Sneijder è davvero un genio, un campione di cui non si può che dir bene. E vi dirò di più, a mio avviso è il miglior centrocampista che l’Olanda abbia mai prodotto”.

Parole forti di uno dei calciatori più eleganti e impattanti del calcio mondiale degli ultimi trent’anni. Marco van Basten è stato un attaccante unico nel suo modo di interpretare il ruolo, grazie ad una completezza tecnica, fisica e mentale che gli hanno permesso di essere la stella indiscussa del grande Milan a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Se l’olandese è stato frenato da una caviglia malmessa, distrutta dalle entrate dei difensori che sfogavano le loro difficoltà nel marcarlo a suon di tacchettate, sicuramente non ha perso l’occhio per dare valutazioni. Se un calciatore come lui, che è stato l’emblema del concetto di “talento”, riconosce delle qualità e si spreca in certe dichiarazioni, significa che ha visto qualcosa di superbo.

Siamo consapevoli del fatto che paragonare giocatori di diverse epoche calcistiche è cosa difficile e probabilmente anche illogica, motivo per il quale non ha senso disquisire sul fatto che la filosofia calcistica messa in pratica sul campo da Cruijff non sia minimamente raggiungibile da altri connazionali, ma Wesley Sneijder, nel suo complesso, ha dimostrato di essere un numero 10 che nella sua anarchia è riuscito a trovare uno spazio nell’Olimpo. Girovagando per il campo e sfruttando le sue caratteristiche tecniche e fisiche ha saputo ricercare una dimensione a lui adatta, che gli ha permesso di essere uno dei trequartisti più ammirati dei primi decenni del nuovo millennio.

Fonte: profilo Instagram @sneijder10official

PREDESTINATO

Se a 18 anni entri a far parte della formazione titolare dell’Ajax, ottenendo oltretutto i gradi di leader di centrocampo, significa che hai qualcosa in più. Sneijder è un classe 1984 che nasce a Utrecht ma che si trasferirà giovanissimo ad Amsterdam: già dal 1991, a 7 anni, si muoverà dalla città d’origine verso la capitale, dove entrerà a far parte dell’Academy più ambita d’Olanda. All’Ajax farà tutte le trafile fino alla stagione 2002-2003, quando Ronald Koeman si fa consigliare dall’allora allenatore della squadra B dei lancieri Danny Blind: c’è un centrocampista dal fisico brevilineo e dalla visione di gioco sviluppata precocemente che può fare al caso suo; le tante assenze e le qualità di Sneijder spingono Koeman a farlo esordire a soli 18 anni, ed il nuovo numero 15 dell’Ajax non uscirà più dalla squadra titolare. Se andiamo a ricercare l’undici titolare degli olandesi nel quarto di finale di Champions League contro il Milan – il famoso 3-2 con il gol allo scadere di Tomasson che tocca sulla linea un pallonetto di Inzaghi – Sneijder è presente: nella partita più importante della stagione dei lancieri il 18enne è padrone del centrocampo, gioca davanti alla difesa, più da play che da trequartista, quello che nel futuro diventerà il suo ruolo prediletto.

Il ragazzo è precoce, esordisce nel 2003 con la nazionale in un’amichevole contro il Portogallo a soli 19 anni e nello stesso anno metterà a segno i suoi primi due gol in oranje durante le qualificazioni a Euro 2004, manifestazione alla quale parteciperà (senza però riuscire ad aiutare l’Olanda ad evitare l’uscita ai gironi). Nella stagione successiva diventa ufficialmente un leader: è l’Ajax di van der Vaart, di Maxwell, di un giovane Zlatan Ibrahimovic, del giovane de Jong e degli iconici Pienaar e Trabelsi, due giocatori che tutti ricordano solo per il loro passato tra i lancieri di quegli anni. Ibra sarà il capocannoniere, Maxwell il miglior giocatore per distacco del campionato, Sneijder il talento più giovane a brillare. Il folletto olandese è ormai padrone della mediana, in casa Ajax sanno che anche un’eventuale partenza di van der Vaart non creerà problemi perché il talento delle giovanili che Koeman ha avuto il coraggio di lanciare è ormai diventato grande. L’Ajax vince il titolo nella stagione 2004 e sembra l’alba di una serie di titoli infinita, vista la qualità e i margini di miglioramento della squadra, ma il 2005 sarà un susseguirsi di cambi in panchina e delusioni su tutti i campi: è solo l’inizio di una serie di stagioni altalenanti per non dire deludenti per i lancieri, sebbene siano molti i talenti che sbocciano e che si consacrano. Sneijder è maturo, ormai è un centrocampista totale che può giocare serenamente in tutte e tre le posizioni di centrocampo, che sia da mezzala, da mediano o da trequartista: è il leader tecnico di una squadra che probabilmente non è più alla sua altezza, ormai Sneijder ha una maturità calcistica degna di un top club.

