, di essere unico nel suo genere. Il mio “Non valgo niente” ha maggiore valore rispetto al tuo, nonostante sia palese che stia meglio di te.

Si potrebbero battere un milione di queste parole per raccontare la piaga di questo triste stato d’animo ma noi di Numerodiez, umili e appassionati oratori del calcio, non ne abbiamo le competenze necessarie. E allora, quale è la ragione per cui abbiamo scomodato questo tema così delicato? Semplice: mostrare come, anche nel mondo del pallone, possa farsi largo questa triste condizione dell’uomo. Il pensiero che molti di noi hanno sulla vita dei calciatori è un’equazione banale e superficiale: fama, più soldi, più belle macchine uguale a vita perfetta. Tutto questo, tra l’altro, viene ingigantito dal mondo dei social: una vetrina di vita inarrivabile ai più, che aizza l’invidia del popolo. Nell’opinione approssimativa e nazional-popolare, quindi, l’idea che un calciatore possa soffrire di depressione, appare ridicola e quasi inaccettabile.

Gianluca Pessotto, ex giocatore della Juventus che, nell’estate del 2006, a seguito di un forte stato depressivo tentò l’estremo gesto. Fu salvato dalla macchina di Bettega.

Nella formulazione di questo pensiero, tuttavia, dimentichiamo un dettaglio importantissimo: prima di essere alieni o eroi da emulare, i calciatori sono esseri umani dotati di un carattere ben preciso e di fragilità come ciascuno di noi. Dietro gli abbaglianti fari della popolarità, ci sono strade buie fatte di sacrifici, pianti, rabbia e dolore. Abbandonare la propria famiglia, i propri amici e il proprio paese nel pieno dell’adolescenza non è semplice. Resistere allo spietato ring della concorrenza per un posto in squadra, è tutt’altro che facile. Non sprofondare sotto il peso delle critiche e non montarsi la testa è assai arduo. Queste sono solo alcune delle sfide a cui i calciatori devono far fronte: chi arriva in alto è dotato di una grande tenacia mentale, per questo la frase “Per arrivare in cima ci vuole la testa più del talento” non è un proverbio superficiale ma una grande verità.

Quest’oggi racconteremo, tramite alcuni esempi di calciatori, come il meteorite della depressione e il pianeta del pallone entrino spesso in collisione: vi è chi ne è rimasto schiacciato, chi è riuscito a superarla e chi invece sta ancora lottando per vincerla definitivamente.

 

IT’S NOT OK TO BE OK

Semplice, diretta e empatica. Una frase scritta e ideata dai tifosi del Celtic Glasgow, nei confronti del loro bomber Leigh Griffiths, inghiottito a soli 28 anni dalla spirale della depressione confluita nel gioco d’azzardo. L’attaccante scozzese è il classico centravanti di provincia che ha trovato nei biancoverdi la realtà ideale al punto che in 210 presenze ha segnato oltre 100 gol, contribuendo alla vittoria di 5 campionati scozzesi e 4 coppe di lega. Fisico magrolino e fronte stempiata, Leigh con la sua espressione da scapestrato ragazzo d’oltremanica sarebbe un profilo perfetto per quel capolavoro di film chiamato “Trainspotting”.

La sua routine quotidiana, sia in adolescenza che nella sua carriera calcistica gravitava, sostanzialmente, intorno a quattro poli: casa, campo di allenamento, pub e sala-scommesse. Un vizio comune a molti ma che nel giovane Leigh era diventato un vero tarlo. Il ragazzo era in grado di gettare grana nel mondo delle scommesse con la stessa semplicità con cui la domenica andava in gol ma soprattutto era sconcertante la sua insaziabile fame del rischio che lo portava a puntare soldi su qualsiasi cosa: dalle partite, alle gare di cavalli fino ad arrivare ai combattimenti fra animali, risse tra ubriaconi o, addirittura, su chi tra i suoi amici urinava più lontano.

Leigh Griffiths mentre esulta dopo uno dei tanti gol segnati con la maglia dei Celtic.

