Le speranze calcistiche sono solite assottigliarsi come fili d’erba, con l’inesorabile scorrere del tempo che non porge una mano in aiuto. La sceneggiatura, però, (fortunatamente) non apprezza gli esiti all’insegna dell’ovvietà; ve lo possono assicurare i tifosi di Chelsea ed Inter nelle trasferte a Barcellona, oppure quelli del Liverpool nella disfatta rossonera di Istanbul.

Watford-Leicester fa parte di questo microcosmo, ma esula dalle sfide di cui sopra per una moltitudine di ragioni differenti, racchiuse in 120 secondi: sembrano pochi, ma c’è spazio per più di quanto ci si possa immaginare.

FIGURATI

Fonte: profilo Twitter @BBCMOTD

E chi se la dimentica questa scena? Per molti un miracolo, per altri una favola, per pochi una bella storia: qualunque sia la vostra interpretazione a riguardo, un’istantanea unica e, probabilmente, irripetibile. Eppure non c’è un singolo addetto ai lavori che ve l’avrebbe potuta pronosticare, specialmente riportando le lancette dell’orologio indietro di tre anni.

Dimenticate Ranieri, all’epoca coccolato dalla brezza della Costa Azzurra, nel Principato di Monaco; rimuovete dai ricordi i vari Mahrez e Kanté, ancora impegnati nella serie cadetta francese. Aggiungete alla storia una redenzione non ancora compiuta (quella di Vardy) ed un’esplosione sulla riva del Tamigi, in maglia Tottenham (quella di Kane), lontana ancora qualche mese.

In una soleggiata domenica 12 maggio, al Vicarage Road di Watford, le Foxes hanno dalla loro tutti i presupposti per fare un passo in avanti verso la Premier League. Come anticipato, però, agli sceneggiatori non piacciono i finali prevedibili: è qui che entrano in gioco gli altri, coloro che hanno fatto gli eroi contro quelli che, tre anni dopo, il mondo chiamerà allo stesso modo.

CAVIGLIERA

Il Watford di Gianfranco Zola deve ribaltare l’1-0 dell’andata per strappare il pass per la finale play-off di Wembley. L’atmosfera è gioviale, con buona parte dei 16.142 spettatori vestiti di giallo, intrisi di speranza; pregano che il 9 là davanti giochi con la cavigliera elettronica, la sua salvezza. Passo indietro.

Fonte: profilo Twitter @Ant_Watford

Il ragazzo con il 9 è questo qui, seppur senza barba e con il logo della Premier League ancora lontano dal diventare realtà. E la cavigliera, la sua salvezza?

“Andare in prigione è stata la cosa migliore che mi sia mai capitata”.

Troy Deeney, nato Troy Burke, cresce a Chelmsey Wood, nell’hinterland poco raccomandabile della città di Birmingham. Il padre scandisce la sua quotidianità a giorni alterni dietro le sbarre, così il piccolo Troy prende il cognome della madre; sostanzialmente, come delineato dall’immagine del ragazzo di periferia, poteva intraprendere due strade: il sentiero sterrato della droga o un viale in manto erboso, quello del calcio.

Prende la seconda, seppur in modo decisamente atipico. Sigla 7 reti in una partita amatoriale, dopo essersi ubriacato la sera precedente: gli dei del pallone sono dalla sua parte e fanno sì che sia presente un osservatore del Walsall. La scalata continua, arriva il Watford ed entra in gioco il primo dei nostri periodi ipotetici: se Troy Deeney non fosse stato condannato per una rissa in un club di Birmingham, di cosa staremmo parlando?

Passa tre mesi in carcere e quando esce, in libertà vigilata, rientra in campo. La cavigliera elettronica che porta sotto i calzettoni lo rende consapevole di quanto il tempo dei giochi sia finito: la reclusione gli cambia la vita, al resto ci pensa il calcio.

SUOLA

Lo storico allenatore brasiliano Gentil Cardoso diceva che “la miglior difesa è l’attacco”. Evidentemente, però, non aveva ancora fatto i conti con i minuti finali di questa semifinale play-off della Championship 2012/2013.

È il 96′, con il risultato fermo sul 2-1. Una doppietta di Vydra tiene a galla le speranze dei padroni di casa, ma la rete del provvisorio 1-1 di Nugent sembra consegnare la finale al Leicester City; poi, l’esterno sinistro degli ospiti si avventura sulla fascia di competenza di Andy King, l’esterno destro: Anthony Knockaert supera Matthew Briggs ed entra in area, dove l’ex Roma Marco Cassetti non può far altro che ostruirlo. Calcio di rigore.

Svaniscono le speranze, i fili d’erba e la cavigliera di Troy Deeney, rimasto a secco nella gara più importante dell’anno. Forse.

Knockaert si presenta sul dischetto con l’urlo di gioia strozzato in gola e gli occhi fissi su Manuel Almunia, ex saracinesca dell’Arsenal che si gode gli ultimi anni prima di appendere i guanti al chiodo. Il numero 24 delle Foxes calcia di piatto sinistro.

Fonte: profilo Twitter @Dogout

Il tiro è più calmo del previsto, senza angolazione. Almunia si tuffa alla sua sinistra e con la suola mancina scaccia l’incubo dell’1-3; Knockaert calcia sulla ribattuta, ma quella palla è destinata a non entrare: il Watford è più vivo che mai.

DELIRIO

La forza della disperazione si concentra nel destro di Cassetti, che spazza via il pallone; la concitazione colpisce anche la regia, che indugia sul volto di Almunia, anch’esso incredulo di quanto sia appena successo. La sfera viene raccolta da Ikechi Anya, che viaggia come non mai sulla fascia destra.

Forestieri, con diverse esperienze italiane a curriculum, si sovrappone e viene servito; crossa come meglio può in mezzo, dove Vydra attende il pallone. La parabola, però, termina sulla testa di Jonathan Hogg, sul secondo palo: Schmeichel esce, a vuoto. A questo punto, spazio alle emozioni:

“Here’s Hogg… DEENEEEEEEEY!”

La voce di Bill Leslie ci intima di non stropicciarci gli occhi: è tutto vero, il finale più straordinario che ci potesse essere è tangibile, davanti a noi. La dimostrazione calcistica che il destino possa essere persuaso a compiere un’impresa, come quella che avverrà nel 2016 da parte dei vinti.

E se Almunia non avesse parato il rigore? E se Deeney non avesse avuto il fiuto del gol? Sono due minuti da periodo ipotetico, da congiuntivi passeggeri infilati alle spalle di Schmeichel. È il calcio nella sua essenza più pura ed inaspettata.

7 anni fa come oggi, ci sono 120 secondi che scrivono le sorti del pallone.

Fonte: profilo Twitter @guardian_sport

Fonte immagine in evidenza: profilo Twitter @Squawka