Secondo molti esperti Sneijder ha tardato fin troppo la partenza da Amsterdam, ma la volontà di un ragazzo affezionato alla maglia che indossa è stata più forte della ricerca della fama: il numero 10 dei lancieri ha sempre avuto grande rispetto per la squadra che ha sempre tifato, che lo ha lanciato nel grande calcio dopo averlo costruito come calciatore ma soprattutto come uomo (è risaputo quanto conti lo sviluppo del valore umano dei ragazzi all’interno delle giovanili dell’Ajax). Un esempio lampante della mentalità di Sneijder si nota dal rapporto col fratello minore Rodney, che il Real Madrid accettò di portare nella propria cantera quando Wesley fu acquistato dai blancos: sembrava una di quelle storie che vede i fratelli meno capaci seguire il parente più forte, ma Rodney Sneijder fu frenato da Wesley, che gli consigliò di avere rispetto della maglia che indossava e di doversi prima imporre con l’Ajax, senza affrettare i tempi per raggiungere immediatamente il Real. Secondo un già maturo Wesley non bisogna affrettare le cose, bisogna guadagnarsele. Concetto non scontato – e spesso sottovalutato – nel mondo del calcio.

Due giovani ragazzi che nel giro di pochi anni sarebbero stati compagni di squadra e di nazionale
(Fonte: profilo Twitter @essediafoilouco)

GALÁCTICO E DOVE DIVENTARLO

L’avventura al Real Madrid di Sneijder è abbastanza contraddittoria. Il secondo acquisto più caro della storia del calcio olandese arriva a Madrid con una scelta già molto forte, perché decide di ereditare il numero 23 di David Beckham. Scelta forte di un carattere altrettanto forte. Sneijder non si è mai tirato indietro, non ha mai avuto timore ma soltanto rispetto, come quando da ragazzo studiava dal suo allenatore Koeman e dal suo compagno di nazionale van Hooijdonk per diventare un tiratore scelto su calcio di punizione. Al Real Madrid, si sa, non conta il prezzo con cui sei stato pagato, conta l’accoglienza del Bernabéu, conta come ti presenti nello stadio più regale di tutta la Spagna: Sneijder non si lascia intimorire e segna all’esordio con i blancos, perlopiù nel derby contro l’Atlético dando la vittoria per 2-1. Il 2008 sembra essere l’anno della definitiva consacrazione di Sneijder, che segna 9 reti e permette a tanti compagni di trovare la via del gol nella sua nuova posizione di trequartista, la stessa che ha tolto a Guti. Proprio con lo spagnolo Sneijder ha qualche problema al suo arrivo, complice anche una difficoltà di comunicazione dovuta ad un non immediato apprendimento della nuova lingua, ma i due riusciranno col tempo a parlarsi con la lingua più conosciuta dai calciatori: il linguaggio tecnico.

“Quando sono diventato titolare nel Real Madrid, Guti non mi ha parlato per tre mesi perché andava in panchina. Poi abbiamo iniziato a giocare insieme e avevamo un’intesa incredibile. Ci trovavamo anche senza guardarci. È un fenomeno, il più forte con cui abbia mai giocato. Mi ha fatto una grandissima impressione”.

Il secondo anno dovrebbe essere quello della definitiva consacrazione, ma un brutto infortunio durante il torneo estivo all’Emirates Stadium lo toglie fuori dai giochi per diversi mesi: lo scontro con Abou Diaby è brutto e il ginocchio di Sneijder fa crack; fortunatamente per l’olandese non è niente di tragico, ma sicuramente è un infortunio che gli impedisce di arrivare al top della forma nei mesi decisivi della stagione. L’annata del Real Madrid sarà un disastro, secondo posto in Liga, fuori agli ottavi di Champions e addirittura ai sedicesimi di Coppa del Re. Sneijder eredita addirittura il numero 10 del Real quando Robinho lascerà la capitale spagnola, ma a fine stagione la società non reputerà più indispensabile il giocatore olandese. L’addio è ai limiti della mancanza di rispetto, soprattutto per un giocatore che apparentemente era centrale nel gioco del Real Madrid e per lo stile che normalmente incarna un club di questo spessore.