Una vera e propria dipendenza che sfocia in depressione quando l’estratto del suo conto, decisamente in negativo, lo colpisce come un violento pugno. Una situazione economica ingestibile, 5 figli sul groppone e l’umore pesante dei tifosi per il suo drastico calo lo portano a sprofondare in un tunnel che preoccupa tutti, dai compagni, alla società fino all’ormai ex allenatore, Brendan Rodgers. Proprio l’ex tecnico dei Celtic, di comune accordo, con la società decide di aiutare Leigh, ricoverandolo in una clinica riabilitativa per aiutarlo a superare questo stato d’animo che era sul punto di affossare definitivamente il calciatore. Una scelta coraggiosa, sintomatica dell’immediatezza dell’intervento: con Griffiths fuori uso, infatti, il Celtic si trovava con un uomo in meno in attacco, una situazione non facile da gestire.

Ma si sa certe cose hanno la precedenza e, in questo senso, la situazione dell’attaccante scozzese poteva essere bollata come una priorità assoluta. Leigh Griffiths sta compiendo il suo cammino con tenacia e con coraggio ma soprattutto con una intera città che gli guarda alle spalle ed è pronta a gridare ancora il suo nome. Perché come cita il celebre inno degli scozzesi: You’ll never walk alone.

Griffiths con Brendan Rodgers: un secondo padre prima che un allenatore.

DEPRESSIONE BLAUGRANA

Sono tanti gli epiteti affibbiati a quell’artista di nome Andrès Iniesta: da Don a maestro fino ad arrivare a genio, tutti questi splendidi aggettivi sottolineano come la modalità di pensiero dello spagnolo sia eccelsa e differente dalle altre. Solitamente si pensa che una persona dotata di un’intelligenza più acuta della media possa superare facilmente, o addirittura non essere scalfita dalle paranoie mentali che tormentano l’uomo comune. Nulla di più sbagliato, in quanto colui che ottiene grandi risultati è spesso vittima di grandi aspettative sia provenienti dal proprio io interiore che dall’esterno. Nella logica di pensiero popolare Andrès è sempre stato visto come un uomo dall’aspetto comune che faceva cose fuori dal comune: un supereroe simile a noi che con il suo sorriso trasmetteva tranquillità e non dava l’impressione di un uomo tormentato da demoni interiori. Solitamente agisce così la maledetta, si palesa dietro finti sorrisi di circostanza e esce allo scoperto nei momenti più felici di un uomo. “Tutto comincia dopo aver vissuto quella che sarebbe dovuta essere l’estate più gloriosa della mia vita”, parole del maestro Iniesta che confermano questa tesi e che si riferiscono alla celebre estate del 2010, coincisa con la vittoria mondiale della Spagna sull’Olanda con un suo gol decisivo.

Il mago Andres Iniesta in azione con la maglia blaugrana.

Dopo il trionfo di Johannesburg comincia, improvvisamente, a stare male. Un malessere fisico e mentale ritenuto erroneamente temporaneo e per questo inizialmente ignorato. Il proseguio di questa condizione, tuttavia, incomincia a suscitare in lui qualche preoccupazione. Si sente spossato e da inesperto in materia decide di affidarsi ai medici: esami su esami non riscontrano nulla e lì il timore cresce. Alla Masìa, centro tecnico del Barcellona e sua seconda casa, vive attimi di terrore quando ritorna ad allenarsi: è terrorizzato dal pallone, da quella sfera che sa trattare come pochi e che dovrebbe essere la sua migliore amica. Diventa schivo, cupo e vulnerabile: queste caratteristiche, prima a lui straniere, cominciano a prendere piede nella sua vita quotidiana rendendolo un’entità incapace di agire. L’obbiettivo quotidiano di Andrès, in quel grave momento di debolezza, era una solo: ingurgitare la sua pillola antidepressiva e filare a letto, evitando qualsiasi relazione umana sia con la famiglia che con la squadra. Ma è proprio ciò che si respinge che, spesso, rappresenta l’unico appiglio per ripartire: famiglia, amici intimi e i veterani compagni di squadra costituirono la sua clinica riabilitativa personale che lo riportarono sulla retta via e a palesare sorrisi genuini impregnati di gioia e non di tristezza.

L’inizio della fine, l’apoteosi e il baratro: tutto questo è racchiuso in questo gol di Andres, quello contro l’Olanda nella finale dei mondiali.

Dal genio all’erede designato di quest’ultimo, da Iniesta a Andre Gomes. Probabilmente qualche amante del calcio o qualche aficionado blaugrana storcerà il naso di fronte a questa nostra affermazione ma l’acquisto del Portoghese, nell’estate del 2016 dal Valencia, era stato dichiarato proprio con quell’intento. In effetti le giocate e il contributo offerto dal classe 93’ in maglia valenciana ricordavano, nel modo di intendere il calcio, quelle di Andres. 35 milioni più due di bonus fu la cifra necessaria per far sbarcare il regista conterraneo di Cr7 in Catalunya. I primi 6 mesi furono positivi e le sensazioni della dirigenza catalana erano quelle di aver azzeccato l’investimento. C’è una credenza non scritta, tuttavia, che insegna che quando tutto va bene qualcosa deve andare male. 

Una superstizione che trova il tempo che trova ma che, nel caso di Andre Gomes, si avverò: con l’ottima rendita della squadra, le pressioni sui componenti della rosa aumentarono, inesorabilmente. Vi è chi, abituato a conviverci, le sopporta e riesce a non farsi schiacciare dal suo peso e vi è chi invece come Andre che, sconcertato dalla loro mole, ne rimane schiacciato. Sotto il grande carico di fischi e aspettative catalane, Andrè compì un involuzione incredibile che gli costò, oltre che il posto in squadra, anche numerosi insulti da parte della tifoseria. Il ragazzo fragile, cadde anche lui vittima di quella maledetta piaga chiamata depressione: si chiuse in casa senza alcuno stimolo ad uscire, al campo arrivava tormentato dagli errori della partita precedente e, nonostante il supporto dei compagni, appariva un’ameba.

Andre Gomes in azione con la maglia blaugrana.

A detta dell’allenatore Luis Enrique, Andrè giocava col freno a mano tirato con la paura di commettere errori ma soprattutto con la consapevolezza di queste sue debolezze. Nonostante la sua presa di coscienza, Il portoghese non riuscì a trovare la forza di reagire al punto che in due anni di Barcellona furono soltanto 46 le presenze condite da 3 gol. La cessione apparì quindi inevitabile: erano tante le squadre interessate ma fu solo l’Everton, squadra di alta-media fascia della Premier League, a credere nel ragazzo perché consapevole delle sue qualità. Andrè,  in maglia Toffees si sta parzialmente riprendendo la sua vita ma vive alla giornata e sopratutto con la consapevolezza che il mostro è sempre lì in agguato.

La parziale serenità ritrovata di Andre Gomes in maglia toffees. (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

Uno dei più grandi giocatori della storia del calcio e una delle più interessanti promesse accomunate da qualità e fragilità, da un passato blaugrana e da quel terribile stato depressivo con cui hanno strenuamente lottato.

 

L’OSCURITA’ DEI RIFLETTORI

“L’Internazionale comunica di aver definito l’acquisto dall’Orebro FK di Martin Bengtsson, svedese, classe 1986, nazionale under 18, centrocampista centrale con caratteristiche da regista, uno dei talenti emergenti del calcio dell’Europa del nord”.

Alzi la mano chi si ricorda del polverone mediatico, suscitato dall’acquisto di questo ragazzotto in un freddo gennaio del 2004? Probabilmente un deserto di arti si paleserebbe davanti ai nostri occhi con l’eccezione di qualche addetto ai lavori neroazzurro. Tuttavia, 15 anni orsono, l’ingaggio di questo figlio della Scandinavia era stato accolto come un vero e proprio affare. Era un futuro craque, Martin, strappato dalle grinfie di vari top club europei quali le regine spagnole e i lancieri dell’Ajax.

Il biondo e gracile ragazzino, dalla parvenza timida ed educata, palesava una grande sicurezza di sé, mostrata già nelle prime dichiarazioni interiste: “Il mio unico obiettivo è diventare un calciatore e tutta la mia vita gira intorno a quello. C’era solo calcio”.Chiamasi fortuna del principiante o prontezza all’azione, all’inizio tutto andava a gonfie vele per Martin che, nella prestigiosa Coppa Carnevale di Viareggio, incantava, con gol e giocate, tutta la Toscana e la famiglia neroazzurra. Una fiammata del ragazzo di giaccio tanto sorprendente quanto breve: Martin, infatti, scomparì dai radar del gioco e dei tabellini diventando, in poco tempo, un perfetto candidato per “Chi l’ha visto”.

Bengtsson con la maglia della Svezia nel lontano 2004.