“Il momento più brutto della mia carriera è stato quello legato al mio addio al Real Madrid: stavo andando al campo d’allenamento e quando arrivai trovai il mio armadietto svuotato e la mia roba messa tutta da una parte; quando parlai col presidente mi fece sapere che non rientravo più nei loro piani. Risposi che ovunque fossi andato, avrei vinto la Champions nel loro stadio”.

Ad approfittarne è l’Inter, che nel 2009-10 ha messo come obiettivo principale l’assalto alla Champions. Mourinho ha bisogno di un giocatore che sappia agire tra le linee, non un giocatore funambolico ma pratico e veloce, che veda calcio e che sia capace di servire attaccanti come Milito ed Eto’o, che arriverà nella stessa estate.

Inutile raccontare cosa successe proprio in questi giorni ben dieci anni fa. L’Inter ritornò sul tetto d’Europa dopo 45 anni, con un cammino leggendario e raggiungendo un’impresa, quella del triplete, che in Italia oggi sembra impossibile da ripetere. Sneijder diventò a modo suo eroe in quella stagione, non dal punto di vista realizzativo, ma il suo arrivo a detta di molti è stato la chiave per far girare a meraviglia quella squadra guidata da un condottiero portoghese. In quella stagione segnerà un totale di 8 gol, non tanti ma molti dei quali hanno avuto un peso specifico enorme nella stagione nerazzurra: il gol nel gelo di Kiev che ha permesso il sorpasso in classifica a discapito degli ucraini e il conseguente passaggio agli ottavi di finale, il gol in semifinale contro il Barcellona che diede nel match d’andata il momentaneo pareggio, ma tutto iniziò il giorno del suo esordio contro il Milan. Arrivato da pochi giorni, nessuno sapeva quanto l’olandese potesse diventare fondamentale nello scacchiere di Mourinho, che senza paura lo schierò davanti a 80 mila persone nel derby della Madonnina: il roboante 0-4 portò la firma anche di Sneijder, che con un bolide dalla distanza sigillò la vittoria nerazzurra e gli permise di entrare immediatamente nelle grazie della squadra e soprattutto del pubblico.

Per molti Sneijder è stata la manna dal cielo che ha permesso il definitivo salto di qualità ad una rosa già di altissimo livello. Molti lo hanno paragonato ad un Lothar Matthaus moderno, giocatore silenzioso quanto fondamentale nello scacchiere dell’undici interista: nella storia nerazzurra sono stati tanti i tentativi di riportare a Milano un numero 10 degno del tedesco, ma molti di questi sono stati vani. Da Djorkaeff (troppo attaccante) a Farinos (troppo centrocampista), da Dalmat (troppo “esterno”) a Vampeta (troppo scarso), senza dimenticare il periodo in cui si è deciso di evitare direttamente l’utilizzo del trequartista. La praticità di Sneijder nasce dal suo approccio al calcio, è stato capace di ascoltare tutti i suoi allenatori fin dal primo giorno all’Ajax, ha sempre rispettato tutti i suoi compagni, ha scelto chi eleggere ad esempio e chi invece non seguire, pur rispettandoli e condividendone lo spogliatoio. Lasciò Madrid nel periodo dell’arrivo di Cristiano Ronaldo e Kakà, per Sneijder è stato come sentirsi dire “non sei all’altezza”, eppure l’olandese non ha fatto una piega e con il suo sguardo furbo e sempre diretto all’obiettivo si è rimesso in gioco, prendendosi tutto il prendibile.

Anche dopo l’addio di Mourinho Sneijder è rimasto un giocatore fondamentale per tutti gli allenatori che si sono susseguiti sulla panchina dell’Inter, il 10 al quale nessuno poteva rinunciare. Nel 2011 sarà protagonista della vittoria in Coppa Italia contro il Palermo, dove riuscirà a segnare uno dei gol che regaleranno il trofeo ai nerazzurri, all’epoca guidati da Leonardo. Purtroppo per Sneijder il rapporto col club andrà a logorarsi nel corso delle stagioni, fino a gennaio 2013, quando un mancato accordo per il rinnovo del contratto porterà il calciatore ai margini della rosa, fino al definitivo addio che lo porterà a Galatasaray. All’Inter, nonostante un finale abbastanza discordante rispetto a quanto realizzato nelle prime stagioni in nerazzurro, Sneijder è riuscito a diventare un galácticoottenendo i risultati che si aspettava di raggiungere con il Real Madrid. Ma farlo con l’Inter, club apparentemente uno scalino sotto ai blancos, probabilmente lo ha fatto rimanere ancor di più un personaggio indimenticabile nella storia nerazzurra.