 A complicare il tutto arrivò anche l’infortunio al ginocchio, alla fine della prima stagione all’Inter. Durante quel periodo, non potendo essere protagonista in campo, Martin trascorreva intere giornate sul divano senza la minima idea riguardo a come passare il tempo. Giovane, solo, forestiero e infortunato: lo svedesotto fu lasciato alla deriva senza nessuno con cui sfogarsi o parlare. Rinchiuso in una prigione dorata, Martin non poteva uscire da solo in città, vivendo così in un regime a dir poco opprimente.  Una mole che ti schiaccia ma l’orgoglio che ti impedisce di mollare: questo è il paradosso di Martin che lo portò a una reazione di vergogna verso la rinuncia così forte, che lo condusse a pensare di togliersi la vita. Era un martedì, quando Martin decise di prendere un rasoioe tagliarsi le vene. Nella sua camera, dove fu salvato da una donna delle pulizie, il sottofondo portava la firma di un pezzo di David Bowie. Una cornice macabra, sprezzante, folle che sottolineava perfettamente la tragicità della depressione nel calcio.

Il Pirlo svedese: un grande talento, finito nel dimenticatoio.

“Il sistema calcio ti tratta come una macchina: se non funzioni, avanti un altro. Io ho capito di non funzionare e ho pensato al suicidio”.  Parole di Martin nella sua autobiografia, intitolata nell’ombra di San Siro; dichiarazioni forti che hanno suscitato scalpore in un mondo, quello del calcio, in cui le parole sono tutte ovattate e soppesate. Il tentato suicidio di un minorenne non deve esser nascosto dietro lo specchio del calcio che riflette solo il bello fregandosene dei suoi protagonisti, in virtù di uno share sempre maggiore. Una condizione da cui Martin è riuscito ad uscire a seguito di una rinuncia importante. Oggi Bengtsson ha 31 anni, scrive di musica e frequenta ambienti televisivi e teatrali. E il calcio? A questo, in particolare, ha dovuto dire di no per sempre, mettendoci volontariamente una pietra sopra e definendolo argomento chiuso.

 

TOCCANDO IL FONDO SI PUO’ SOLO RISALIRE

Un’altra regola non scritta, un’altra credenza che si avvera solo se si prende consapevolezza della veridicità di questa frase. Una sfida che supera solo chi è dotato di una grande forza caratteriale che lo spinge a non mollare, nonostante l’oceano di negatività da cui si è circondati. Il pozzo della depressione calcistica è fatto di pareti scivolose, incrostate di insulti e sconforto: lo sa bene Andrea Ranocchia, ora eroe neroazzuro ma in passato capro-espiatorio del biscione. Arrivato con le aspettative di nuovo pilastro della difesa neroazzurra, il difensore marchigiano ha vissuto i recenti anni di declino dell’Inter da principale imputato della crisi neroazzurra: la superficialità del tifo, infatti, non imputa a tutta la squadra le colpe ma a quel giocatore che per limiti tecnici è visto come la zavorra del gruppo. Prima i subissanti fischi dagli spalti, poi, con l’esplosione del fenomeno social, Andrea è diventato la succulente preda dei leoni da tastiera: insulti pesanti, gratuiti e denigranti che hanno fatto sprofondare l’umore del classe 88’.

Ad un passo dal tracollo il Ranocchione nazionale ha trovato nella Kick Boxing una valvola di sfogo e nel motivatore Stefano Tirelli, un amico e una guida nell’arduo sentiero della depressione. Alla base del suo cambiamento vi è anche la modalità di ricezione delle critiche: non più lo sconforto bensì una piccata ironia che toglie l’appetito ai predatori dei social. Rimesso a lucido dopo le esperienze extra-neroazzurre, Andrea è tornato alla casa madre sovvertendo e stravolgendo le concezioni dei tifosi: innamorato dei colori del biscione, ogni volta che è sceso in campo recentemente ha sempre dato tutto senza alcuna lamentela o capriccio e ricevendo indietro il grande amore dei tifosi.