Fonte: profilo Twitter ufficiale dell’Inter

IL CENTROCAMPISTA PIÙ FORTE, MA NON PER TUTTI

Al Galatasaray Sneijder sarà per 4 stagioni e mezzo ancora un giocatore capace di fare la differenza, di trascinare i turchi a grandi risultati in campionato ma anche in Champions: contro la Juventus trovò il modo di soddisfare ancora una volta il tifo nerazzurro segnando il gol che estromise ai gironi i bianconeri di Conte, portandoli ad un fallimento europeo durante una partita discussa (tra iniziale rinvio del match, condizioni climatiche molto complicate ed un campo ai limiti della praticabilità). Successivamente la chiusura della carriera tra Nizza – dove disputò soltanto 8 partite e non riuscendo a imitare nel rendimento il suo compagno di squadra Balotelli – e il Qatar, con la maglia dell’Al-Gharafa. Sneijder ha chiuso nell’ombra, in un calcio meno impegnativo ma decisamente più ricco. Concludere evitando i riflettori è in perfetto stile Wesley Sneijder, un calciatore capace di rivoluzionare sé stesso per adattarsi ad un ruolo nel quale, per fare la differenza, ha avuto bisogno di far forza sul suo baricentro basso e sulla sua visione di gioco, evitando la marcatura di giocatori più fisici a suon di movimenti e contromovimenti; la sua nascita come play gli ha permesso di avere una conoscenza più ampia delle linee di passaggio rispetto ad un semplice trequartista, lo ha aiutato anche nelle situazioni in cui si ritrovava a prendere il pallone a 50 metri dalla porta. Il suo fisico compatto e minuto è stato supportato però da una forza nelle gambe che lo ha aiutato a superare gli avversari con il primo controllo, evitando contatti che probabilmente lo avrebbero frenato. Mourinho lo ha plasmato come un 10 moderno, meno funambolico e più interessato alla riuscita della giocata, pratico e con in testa soltanto l’obiettivo, senza pensare al modo più estroso per raggiungerlo.

Proprio col tecnico portoghese la sua crescita è stata esponenziale, Sneijder diventò un giocatore fondamentale per l’Inter, che con lui girava a meraviglia e senza di lui perdeva molte certezze. Il 2010 dell’olandese rasentò la perfezione: il triplete da protagonista con la maglia dell’Inter fu l’antipasto di quanto si è visto al Mondiale in Sudafrica, dove la sua Olanda sorprese il mondo raggiungendo una finale che pochi avrebbero pronosticato. Sneijder siglò la doppietta che estromise il Brasile ai quarti, segnò un gol in semifinale contro l’Uruguay, ma non riuscì a guidare gli oranje alla vittoria finale contro la Spagna, che trionfò grazie al gol di Iniesta. Secondo la concezione comune, un giocatore che vince da protagonista tutti i trofei disponibili con il proprio club e trascina la sorpresa del mondiale ad un passo dal trionfo, sarebbe un serio candidato alla vittoria del Pallone d’Oro. Probabilmente il favorito. Eppure nel 2010 Sneijder arriva soltanto 4° in classifica: sul podio andranno nell’ordine Messi, Iniesta e Xavi, con gli ultimi due che hanno almeno vinto il Mondiale, ma tutti e tre sono stati sconfitti in semifinale di Champions League dal folletto olandese.

Sneijder non ha mai polemizzato a riguardo ed effettivamente non è un qualcosa che rappresenta il suo stile. In tutta la sua carriera ha sempre deciso di guadagnarsi la stima della gente, non è mai stato un giocatore dalle dichiarazioni focose o dagli atteggiamenti esuberanti: un calciatore pratico, ligio al dovere e al sacrificio, che ha saputo conoscere il suo corpo per rendere al meglio e scansare le difficoltà tipiche di un giocatore di 170 cm. Wesley Sneijder è stato architetto di sé stesso, riuscendo a farsi spazio tra i grandi giocatori del primo ventennio degli anni 2000, diventando un numero 10 sui generiis, forse mai riconosciuto a pieno per il suo reale valore. Ma il piccolo olandese si è sempre fatto beffe delle “botte” che gli sono arrivate in carriera, perché il baricentro basso ti tiene incollato a terra e ti permette di proseguire sulla tua strada.

Fonte: profilo Twitter ufficiale dell’Inter

Fonte immagine di copertina: profilo Twitter ufficiale dell’Inter