Ranocchi libero di esultare e abbracciato dai compagni per il gol contro il Rapid Vienna. (Photo by Claudio Villa – Inter/Inter via Getty Images )

Una delle esperienze extra- interiste di Ranocchia è stata in Inghilterra, all’Hull City, società storica che ha contribuito al suo cambio di personalità. Proprio oltremanica vi è un esempio perfetto di chi, toccato il baratro della depressione, è riuscito a risalire sino alla cima della positività, diventando un paladino della lotta a questo terribile stato emotivo. E’ il caso di Clarke Carlisle, 40enne ex difensore di Queens Park Rangers, Burnley e Northampton, che ha tentato per due volte l’estremo atto del suicidio. Prima il baratro finanziario dopo il ritiro, poi il licenziamento dal ruolo di opinionista tv: una doppia spinta che lo ha fatto precipitare nella cavità della depressione e lo ha spinto fino all’atto estremo.

E’ stato lo stesso Carlisle a raccontarlo alla CNN tramite una testimonianza cruda e fortemente reale. Mi sono gettato sotto un camion da 10 tonnellate a 96 chilometri all’ora e non mi sono rotto nessun osso, è stato un miracolo che io sia sopravvissutodice Carlisle riguardo all’episodio occorso nel 2014.  Tre anni dopo il difensore inglese ha avuto una grave ricaduta e si è dato per disperso. Fu trovato a vagare per le strade di Liverpool conl’intenzione di togliersi la vita. Camminava per le strade pensando al posto dove morire ma la sua esitazione ha permesso ad alcuni passanti di impedirgli l’estrema azione. Grazie ad un’intensa opera di riabilitazione, all’aiuto della famiglia e di tutta la comunità dei calciatori Carlisle è riuscito a ripartiree addirittura a diventare lui stesso un appiglio per le persone con la sua stessa patologia. E’ stato inoltre eletto presidente dell’assocalciatori inglesecominciando, con il suo mandato, una grande opera di sensibilizzazione sul tema della depressione.

Clarke Carlisle in azione con la maglia del Burnely.

Oltre alle cifre da capogiro, oltre ai gol e agli scatti dei paparazzi, oltre alle auto fiammanti e alle ville, possono nascondersi i timori del più comune tra gli uomini. La depressione è una patologia vera e propria, imprevedibile e variegata come i dribbling di Messi, più forte di una conclusione di Hulk e più letale dei gol di Cristiano Ronaldo. In quanto tale è difficile fermarla ma, come insegnano le imprese di alcune squadre contro questi campioni, per affrontarla bisogna perseguire un proverbio famoso e mai banale: “l’unione fa la forza”. Perché solo grazie all’unità di intenti del proprio io e all’unione con la propria famiglia questa corazzata sarà sconfitta.

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ULTIM’ORA – Ansia Sassuolo: Berardi esce per infortunio contro il Verona

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Sassuolo berardi

Sfortunatissimo Domenico Berardi in Hellas Verona-Sassuolo. Il fuoriclasse neroverde è rientrato oggi da un lungo infortunio che gli aveva fatto saltare sei gare, ma è stato costretto al cambio per un nuovo infortunio. Dopo un rilancio errato di Montipò, Berardi ha controllato il pallone con il petto, ma ha poggiato male il piede al terreno e ha subito chiesto il cambio. La paura più grande è che si tratti di un problema al tendine d’Achille. Chiaramente serviranno accertamenti.

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Le parole di Baroni e Carnevali prima di Verona-Sassuolo

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Marco Baroni, allenatore dell'Hellas Verona - Serie A

Tra le partite più delicate di questo 27° turno di Serie A c’è indubbiamente il lunch match tra Verona Sassuolo, appaiate in classifica, ma con stati d’animo profondamente differenti. Nel pre-gara, ai microfoni di Sky Sport, si sono espressi al riguardo Marco Baroni, allenatore dei gialloblù, e Giovanni Carnevali, amministratore delegato dei neroverdi.

LE PAROLE DI BARONI

MASSIMA ATTENZIONE – “Dovremo affrontare tutti insieme questa partita, sia coloro che partono titolari, sia quelli che entreranno a gara in corso. Servirà un’attenzione massima per cento e passa minuti, il Sassuolo è conscio del momento che sta vivendo, ma rimane una squadra con grandi possibilità tecniche”.

TUTTE FINALI – “Da qui a maggio tutte le nostre partite saranno delle finali, e la squadra dovrà essere capace di restare sempre dentro la gara, mostrando compattezza anche mentale. Match come questi si risolvono spesso per le piccole cose, e dovremo essere in grado di curare anche i minimi dettagli”.

RESTARE IN PIEDI E CORRERE – “La squadra ha creato le condizioni per restare in piedi in un momento non facile. Adesso dobbiamo iniziare a correre per raggiungere ciò che sembrava impossibile”.

LE PAROLE DI CARNEVALI

BALLARDINI – “In un momento di difficoltà come quello che stiamo vivendo, Ballardini è il profilo adatto per dare la scossa giusta. La squadra ha dei valori, ma indubbiamente ha anche delle carenze; siamo fiduciosi nel fatto che il nuovo allenatore riuscirà a portarci ciò che è mancato prima”.

SERENITÀ – “Continuerò a presenziare agli allenamenti senza stravolgere nulla. Dobbiamo mantenere la serenità e l’equilibrio che non devono mancare in momenti come questo”.

BERARDI – “In undici stagioni di Serie A ci era già capitato un momento come questo, e chiamando Iachini quest’ultimo riuscì a portarci qualcosa di importante. Il ritorno in campo di Berardi può darci tanto anche all’interno dello spogliatoio, è il nostro campione ed è con lui che abbiamo portato a casa risultati e punti. Speriamo rientri in condizione nel miglior modo possibile”.

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Tempo di rinnovi in casa Genoa: si lavora per Bani e Badelj

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Mattia Bani Genoa Serie A

Il Genoa continua a lavorare sul fronte rinnovi, per blindare i suoi uomini più importanti e confermare la spina dorsale della squadra a disposizione di Alberto Gilardino. Domani sera i rossoblù sono attesi dal crash test di nome Inter. Il Grifone, tuttavia, è nella ristretta élite di squadre che sono riuscite a fermare i nerazzurri in questa stagione. Ma ora l’Inter è in piena ascesa e sembra inarrestabile.

Gilardino tenta l’azzardo e lo farà con due giocatori freschi di rinnovo. Johan Vasquez, importante difensore mancino, e Morten Frendrup, tuttocampista dedito al sacrificio, hanno recentememte rinnovato. Rispettivamente il messicano fino al 2027 e il danese fino al 2028. Dopo queste nuove leve (Vasquez è classe 1998, Frendrup è 2001), i liguri pensano anche allo zoccolo duro di maggiore esperienza. I prossimi nomi sul tavolo, infatti, sono quelli di Badelj e Bani (classe 1989 e 1993), che rappresentano la componente esperta della squadra.

Tuttosport spiega che con Bani è pronto già un accordo fino al 2026. Mentre con Badelj si dovrà ancora discutere, in previsione di giugno 2025 o 2026. Sono da valutare, inoltre, anche le situazioni di Ekuban e Strootman, in scadenza il prossimo giugno. La cosa certa è che il Genoa prosegue sulla strada della continuità di uomini, dopo la promozione dello scorso anno e il buonissimo lavoro che il Grifone sta facendo in questa stagione.

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LeBron James nella leggenda: superati i 40.000 punti in carriera

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LeBron James Los Angeles Lakers

LeBron James sempre più una leggenda del basket mondiale. Il numero 6 dei Los Angeles Lakers, nella notte italiana, ha infranto un altro record diventando il primo cestista nella storia dell’NBA a superare i 40.000 punti in carriera.

Nel corso della scorsa stagione, contro gli Oklahoma City Thunder è diventato il migliore marcatore della storia della Lega, superando Kareem Abdul-Jabbar e fissando il nuovo tetto di punti momentaneo a 38.390. Questa notte, contro i Denver Nuggets campioni in carica, LeBron James ha infranto la barriera dei 40.000 punti. Al termine dei 48′ di gara, infatti, il suo range è di 40.017.

Tutto il mondo si sta complimentando con questa icona sempreverde e leggendaria dell’NBA, che alla sua 21ª stagione da professionista e dopo aver superato da poco i 39 anni (è nato il 30 dicembre 1985), continua a fare scuola.

Inutile dire che questa statistica sembra a sua volta irraggiungibile. E, ad ora, sembra davvero impossibile pensare ad un cestista che possa superarlo. Tuttavia, a primo impatto sembrava esserlo anche il record di Abdul-Jabbar. Record rimasto invalicato per quasi 40 anni: dall’aprile 1984 fino al febbraio 2023, prima che LeBron James lo agganciasse.

Per ora, King James si riserva un posto in solitaria nel club di tutti coloro che hanno fatto 40.ooo o più punti in NBA. Cioè soltanto lui nella storia.

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